Le elezioni americane hanno espresso un ampio consenso a favore di Trump, decisamente superiore a quanto previsto dai sondaggi. Il contemporaneo successo nei singoli stati, e nell’insieme del voto popolare, dà a Trump non solo la presidenza, ma la maggioranza al Senato e alla Camera e alla Corte Suprema (già a maggioranza repubblicana). Sarà quindi per il suo governo possibile nominare altri due giudici per scadenze durante il mandato presidenziale, così come esprimere una nomina di fiducia alla Federal Reserve. Non è consueto che i vari contrappesi della democrazia americana (istituzionali, giuridici, economici) abbiano tutti la stessa connotazione, dando così mano libera totale alle scelte del nuovo presidente. In molte altre elezioni, compresa quella vinta da Trump contro Hilary Clinton, si era verificata una differenza fra i risultati nei singoli stati e il totale del voto popolare. Questa volta Trump ottiene, anche nel voto complessivo, un netto distacco dalla Harris.
Si tratta di una svolta a destra indiscutibile, molto più ampia di quella del 2016 e che riguarda un candidato già ampiamente conosciuto e provato, che, caso raro (é solo la seconda volta), viene rieletto dopo aver perso la consultazione precedente.
Da cosa è dipesa la vittoria di Trump?
Da cosa è dipeso? L’analisi numerica indica che nel caso americano il problema non è imputabile prevalentemente all’astensione: ha votato circa il 65% degli aventi diritto, una delle più ampie partecipazioni. È cambiato invece il mix di votanti: in leggera crescita numericamente quello repubblicano e in forte calo quello democratico. I democratici non hanno recuperato quanto previsto nei sondaggi dal voto delle donne che pure in buona maggioranza li ha premiati. Il voto fra gli afroamericani resta molto alto, ma inferiore a quanto realizzato da Biden, con un lieve calo rispetto al 2020 anche fra gli ispanici.
Mentre i repubblicani, che hanno confermato, e in parte ampliato, i loro punti di forza, in particolare fra gli elettori maschi e bianchi, ottengono anche un buon risultato fra gli ispanici, nonostante le invettive verso di loro durante la campagna elettorale.
Per quanto riguarda le espressioni di voto per religione, fra protestanti e cattolici il vantaggio di Trump è netto. Soprattutto fra i più giovani, il risultato è in parte inatteso. Per i govani di età fra i 18 e i 29 anni è in testa Harris, ma poco sopra il 50%, con un forte recupero di Trump rispetto al 2020. Nella fascia fra i 30 e i 44 anni si nota una sostanziale parità. Tra i 45 e i 64 anni è in testa Trump, mentre torna la parità anche fra gli over 65.
Si conferma la diversità di voto fra ambenti rurali e urbani (dalle periferie delle grandi città fino alle aree rurali la maggioranza è repubblicana). Più complicato è interpretare il perchè di queste scelte da parte dell’elettorato. I commenti più comuni parlano di semplicità e utenticità, di un messaggio più diretto (ad esmpio sulle guerre) da parte di Trump (volgarità comprese), tipico di un populismo che può far sembrare credibile un miliardario che attacca le élite. Sull’altro versante il difficile rapporto col mondo del lavoro, le modalità della sostituzione di Biden, l’errore nella scelta del vice presidente. Tutte cose vere e che in parte hanno inciso, ma solo in parte. Le proposte di Trump non si può dire non fossero esplicite: protezionismo con dazi e tariffe ,immigrazione, aborto, istituzioni internazionali, ambiente e negazionismo. Gli elettori, uscendo dai seggi, hanno dichiarato a numerosi istituti demoscopici che la priorità della loro scelta era legata all’economia, intendendo con questo maggiori sgravi fiscali per i singoli e non investimenti e sviluppo. Il proprio status sociale (già in gran parte precario) pare sia stato quindi elemento determinante nell’immediato, per il futuro si vedrà fra quattro anni.
Un profondo problema sociale in America
Anche in America si ripropone dunque un profondo problema sociale. In questo contesto libertà personali e democrazia per una parte dei cittadini rischiano di essre viste come alternative fra di loro, un problema grande in cui individualismo e solitudine sono due chiavi di lettura che portano a invidia per chi sta appena meglio (chi sta molto meglio diviene un esempio) e a paura verso chi sta peggio che migliorando la sua situazione potrebbe portarti via qualcosa (emblematico in questo caso una parte del voto degli ispanici in relazione agli interventi promessi sull’immigrazione).
Si forma cosi una identità distorta che dà fiato al ruolo del capo: se non conti niente, se non ti fanno scegliere almeno decidi chi comanda. Non c’è dubbio che la destra impersonifichi meglio queste pulsioni e che ci si, almeno in parte, analogia fra l’indirizzo degli elettori americani ed italiani (più direttamente i primi, più con l’astensione i secondi).
Non è un clima facile da rimontare, soprattutto a livello culturale. La perdita di consenso è forte e non la si riacquista scimmiottando i temi di destra (è piu credibile l’originale). Il corporativismo (assieme all’autoritarismo, al liberismo coniugato col protezionismo) è uno dei principali elementi da affrontare (più difficilmente ancora in America dove l’universalità ha sempre avuto scarsissimo spazio). Ma anche il voto degli americani dimostra che questa è la montagna da scalare, altrimenti non stupiamoci del voto a favore di un candidato che aveva dichiarato di voler governare a prescindere dal risultato elettorale, rivendicando il proprio tornaconto personale.
Di Fulvio Fammoni










