I cento anni del Partito Comunista

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Il 21 gennaio 1921 Antonio Gramsci e Amedeo Bordiga, in rotta con la linea riformista di Turati e convinti che la rivoluzione sia possibile anche in Italia, abbandonano i lavori del XVII congresso socialista e fondano il Partito comunista d’Italia. È l’inizio di una storia di speranze, di lotte e di passioni, di vittorie e di sconfitte. Una vicenda finita trent’anni fa. 

di Giuseppe Sircana

Un secolo fa a Livorno. “Viva il grande Partito comunista di Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer”. Emendato dell’enfasi, questo slogan, scandito per anni tra mani chiuse a pugno e bandiere rosse, racchiude la storia dei comunisti italiani.
Una storia iniziata cento anni fa a Livorno tra i vicoli e i canali del quartiere Venezia. Qui, al teatro San Marco il 21 gennaio 1921 si riunisce la frazione guidata da Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci, dopo aver abbandonato il congresso del partito socialista in corso nella stessa città. Oggi del vecchio teatro, distrutto dai bombardamenti dell’ultima guerra, non resta che la facciata con la lapide apposta nel 1949 a ricordo dello storico evento.

Il primo tratto di strada del Pcd’I – Partito comunista d’Italia – è segnato dall’egemonia intellettuale e politica di Bordiga che determina un conflitto con l’Internazionale. Con il venir meno di ogni prospettiva rivoluzionaria in Europa, a Mosca sono ormai convinti della necessità del “fronte unico” tra comunisti e socialisti. Bordiga, che è un’integralista ostile a fusioni o alleanze anche con partiti a base operaia, non ci sta. L’Internazionale reagisce favorendo l’ascesa di un nuovo gruppo dirigente, raccolto intorno ad Antonio Gramsci, che imprime un radicale mutamento di linea.

Il nuovo corso di Gramsci. Secondo Palmiro Togliatti senza quel decisivo cambio di rotta, sancito nel 1926 dal congresso di Lione, il partito comunista non sarebbe riuscito ad acquistare forza e prestigio.
Con il nuovo corso il Pcd’I compie un salto di qualità nella «capacità di comprendere le situazioni oggettive, nazionali e internazionali» e di adeguare a esse «non solamente una propaganda e un’agitazione, ma una vera azione politica». Cosa che i comunisti italiani iniziano a mettere in pratica nelle circostanze più difficili dopo l’avvento del fascismo e l’arresto, nel novembre 1926, di Gramsci e di altri importanti dirigenti. Ma non di Togliatti che si trova a Mosca in qualità di rappresentante italiano presso il Comintern. Come osserva Paolo Spriano, il Pcd’I riesce a entrare in clandestinità e a non dissolversi come gli altri partiti tentando una rabbiosa risposta illegale, duro banco di prova per centinaia di «rivoluzionari di professione» che pagano con il confino, il carcere e la vita.

La guida di Togliatti. Dal 1927 la guida del partito viene assunta da Palmiro Togliatti che da Mosca diventa fedele esecutore delle decisioni di Stalin. Per forza maggiore o per convinzione? Si è molto discusso senza giungere a una risposta definitiva, anche se molte reticenze sono venute meno. A cominciare da quella riguardante la famosa lettera in cui Gramsci invita la maggioranza di Stalin e Bucharin alla moderazione nei confronti delle “opposizioni unificate” di Trockij, Zinov’ev e Kamenev. Lettera che Togliatti, schierato con Stalin, non ritiene opportuno trasmettere al comitato centrale del Pcus, suscitando la reazione risentita di Gramsci.

Il potere per vie democratiche. Nel marzo 1944 il rientro, dopo diciotto anni, di Togliatti in Italia provoca un terremoto nel partito. Il compagno “Ercoli” è infatti convinto che la trasformazione socialista del paese debba avvenire non per via rivoluzionaria ma attraverso la progressiva ascesa delle masse popolari al governo della cosa pubblica. Le sue prime scelte lasciano perplessi e disorientano molti militanti: quando sostiene che per liberare l’Italia dai nazifascisti servono i generali badogliani e quando più tardi cerca di convincere i compagni del Nord che l’industria italiana non può privarsi delle competenze di tante persone compromesse con il fascismo. Posizioni non facili da digerire per quei settori del partito legati all’esperienza resistenziale, che con Luigi Longo invoca più radicali epurazioni. Il partito si ricompatta dietro “il migliore”, a parte qualche sacca di scontenti ai quali, prima di essere emarginato, tenta di dar voce il vicesegretario Pietro Secchia, fautore di una linea più combattiva e meno istituzionale.

Il rinnovamento di Longo. Dopo la scomparsa di Togliatti, nel 1964, l’avvento di Longo alla segreteria rappresenta il rinnovamento nella continuità”. L’anziano capo della Resistenza si mostra aperto e sensibile ai fermenti nuovi che si agitano nella società: alle elezioni del 1968, l’anno della contestazione studentesca e della netta condanna dell’invasione della Cecoslovacchia, il Pci balza al 26,9 per cento.

Berlinguer e la solidarietà nazionale. Altre affermazioni elettorali arrivano con Enrico Berlinguer, segretario dal 1972, che sa intercettare lo spostamento a sinistra in atto nel paese e il crescente interesse di una vasta opinione pubblica verso il Pci. Dopo il clamoroso 34,4 per cento alle elezioni del 1976, la sua proposta di collaborazione con le forze cattoliche e socialiste si concretizza nella politica di “solidarietà nazionale” che verrà travolta dall’uccisione di Aldo Moro.

Lo strappo e la fine di un’epoca. Mentre sul piano interno il Pci vive una fase di grande difficoltà, sul piano internazionale accentua e porta a compimento lo “strappo” dall’Urss. Per invertire la tendenza negativa delle ultime consultazioni Berlinguer non si risparmia nella campagna elettorale del 1984 per il Parlamento europeo. La sua morte sul campo e gli imponenti funerali suscitano una profonda emozione in tutto il paese. Quello straordinario tributo d’affetto per il leader scomparso segna la fine di un’epoca, anche se enciclopedie e annali riportano che il Partito comunista italiano si scioglierà a Rimini il 3 febbraio 1991. Trent’anni fa.