La mia Europa. Intervista a David Sassoli

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Varata la nuova Commissione Ue, LiberEtà intervista il presidente del Parlamento europeo, che avverte: «Al momento non ci sono le condizioni per approvare il bilancio». Il futuro dell’Unione si gioca sulla riforma della governance. David Sassoli ha un suo concetto di Europa, che deve offrire più spazio alla conversione ecologica, ai processi democratici, alla vecchiaia, ai giovani.

«Il Parlamento ha il potere di bocciare il bilancio, e al momento ci sono le condizioni perché ciò avvenga. Su riforma della governance e bilancio si gioca il futuro dell’Unione. Ma sono fiducioso: le elezioni hanno dimostrato che c’è voglia di Europa e questa sarà una legislatura fondamentale per rimettere in piedi il cantiere europeo».

Nel suo ufficio romano, David Sassoli, da luglio nuovo presidente del Parlamento di Bruxelles, parla con LiberEtà, sottolineando gli snodi di fronte ai quali si trova l’Unione europea che in molti vorrebbero più debole, e che invece resiste all’onda nazionalista, ritrova l’“orgoglio e l’unità” su decisioni chiave, fa quadrato intorno alle nostre democrazie. Ma parla anche della sua idea di Europa che deve offrire più spazio alla conversione ecologica, alle questioni industriali, ai processi democratici, alla terza età, ai giovani.

Presidente, perché questa legislatura può essere di svolta?

«Perché partiamo dal presupposto che i cittadini hanno dato fiducia alle forze europeiste e messo all’angolo i partiti sovranisti, ma nessuna forza politica è abbastanza forte. Non lo sono né i popolari né i socialisti, e tutto il fronte europeista ha bisogno di trovare convergenze in Parlamento, in Commissione, in Consiglio. È una legislatura che può rimettere in piedi il cantiere europeo, perché è necessaria un’ampia convergenza. Siamo all’ultima chiamata. Per molto tempo la riforma della democrazia e delle regole è rimasta ferma al palo della crisi economica. Abbiamo passato dieci anni a praticare politiche di rigore, ma oggi molti hanno compreso che, se non rimettiamo in moto il cantiere, non riusciremo a promuovere l’attaccamento alla democrazia di cui i cittadini hanno bisogno».

Che Europa vede dal suo osservatorio?

«Un’Europa che può essere orgogliosa, perché è in grado di resistere a chi la vuole più debole, e sono in tanti a scommettere sulle nostre divisioni anche con ingerenze nella vita democratica dei nostri paesi. Questo orgoglio ritrovato nel difendere l’indipendenza dello spazio europeo è un buon punto di partenza. Dobbiamo, soprattutto, essere orgogliosi del fatto che l’Europa rappresenti un baluardo di democrazia, in un mondo in cui questo non è scontato».

In quale direzione dovrebbe andare l’Europa oggi?

«I primi passi della legislatura non sono stati sbagliati. La presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha detto che abbiamo bisogno di una conferenza sulla democrazia per rimettere a posto alcune regole. Sono d’accordo. Il vero tema è come sviluppare la governance democratica. Ma, per fare ciò, abbiamo bisogno di un’Europa in cui la Commissione lavori con due Camere: il Parlamento e il Consiglio dell’Unione (che riunisce i rappresentanti dei governi, n.d.r.). C’è la necessità di ridiscutere dell’iniziativa e del ruolo del Parlamento e della sua partecipazione piena alla negoziazione del bilancio dell’Unione. E attuare la norma, già prevista dai trattati, dello spitzenkandidaten, che consegna ai cittadini il potere di scegliere il presidente della Commissione».

Ma può bastare il lavoro sull’architettura istituzionale?

«La seconda gamba sulla quale lavorare è quella delle politiche. Ciò di cui si avverte il bisogno è che le forze europeiste convergano in maniera differente dal passato. Questa legislatura può segnare una reale discontinuità con l’Europa del rigore che ci ha paralizzato negli ultimi dieci anni. Oggi nessuno è così rigorista da pensare di proporre formule del passato. L’Unione ha bisogno di una scossa, e l’opportunità viene dalla sfida del cambiamento climatico, che non significa soltanto mettere regole per ridurre le emissioni di CO2, ma soprattutto sviluppare tecnologie e quindi lavoro. Chi pensa al cambiamento climatico come a una riduzione si sbaglia. Il green deal è un modo per far crescere l’Europa, non per impoverirla. Allo stesso modo abbiamo bisogno di politiche sul lavoro, sul salario minimo, sulle questioni industriali, materie che interessano anche l’Italia».

Il dibattito sul bilancio pluriennale europeo è entrato nel vivo. Cosa si aspetta?

«È una questione molto politica, tutt’altro che marginale, perché si tratta di capire quali programmi e quali politiche saranno finanziati nei prossimi cinque anni. I governi hanno presentato proposte che il Parlamento non accetterà mai, perché sono la fotografia dell’esistente. Agli Stati dico: basta guardarsi la punta delle scarpe, difendendo il proprio tornaconto nazionale. Al contrario, vogliamo un bilancio più forte, con l’intenzione di portarlo all’1,3 per cento del Pil dell’Unione, proprio per rafforzare tutti i punti sui quali si è impegnata la Von der Leyen: lotta ai cambiamenti climatici, questioni industriali e agricole, ricerca, giovani, protezione del lavoro, investimenti sul modello sociale, immigrazione, terza età. Inutile affermare di volere un’Europa leader della lotta ai cambiamenti climatici se poi non ci mettiamo i soldi. In più vogliamo potenziare i programmi di maggior successo dell’Unione. E invece accade che tra le pieghe delle proposte ce ne sia una particolarmente odiosa».

Quale?

«Il tentativo di portare dentro il Fondo sociale il fondo per le persone indigenti, che oggi garantisce un pasto a quindici milioni di persone impoverite dalla crisi, burocratizzandolo e tagliandone gli importi. Una vergogna. Queste risorse servono a una miriade di associazioni che si occupano di povertà, come la Croce rossa, il Banco alimentare, la Caritas, la stessa Cgil».

Che cosa si può fare?

«Il Parlamento ha il potere di bocciare il bilancio, e al momento ci sono le condizioni perché ciò avvenga. Mi attiverò per chiedere la convocazione della Conferenza che riunisce i presidenti di Commissione, Consiglio e Parlamento. È mia intenzione promuovere un’ampia mobilitazione, coinvolgendo i governi, le associazioni, i sindacati, i Parlamenti nazionali, i partiti».

Lei ha firmato la petizione per una legge quadro sulla non autosufficienza. Cosa può dire in merito?

«È un tema al quale guardo con attenzione e che conduce a considerazioni più ampie anche sul futuro dei giovani, sulla necessità di allargare la protezione sociale e di valorizzare le persone. Gli anziani sono una risorsa. Ma il tema ci pone anche di fronte alla questione del declino demografico che sta avendo un impatto enorme, addirittura violento su molti settori. Anche per questo ho invitato i sindacati ad aprire un tavolo permanente a Bruxelles per seguire da vicino la legislazione europea. Da qui passa il destino della nostra casa comune».