Oggi il capitalismo senza regole della globalizzazione alimenta disuguaglianze crescenti e svuota gli istituti democratici delle decisioni che riguardano noi tutti. Per questo è quanto mai necessario, anzi urgente, riflettere sul concetto di “democrazia”. Abbiamo deciso di farlo con il libro “Democrazia. Passato e futuro di un’idea” chiamando a raccolta alcuni illustri intellettuali a cui è stato chiesto di spiegarci cosa si sia inteso con democrazia nel corso dei secoli, fino a oggi, e cosa si debba e si possa fare per difendere le nostre democrazie in un momento storico in cui avanzano nazionalsovranismi e si affermano chiusure identitarie.
Già, perché stretta tra il capitalismo antidemocratico della globalizzazione e i sovranismi, la democrazia oggi combatte la sua epocale battaglia per la sopravvivenza. Una lotta a cui sono chiamati proprio sia i singoli individui che le organizzazioni che hanno fatto della democrazia il loro riferimento ideale.

Democrazia è parola antichissima e controversa sin dalle origini. Come ci ricorda l’enciclopedia Treccani, corrisponde a una «forma di governo che si basa sulla sovranità popolare e che garantisce a ogni cittadino la partecipazione in piena uguaglianza all’esercizio del potere pubblico». Concetto che dovrebbe mettere tutti d’accordo e che invece, come poche altre idee filosofiche e politiche, ha diviso l’umanità e continua – nel bene e nel male – a dividerla.

Dall’Atene classica all’avvento della rete, il libro a cura di Antonio Fico ripercorre fino ai giorni nostri le mutevoli vicende di una storia affascinante, attraverso le parole di otto grandi studiosi.
Con Luciano Canfora guardiamo da vicino il funzionamento della democrazia greca, affermatasi in un mondo lontanissimo da quello moderno, ma verso cui abbiamo nonostante tutto un debito di civiltà enorme.
Con Nadia Urbinati ricordiamo le grandi innovazioni economiche e tecniche che sgretolarono l’ancien regime e che portarono, dopo secoli di silenzio, alla riscoperta di un’idea di democrazia radicalmente nuova.
Delle grandi rivoluzioni dell’Ottocento ci parla il filosofo Paolo Ercolani: la Rivoluzione industriale, da cui parte il conflitto tra capitale e lavoro che ha caratterizzato la modernità; quella “democratica” del 1848, in cui accanto alla richiesta del suffragio universale si affiancherà la battaglia per i diritti dei lavoratori.
Lo storico Giovanni Sabbatucci ci accompagna lungo la breve e travagliata esperienza delle demo­crazie liberali, che prima ancora di essere battute dal totalitarismo, patirono i limiti di un progetto di società nato dalla “fusione a freddo” tra liberalismo e democrazia. Un binomio che oggi diamo per scontato, ma che allora non lo era per niente.
Della rinascita delle democrazie nel secondo dopoguerra ne parliamo in questo volume con Marco Revelli: le conquiste degli anni Sessanta e Settanta contribuirono a una genuina crescita democratica della nostra società, con il ruolo determinante del movimento operaio. Mentre oggi una società disgregata e priva dei grandi soggetti politici del Novecento assiste all’affermazione dei populismi, che mutano il tenore e il carattere della nostra democrazia, soffiano sulle paure, minacciano l’esclusione al posto dell’inclusione.
Yves Mény svela l’equivoco su cui oggi giocano i populisti: la finzione “iperdemocratica” di un popolo indistinto che possa decidere senza freni o limiti. Nella realtà – avverte – nessun sistema politico o sociale, democrazia compresa, può funzionare senza forme di mediazione che aggreghino parti del popolo secondo preferenze ideologiche, economiche e sociali.
La politica non è però solo fatta di riti e procedure, ma anche di passione civile. Ce lo ricorda nell’ultima intervista Giovanni De Luna: la democrazia deve parlare non solo alla mente ma anche ai cuori, deve essere qualcosa per cui tornare a militare.
Chiude questo libro un interessante intervento di Michele Mezza sulle opportunità e i rischi della rete. Perché se è vero che oggi molta della nostra libertà passa dal controllo degli algoritmi che governano internet, la mutazione dei linguaggi verso cui ci spingono le nuove tecnologie ha già trasformato la nostra democrazia.

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