L’attualità dei consultori familiari, cinquanta anni dopo la legge 405/75

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A 50 anni dalla legge che li ha istituiti, i consultori familiari sono in crisi a causa della mancanza di personale e dell’abbandono della  presa in carico inter-professionale dei bisogni. Claudia Carlino, della segreteria nazionale dello Spi Cgil, ribadisce l’importanza che i consultori hanno avuto nella salute pubblica del Paese. Secondo la sindacalista i consultori devono adattarsi ai nuovi bisogni e ai cambiamenti demografici, includendo l’estensione degli screening oltre i 65 anni e un approccio più ampio alla salute femminile e di genere.

Esattamente cinquanta anni fa, il 29 luglio 1975 entrava in vigore la legge n. 405, con la quale prendevano il via i primi consultori familiari. Una legge arrivata dopo anni di mobilitazione e grazie anche alle pressioni dei movimenti femministi che chiedevano servizi pubblici a tutela della salute della donna e della famiglia. La legge sui consultori conteneva un’idea avanzata di welfare, basata sulla vicinanza ai cittadini e sulla interdisciplinarità sociosanitaria nell’assistenza. Per la prima volta le donne, anche minorenni, avevano a disposizione un luogo gratuito dove ricevere informazioni, consulenza e assistenza sulla salute sessuale, sulla maternità consapevole, sulla procreazione responsabile.

Cinquant’anni dopo, a che punto siamo? I consultori familiari non godono di buona salute. Da troppi anni sono sotto-finanziati, depotenziati, resi periferici nella programmazione regionale. A causa della mancanza endemica di personale medico e paramedico e dell’alto numero di obiettori di coscienza, non sono più il presidio sanitario che avrebbero dovuto essere secondo la legge 405: un luogo di prossimità, in grado di accogliere e accompagnare i bisogni sanitari della famiglia e, soprattutto, delle giovani generazioni.

I consultori in Italia

Nel 2021, in Italia, risultavano attivi 1.871 consultori; 1.078 in meno rispetto ai 2.949 indicati dalla legge per garantire il livello standard di almeno un servizio ogni 20mila abitanti. Soltanto tre regioni – Valle d’Aosta, Emilia Romagna e Umbria – possono vantare di essere in regola con le prescrizioni del legislatore. Nel resto del paese, mediamente troviamo un consultorio ogni 32 mila abitanti. Le differenze tra le regioni sono profonde: si passa da un bacino di 12 mila abitanti a consultorio in Valle d’Aosta, a 49 mila in provincia di Trento, a 48 mila in Molise, fino a 66 mila abitanti in Lombardia.

La perdita dell’approccio multidisciplinare

«Da anni assistiamo all’erosione del sistema dei consultori familiari – spiega Claudia Carlino, della segreteria nazionale dello Spi Cgil –. Il personale sanitario va in pensione e non viene sostituito; molti medici lavorano solo poche ore alla settimana o a cavallo tra più di una struttura; alcune specialità sanitarie e servizi, in passato garantiti, sono ormai introvabili. Soprattutto, si sta perdendo l’approccio multidisciplinare, la cooperazione e il dialogo tra specialisti nell’accogliere e risolvere i problemi dei singoli e delle famiglie. Purtroppo, venendo meno la presa in carico dei cittadini da parte di un team professionisti socio-sanitari (dalla ginecologa all’assistente sociale), i consultori si stanno trasformando in poliambulatori». Tutto ciò ha portato, prosegue la sindacalista, a una diminuzione della fiducia nei consultori e, di conseguenza, al ricorso crescente (da parte di chi può permetterselo) ai servizi privati.

Le donne over 65 anni

«È necessario invertire la tendenza. I consultori devono mantener il passo con i tempi: adattarsi ai cambiamenti demografici e ai nuovi bisogni della popolazione.  Ciò significa, per esempio, – spiega la sindacalista dello Spi Cgil – estendere a tappeto gli screening anche oltre i 65 anni, superando il limite previsto dalla legge nazionale che spesso ferma il budget a questa età». A dir in vero, grazie anche alle lotte e alla contrattazione sociale dello Spi Cgil, alcune realtà (Roma e Torino) hanno già implementato screening di massa per le fasce di età più adulte. «Le equipe mediche dovrebbero includere medici specialisti in ginecologia non riproduttiva, per esempio per affrontare le condizioni psicofisiche delle donne nel momento della menopausa, inclusa la depressione e la solitudine»

Vecchi e nuovi bisogni

Insomma, secondo Carlino, i consultori dovrebbero recuperare una visione integrata dei bisogni ed estenderla all’intero arco della vita, dalla nascita fino alla menopausa. Il disagio giovanile è un altro terreno sul quale sarebbe urgente lavorare. Molti psicologi dei consultori sono già utilizzati come esperti nei processi per minori. Perché non intervenire per prevenire e aiutare giovani con problemi di giustizia o implementare gli staff da dedicare alle situazioni di disagio sociale?

La medicina d’anticipo e Case di Comunità

«I consultori hanno fatto un lavoro straordinario per la salute pubblica. Come l’educazione sulla contraccezione, la sessualità e la prevenzione delle malattie attraverso gli screening. In questo modo hanno contribuito a ridurre la spesa sanitaria. Ora è urgente, ribadisce Claudia Carlino, rafforzare la loro interazione con il territorio. È cruciale che il consultorio sia inserito nella Casa di Comunità (come previsto dal PNRR) per interagire con servizi e istituzioni del territorio, quali scuole, comuni ed enti locali. Questo “intreccio” con il tessuto sociale consente al consultorio di uscire dalla propria sede, di dialogare e intervenire, laddove è necessario».

La campagna della Cgil e della Funzione pubblica

La Cgil insieme alla Funzione pubblica rilancia la battaglia affinché i consultori tornino ad essere il luogo in cui lo stato ha un volto umano, perché sa ascoltare e accompagnare la famiglia senza barriere generazionali. I sindacati chiedono ai decisori politici, a chi scrive le leggi, a chi le applica, a chi programma e dirotta le risorse:
1) che i consultori siano potenziati in ogni regione, garantendo organici stabili e multidisciplinari;
2) che siano riconosciuti come servizi pubblici essenziali da presidiare nell’integrazione sociosanitaria con risorse, personale e modelli organizzativi adeguati.
3) che vi sia sempre presenza del servizio sociale professionale, con pieno riconoscimento delle sue funzioni.