Medici di famiglia, cosa succede al Nord

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Continua il nostro viaggio tra i medici di famiglia che lavorano tra stress, difficoltà e ostacoli. Stavolta siamo andati in Liguria, Piemonte e Veneto per capire com’è la situazione in quelle regioni e di cosa ci sarebbe davvero bisogno per garantire indispensabili cure sul territorio, anche quando la pandemia sarà passata.

“Se solo avessimo attrezzature a disposizione, potremmo essere molto più di aiuto”, dice Leandro Faraldi, medico a Sanremo. Sono i tanti i medici di famiglia che vanno a domicilio ad assistere i pazienti più anziani: “In questa fase certamente non vado a visitare i casi Covid, ma continuo ad andare a casa delle persone più fragili”. E a proposito di Covid sostiene: “Per i dispositivi di protezione individuale abbiamo dovuto fare da soli. Ho comprato tutto a spese mie, troppo farraginoso andare alla Asl a prendere le mascherine, ce ne davano un numero ridotto.
Faraldi ha 510 anziani da vaccinare. “La Asl però mi ha dato appena 280 vaccini antinfluenzali e io ho dovuto scegliere a chi somministrarlo”.

A proposito di anziani, il dottore racconta che pochi minuti prima della nostra telefonata, è arrivata a studio una signora molto anziana: “Ha novant’anni. Vive da sola, non ha nessuno che possa badare a lei. Il vero problema dell’anziano è la solitudine”. Ora in tempo di Covid “tanti figli e nipoti non vanno a trovare i genitori per paura di contagiarli. Ma la situazione di disagio e solitudine è grave, nel chiuso delle case. Ed è difficile da colmare, anche perché gli anziani non sanno usare bene le tecnologie”. Ma ci sono anche le eccezioni: “Ho un paziente di 96 anni che sta tutto il giorno su Facebook, attivo e tecnologico, ed è anche iscritto alla Cgil”, dice Faraldi divertito. “Lucidissimo, una colonna portante della nostra comunità”.

Cosa fare dunque? “Servono infermieri. Servono negli ospedali e anche sul territorio. E bisogna potenziare la telemedicina. Pensiamo a come potremmo fare più agevolmente gli elettrocardiogrammi”.

Francesco Talarico è medico di famiglia a Torino. “Noi siamo medici ma anche un po’ assistenti sociali, psicologi, amici, supporto”. Talarico non lo dice per sostituirsi a chi di mestiere si occupa della cura psicologica delle persone ma per sottolineare quanto i medici di famiglia siano per molte persone un punto di riferimento. “Siamo un po’ come i preti e i carabinieri”, dice scherzando riferendosi soprattutto alle realtà piccole, ai piccoli centri dove gli anziani sono ancora più soli. “A volte piombano in ambulatorio e mi arrabbio perché è pericoloso per loro, ma innocentemente rispondono che hanno trovato il telefono occupato e vogliono vaccinarsi”, dice sconsolato.

“Il carico di lavoro è fuori controllo e noi siamo isolati anche dalle Asl. Sto aspettando il risultato di un tampone di un mio paziente da dieci giorni”. La situazione è drammatica. “E sul territorio non è stato fatto alcun investimento. Ecco perché stiamo così”. Talarico ha 65 anni ed è medico dal 1980. “Il problema dell’assenza di ricambio generazionale è tra i nodi cruciali del sistema. E siamo anche a rischio per l’età, in questo momento di pandemia”.

Massimo Carlo Benetollo che fa il medico di famiglia a Spinea in provincia di Venezia, il Covid ce l’ha avuto, durante la prima ondata. “Ho avuto tanta paura, ma ora sto bene”. Benetollo lavora dal 1986. “Tutti dicono ‘chiamate il medico di famiglia’ e noi non possiamo far fronte a tutto. Ma siamo gli unici sul territorio, facilmente reperibili tutto il giorno. “Un mio paziente è stato ricoverato pochi giorni fa. È in rianimazione. E ha solo sessantuno anni”. Perciò Benetollo si arrabbia quando sente dire che tanto ormai i positivi sono tutti asintomatici. “Un altro mio paziente ha 53 anni, diabetico e obeso, ora ha la polmonite bilaterale. Avrà danni permanenti”. E gli anziani? “Gli anziani hanno paura, tanto. Li vedo intimoriti, hanno capito che sono i soggetti più a rischio. Sono fragili. Ma è impensabile pensare di isolarli. Non è quella la soluzione”.

“Telefono, whatsapp, mail. Con questo tipo di comunicazione si perde il contatto fisico, base della nostra professione. Manca a noi e manca ai pazienti”, dice Fausto Favit medico a Mestre. Ma gli anziani sono quelli meno abituati a usare i mezzi tecnologici. E questo è un impaccio. Anche se molti si sono dati da fare sostenuti da amici, parenti, nipoti”. Certo è che gli anziani vanno sempre meno in ambulatorio perché hanno capito il rischio che corrono e se ne stanno a casa. “Le persone anziane sono le più prudenti perché sanno di essere i più fragili. E invece sono proprio quelli che avrebbero più necessità di venire a studio”.

Ma non c’è solo il Covid, come ricorda un altro medico di Mestre, Tiziano Fontanella. “Spesso noi possiamo fare poco. Ci vorrebbe un sostegno territoriale più robusto. Certe cose non riusciamo a farle. Mi accade di andare a casa di pazienti che stanno male per altre patologie e magari non posso aiutarli concretamente perché servirebbe un infermiere”, dice “E poi magari per una stupidaggine, curabile a domicilio, le persone vanno a finire al pronto soccorso. Pensiamo a una persona disidratata d’estate. Basterebbe una flebo, da fare a casa, con un infermiere. E invece si va in ospedale”. E spesso sono proprio gli anziani a finirci, quando invece potrebbero essere curati a casa propria.