Pubblichiamo l’intervista al giudice e scrittore Giancarlo De Cataldo uscita sul numero di dicembre di LiberEtà.

Il giudice e scrittore tarantino ha da poco mandato in stampa la seconda indagine di Manrico Spinori, magistrato un po’ originale, nobile e melòmane. «L’Italia – dice – è uno dei paesi più sicuri al mondo. Soffriamo di un uso politico della devianza».

Magistrato da quarant’anni e giudice di Corte d’assise, da venticinque si occupa di omicidi. Ma Giancarlo De Cataldo è anche scrittore di grande successo, sceneggiatore e autore televisivo. Ha firmato opere come Romanzo criminale e Suburra dalle quali sono stati tratti film e popolari serie Tv. Nel suo ultimo romanzo, uscito a fine novembre, Un cuore sleale, torna il personaggio di Manrico Spinori, magistrato romano di nobili origini, già protagonista del romanzo Io sono il castigo. Un titolo che evoca i western di Sergio Leone, ma in tutt’altro contesto.

«Cinquantenne, aristocratico – spiega De Cataldo – Spinori è un magistrato garantista, uomo perbene, melòmane, disincantato, seduttore naturale. Un personaggio interessante per la sua leggerezza: affronta anche le cose tremende della vita con una grande forza d’animo. Manrico pensa che l’opera lirica rappresenti il grande teatro delle passioni. Ed è possa essere spiegata alla luce di questo genere musicale. Diceva Balzac che gli impulsi che portano all’omicidio sono soltanto due: l’oro e la passione. Cosa che piacque molto a Engels e Marx. Manrico conduce indagini di tipo psicologico, ricostruendo l’universo delle vittime e dei carnefici, e le loro passioni profonde. La scena è la Roma di oggi, una città che l’aristocratico magistrato ci consente di esplorare. E di scoprire che non è soltanto la città di Suburra, di Romanzo Criminale o de La grande bellezza, ma un luogo in cui convivono gli opposti».

Libri, film, fiction di storie criminali: cosa risponde a chi accusa voi scrittori di essere cattivi maestri per aver creato eroi negativi divenuti invece modelli assai imitati?
«Rispondo che l’accusa agli scrittori, soprattutto se magistrati e poliziotti, è una sorta di alibi per nascondere le cause della criminalità: dal disagio economico alla degenerazione socio-ambientale. Invece, dobbiamo individuare e spiegare il confine tra la finzione e la realtà. Un limite riguarda l’impetuosa avanzata dei social network che ha trasformato il rapporto fra realtà e finzione: ora siamo circondati da falsità spacciate per verità. Sto parlando di quella miserabile paccottiglia di menzogne che inonda ogni giorno il web senza nemmeno lo schermo della rappresentazione narrativa. Accade che la parte peggiore di noi entra in risonanza con l’aggressività e con la violenza: ci rafforziamo nelle nostre convinzioni di odio e l’odio è una moneta che si spende molto meglio dell’amore e della comprensione. Dico questo da uomo occidentale che vive in democrazia. Ma se facessimo una passeggiata nei paesi sotto dittatura, ci accorgeremmo che i social network sono invece un alleato prezioso per condurre le lotte per la democrazia. Infine, i cattivi sono figure affascinanti perché il male ce l’abbiamo dentro, appartiene ai miti fondativi dell’umanità e delle stesse religioni, di tutte le religioni. Se racconto il male devo farlo in modo da far comprendere la sua potenza. Altrimenti non avrebbe senso».

Dalla sua aula della Corte d’assise di Roma che Italia vede?
«Faccio il giudice penale da quarant’anni e mi occupo di omicidi da venticinque. Posso testimoniare che si compiono meno delitti. I crimini di sangue sono in costante calo. Alla fine della seconda guerra mondiale si registravano tra i sei e i settemila omicidi l’anno. Ora ci attestiamo intorno ai 250-300. Siamo sicuri come la Finlandia. Roma è tra le capitali più sicure al mondo. Ma queste cose non vengono comunicate, anzi viene posta una particolare enfasi sui casi di omicidio. Siamo il paese nel quale viene dato più spazio alla cronaca nera. Inoltre, se ne fa un uso politico per accrescere il senso di insicurezza dei cittadini. Così si invocano pene più severe, leggi più dure, sentenze “esemplari”. L’Italia è un paese che sa farsi molto male da solo».

Oltre ai gialli, un’altra sua passione è quella del recupero, come ha fatto nel romanzo I traditori, dei valori del Risorgimento.
«Sono stanco di assistere a questo sport di dipingerci peggiori di come siamo. Non siamo così malvagi. È proprio in questa chiave che tento il recupero del Risorgimento. Nei primi cinquant’anni dopo l’unità, siamo annegati in un mare di retorica. Poi siamo affogati nel mare dell’antiretorica e della dissacrazione del mito unitario. Palate di fango sul Risorgimento e sulle ferite inferte in quell’epoca. Dopo 160 anni è il momento di sanarle. Se siamo qui lo dobbiamo anche al Risorgimento».

La sua città, Taranto, è candidata a diventare capitale della cultura 2022. Ma è anche la città dell’Ilva e delle contraddizioni che questo comporta.
«Mi hanno chiesto di dare una mano per Taranto capitale della cultura: ho risposto sì. Sono pronto a collaborare con chi vive nella città, con chi conosce il suo tessuto, con chi ogni giorno si impegna nelle associazioni cittadine, con chi è rimasto e ha resistito. Tento di impegnarmi per la mia città così sofferente. Vorrei scrivere un romanzo sulla storia dell’Ilva. L’obiettivo è rimettere in piedi Taranto. Il meridionalista Tommaso Fiore aveva scritto negli anni Cinquanta Taranto non vuole morire. Ecco, siamo tornati a quel punto: Taranto non vuole morire. Non deve morire».