La nostra scelta di vita. La testimonianza del partigiano Gastone

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«Avevamo messo in conto di perdere la vita. Anche mio padre e mia madre fecero la stessa scelta».

Il 25 aprile di quest’anno, dopo le scene disgustose che hanno occupato le cronache dei giorni precedenti alle elezioni, assume un valore ancora più simbolico se vogliamo continuare a vivere in un paese libero e democratico. Per ricordare il significato della “scelta” fatta da tanti italiani dopo l’8 settembre di imbracciare un fucile e andare a combattere per la libertà e la pace, abbiamo incontrato uno degli ultimi partigiani della settima Gap, Gastone Malaguti. Ecco la sua testimonianza.

«Se fossi ancora giovane…». Di fronte ai racconti di un partigiano chiunque si sente miserrimo. Nell’anno che celebra i settant’anni dalla promulgazione della Costituzione nata dalla Resistenza, ascoltando chi combatté per riportare la libertà in Italia ci colpiscono l’incredibile vivacità e la lucidità. Gastone Malaguti ha 92 anni, ma è rimasto un tipo “fumantino”.

«Se fossi ancora giovane farei qualche guaio, e qualche scapaccione lo mollerei volentieri. Quando penso ai miei compagni morti a quindici anni, e vedo che dopo settant’anni ci sono fascisti come Salvini che vincono le elezioni, mi ribolle il sangue».

Gastone Malaguti entrò nella Resistenza a soli diciassette anni e i motivi per i quali lo fece spiegano molto bene come sia fatto questo bolognese trapiantato a Roma, dall’accento e dal lessico emiliani ancora intatti: «Mio zio fu mandato al confino per molti anni; a scuola uno dei miei migliori amici fu espulso a causa delle leggi razziali; mio padre fu picchiato dalle camicie nere e tornò a casa tutto insanguinato perché si rifiutò di testimoniare il falso per mandare al confino un suo lavorante».

Rischi di morire e ti scappa da ridere. La componente fortuna ha aiutato Gastone più di una volta a evitare di essere torturato o ucciso.«La vita è così, rischi di morire e poco dopo ti scappa da ridere. Io, ateo convinto, passai il Natale del 1944 nella sagrestia di una chiesa a Cavezzo, nel modenese. Il prete collaborava con noi e ci offrì i tortellini. Mentre la perpetua li stava portando in tavola, scivolò e caddero tutti per terra. Il prete ci disse “Se qualcuno di voi vuole bestemmiare, io lo assolvo”».

Eroi per scelta. Eroismo non è una parola eccessiva per chi ha assaltato l’hotel Baglioni pieno di tedeschi o combattuto la mitica battaglia di Porta Lame del 7 novembre 1944 a Bologna. L’orgoglio gappista – i gruppi di azione patriottica formati dalle brigate Garibaldi, comunisti e pronti alle armi – traspare ancora dalle parole di Gastone: «Ci consideravamo un po’ i veri partigiani e la battuta che facevamo tra noi lo spiega bene: “Non siamo mica sappisti”, per distinguerci dagli altri che consideravamo meno coraggiosi».

«La guerra è una cosa schifosa». Sebbene Gastone avesse compiti organizzativi – «è sempre stato un mio pallino, per questo poi ho continuato nella Cgil» – e di accompagnamento dei capi – «ho conosciuto Arrigo Boldrini, Luciano Lama, il padre di Massimo D’Alema» – non rinnega l’uso delle armi. «Quando sento Giampaolo Pansa dire che eravamo dei terroristi mi indigno: in ogni azione abbiamo sempre avvertito i civili per evitare che fossero colpiti e non abbiamo mai torturato un prigioniero. La guerra è una cosa schifosa e quando qualche insegnante fascistoide mi chiede se so quante persone ho ucciso per mettermi in difficoltà, io rispondo: non sono mica un ragioniere», spiega convinto Gastone.

Consapevole che la memoria della Resistenza sia a rischio, il partigiano Efistione («il nome di battaglia me l’ha dato il mio comandante Aldo “Jacopo” Cucchi, perché io scherzando lo chiamavo Alessandro Magno e io ero il suo braccio organizzativo») continua ad andare nelle scuole. «Di partigiani iscritti all’Anpi saremo rimasti qualche centinaio. La scelta di fare iscrivere i ragazzi è giusta, ma si potrebbe creare anche un’associazione “Amici della Resistenza”: l’importante è che si riescano a tramandare i valori per i quali abbiamo combattuto, primo fra tutti la libertà».

Intervista di Massimo Franchi