Il sindacato e la politica. Un ricordo di Sergio Garavini

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«Un sindacalista politico», capace di tenere insieme il rigore analitico e, insieme, un orizzonte strategico che non si esauriva nelle indubbie e personali capacità contrattuali, ma che sapeva guardare anche oltre, alle ricadute delle lotte operaie sulla società tutta.

Come ricordò Guglielmo Epifani, Sergio Garavini «seppe interpretare in modo esemplare la nuova missione del sindacalista», intendendo l’organizzazione non solo come difesa, ma come strumento di «potere per cambiare la società attraverso l’autodeterminazione collettiva». In un tempo in cui la sfida per il sindacato è rappresentare una società frammentata, liquida, orfana dei grandi soggetti collettivi del Novecento, una lezione non da poco. L’occasione per parlarne è stato, oggi, il convegno organizzato dallo Spi Cgil al Lingotto di Torino dal titolo: “Sergio Garavini. Il sindacato e la politica”. Tra gli ospiti Luciana Castellina, la segretaria nazionale della Cgil Francesca Re David, il senatore di Avs Tino Magni e la segretaria della Filctem, Cinzia Maiolini.

Chi era Sergio Garavini

Ma chi era Sergio Garavini? Figlio di un industriale, rinunciò negli anni Cinquanta a status e posizione sociale, per abbracciare le ragioni del sindacato, la Cgil, e del Partito comunista in una Torino allora dominata dalla grande fabbrica. Una storia sindacale e politica che attraversa stagioni e fasi storiche che si dipanano dal dopoguerra agli anni Novanta e oltre. Come ha raccontato nella relazione introduttiva il responsabile Memoria dello Spi Cgil, Francesco Palaia, la sua traiettoria parte dagli «anni duri» alla Fiat negli anni Cinquanta, segnati dalla dura repressione della direzione aziendale e dai reparti confino. Con Giuseppe Di Vittorio ed Emilio Pugno sostenne il «ritorno in fabbrica», convinto dalla necessità di conoscere i meccanismi produttivi per riorganizzare il sindacato. Prima segretario della Fiom provinciale, poi segretario della Camera del Lavoro di Torino e poi della categoria dei tessili, fu protagonista di quel sindacalismo autonomo, democratico e unitario affermatosi negli anni Sessanta, sostenendo metodi innovativi di lotta e tutela come lo sciopero a singhiozzo, la contrattazione sui ritmi di lavoro, la consultazione permanente e la centralità della salute in fabbrica. Guidò la storica battaglia sulla salute in fabbrica, trasformandola da «merce monetizzabile» a diritto inalienabile e universale. Negli anni Settanta costruì la «rete antiterrorismo» nelle fabbriche, tracciando un solco invalicabile tra protesta operaia e violenza armata. Sulla contrattazione fu inflessibile: «La contrattazione non è un diritto, ma un atto di forza», dichiarava, promuovendo nel 1987 il primo referendum vincolante tra i metalmeccanici. Segretario nazionale della Cgil (1975-1985) e poi generale della Fiom, rifiutò la logica dell’Eur propugnata dai vertici sindacali che  dal suo punto di vista – rischiava di ridurre il sindacato a un’istituzione «di bilancio» anziché di conflitto. Oppostosi alla svolta della Bolognina e alla concertazione, temeva che la sola tutela dei diritti individuali riducesse il sindacato da «necessario soggetto dello scontro sociale e politico» a «mero agente» subalterno al neoliberismo.

Gli interventi del dibattito

Negli interventi, la lezione di Garavini offre spunti centrali per interpretare le contraddizioni del presente. Stefano Landini (Spi Cgil), introducendo i lavori, evidenzia il valore del «sindacalista politico» e l’urgenza di ricucire lo stretto legame tra la rappresentanza sociale e quella politica.

Luciana Castellina, storica dirigente del Pci e del Manifesto, rievoca il profondo legame politico e personale con Garavini fin dal 1948. Ricorda la comune appartenenza all’«ingraismo» e la stagione torinese in cui la fabbrica fu il centro dell’avanguardia politica e dell’incontro tra nuova sinistra, studenti e operai. Castellina ricorda quando Garavini le affidò la direzione di Liberazione e respinge con forza il pessimismo attuale: di fronte alla disaffezione democratica e all’astensionismo, sottolinea il nuovo impegno dei giovani: «Quello che vogliono è essere protagonisti, la soggettività è una questione fondante» per ridare slancio e partecipazione alla politica.

Tino Magni, ex sindacalista Fiom, riflette sulla perdita di rappresentanza dei lavoratori nelle istituzioni: «Sono l’unico operaio in Parlamento», osserva con rammarico, ricordando la stagione in cui il sindacato e i partiti portavano in aula dirigenti formati sul campo con diretta cognizione di causa. Richiamando l’autorevolezza di Garavini e l’insegnamento del suo maestro Pio Galli («Prima di parlare studia»), Magni denuncia le piaghe della modernità: la precarietà lavorativa, lo sfruttamento e il caporalato. Per trasformare la società, conclude, la politica deve rimettere al centro le condizioni materiali e salariali dei lavoratori.

Cinzia Maiolini, segretaria della federazione che tutela i lavoratori dei settori chimico, tessile, dell’energia, ha richiamato la necessità di un progetto di trasformazione sociale: «Sergio ha cercato di mettere in pratica un progetto complessivo». Se vuole essere un sindacato politico, la Cgil deve comprendere le nuove complessità geopolitiche e sociali. Resta fondamentale la partecipazione: «Decidere senza coinvolgere i lavoratori porta alla sconfitta; la relazione diretta con loro è il nostro unico vero strumento».

Francesca Re David della Cgil nazionale ha riaffermato la centralità del controllo sui processi produttivi e tecnologici: «L’organizzazione del lavoro spetta ai lavoratori». Ha ricordato che «la tecnologia non è mai neutra»: l’algoritmo misura l’intensità del lavoro e costituisce organizzazione da contrattare. Di fronte alle precarietà, ha aggiunto che i fondamentali dello sfruttamento non sono cambiati e che «il sindacato deve farsi incubatore e casa di protezione delle nuove generazioni».

Le conclusioni sono toccate a Tania Scacchetti. La segretaria generale dello Spi Cgil ha sottolineato il valore della memoria storica: «Riprendere i fili della nostra storia non è un esercizio retorico o nostalgico: ne abbiamo bisogno per capire il nostro futuro». Di fronte ai mutamenti e ai rapporti di forza sbilanciati a favore del capitale, «il sindacato» ragiona Scacchetti «non deve rifugiarsi nelle “vittorie morali” che spesso mascherano le sconfitte», ma come ha insegnato Garavini «bisogna capire il lavoro prima di rappresentarlo», alimentando la democrazia e la partecipazione attraverso l’ascolto continuo delle trasformazioni reali. Solo così si possono «intercettare e supportare le nuove generazioni, i giovani precari, le seconde generazioni e i pensionati impoveriti che spesso provano vergogna o rabbia inespressa per la propria condizione».