Il ciclone Harry ha colpito duramente la Sicilia e parte delle coste della Calabria e della Sardegna, mettendo ancora una volta a nudo la fragilità strutturale del territorio e l’assenza di una politica efficace di prevenzione del dissesto idrogeologico. Secondo la Cgil Sicilia, i danni complessivi ammontano a 1,7 miliardi di euro, di cui 1,1 miliardi alle infrastrutture e 600 milioni alle attività produttive, in particolare agricoltura, turismo e mondo del lavoro. Particolarmente drammatica la situazione di Niscemi, dove i danni sono stimati in 600 milioni di euro. Servono interventi urgenti di risanamento e messa in sicurezza, ma soprattutto una risposta immediata al problema abitativo delle persone sfollate. Il ciclone ha quindi riportato al centro del dibattito pubblico il tema della fragilità del territorio e della mancata prevenzione del dissesto idrogeologico. Proprio la Cgil regionale ha redatto un documento che fa la stima di quanto serve per rimettere in piedi Niscemi e la Sicilia dopo le ultime catastrofi. Alla redazione del documento, che analizza cause, responsabilità e proposte dopo l’emergenza, ha contribuito anche lo Spi Cgil Sicilia, con un’attenzione specifica alle ricadute sociali e all’impatto che eventi climatici estremi hanno sulle persone anziane.
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Ne parliamo con Pippo Di Natale, della segreteria dello Spi Cgil Sicilia.
Possiamo ancora parlare di calamità naturale o siamo davanti all’ennesimo disastro annunciato?
«La natura mostra sempre più spesso tutta la sua forza, ma gli esseri umani e le istituzioni hanno il dovere di rispettarla e governarla. Quando si ignorano le norme, gli studi e gli allarmi che da anni segnalano i rischi, non siamo più di fronte a una fatalità, ma a un disastro annunciato».
Nel caso di Niscemi frane e instabilità del terreno erano note da tempo. Perché non si è fatto nulla per prevenirle?
«È una domanda che pesa come un macigno. Occorre cambiare approccio: se un amministratore non ha messo in campo interventi di prevenzione pur avendo risorse e informazioni, vanno accertate le responsabilità. La prevenzione non è un’opzione, è un dovere».
Come sostengono molti geologi, non è il clima a uccidere ma l’incuria. Condividete questa lettura?
«Assolutamente sì. Incuria, superficialità, incapacità e disattenzione sono il terreno fertile su cui crescono le tragedie. Fare finta che il problema non esista, ignorare che la prevenzione salva vite umane e difende il territorio, è un comportamento gravissimo».
Quali disagi stanno vivendo oggi i cittadini, in particolare le persone anziane?
«A Niscemi la solidarietà della comunità è stata forte e immediata e, almeno nella prima fase, nessuno è stato lasciato solo. Ma la vera domanda è cosa accadrà quando i riflettori si spegneranno. È allora che rischiano di emergere solitudine, paura e abbandono, soprattutto tra le persone anziane».
Perché eventi climatici estremi colpiscono in modo più duro la popolazione anziana?
«I dati Ispra indicano che oltre il 25% delle persone che vivono in territori ad alto rischio ha più di 65 anni. Parliamo spesso di persone con mobilità ridotta e senza una rete familiare di supporto. A questo si aggiunge che sono pochissimi i comuni che dispongono di piani di protezione civile pensati per le persone anziane e con disabilità. Questa deve diventare una battaglia identitaria dello Spi Cgil».
Il sistema di assistenza e protezione sociale è stato all’altezza dell’emergenza?
«Credo di sì. Il fatto che oggi stiamo facendo il conto dei danni e non quello delle vittime è un segnale importante. Ma ora si apre la fase più delicata, quella del post emergenza, che non può essere affrontata con superficialità».
Che responsabilità hanno le istituzioni regionali e nazionali?
«La prevenzione è sempre stata considerata un costo e mai un investimento. Si è preferito finanziare sagre e feste patronali piuttosto che interventi strutturali di messa in sicurezza. E non dimentichiamo che la Sicilia è un territorio ad altissimo rischio sismico».
Quanto hanno inciso abusivismo e scelte urbanistiche sbagliate nel trasformare l’evento in una catastrofe sociale?
«Le immagini trasmesse dalle televisioni mostrano costruzioni in aree dove vigeva il divieto assoluto di edificare. Com’è possibile che nessuno se ne sia accorto? E soprattutto: è giusto riconoscere ristori economici anche a chi ha violato le norme? Io credo di no».
Quali conseguenze sociali state riscontrando oggi nelle comunità colpite?
«Per le popolazioni mediterranee la casa è un rifugio, spesso costruito con sacrifici enormi. Perderla è un trauma profondo, simile a quello che si vive dopo un terremoto. Pensiamo ai bambini che hanno visto la propria abitazione crollare o che non sanno quando potranno tornare a scuola. Anche per questo lo Spi Cgil continua il suo lavoro di tutela individuale e collettiva: a Niscemi siamo presenti con un camper per stare accanto alle persone».
Che cosa chiedete alle istituzioni affinché Niscemi non diventi l’ennesimo disastro evitabile?
«Cosa chiediamo? La risposta più ovvia è che facciano il loro dovere. Che individuino le priorità e che si vari immediatamente un programma (che non può non essere pluriennale di intervento) per mettere in sicurezza il territorio e con esso le persone che lo abitano. Invece, il governo ha dato uno spettacolo indecoroso: la nomina di Schifani commissario straordinario, il presidente dell’Ars (adesso sotto processo per reati non di opinione) che promuove una raccolta fondi, Musumeci alla ricerca di qualcuno a cui addossare le responsabilità e infine la Meloni che in Emilia Romagna aveva indossato gli stivaloni da lavoro e abbracciato le persone che incontrava, a Niscemi ha sorvolato in elicottero la zona e ha definito una “piazzata” i cittadini di Niscemi che volevano parlare con lei».
Che messaggio vuole mandare oggi alle persone anziane che si sentono sole e spaventate?
«Che noi ci siamo stati, ci siamo e ci saremo. Può sembrare retorico, ma è esattamente ciò che sento di dire».
Il documento della Cgil Sicilia
“Non è il tempo dello scaricabarile né delle strumentalizzazioni politiche. Colpire i sindaci, che sono le istituzioni più vicine ai cittadini, non serve a nulla”, sottolinea la Cgil Sicilia nel documento presentato alle istituzzioni. “Serve invece un’operazione verità sui fondi spesi, su quelli disponibili e sui ritardi amministrativi che hanno aggravato i danni”. Il sindacato giudica assolutamente inadeguati gli stanziamenti finora messi in campo: 33 milioni da parte del governo nazionale e 13 milioni dalla Regione Siciliana per l’emergenza abitativa di Niscemi. “A fronte di necessità enormi, queste risorse sono risibili e offensive. Le popolazioni colpite hanno bisogno di sostegno immediato, non di annunci”, denuncia il sindacato.
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Secondo la Cgil, l’ipotesi di una new town non è convincente, anche perché a Niscemi circa un terzo delle abitazioni risulta vuoto e inutilizzato. “Occorre una ricognizione immediata degli immobili disponibili e investire nella loro riqualificazione. Sarebbe un’operazione capace di rispondere all’emergenza, rivitalizzare il centro urbano e preservare l’identità della comunità”. A fronte di danni complessivi stimati in circa 1,7 miliardi di euro in Sicilia, e di circa 600 milioni solo a Niscemi, le risposte istituzionali vengono giudicate del tutto insufficienti. Per Niscemi servono risorse immediate e strutturali: fondi per il risanamento e la messa in sicurezza del territorio, per la soluzione definitiva dell’emergenza abitativa e per il sostegno alle attività economiche e al lavoro. Gli stanziamenti annunciati dal Governo nazionale e dalla Regione risultano, secondo Cgil, largamente inferiori al fabbisogno reale e non accompagnati da una chiara programmazione degli interventi.
Le risorse per la Sicilia
Sul piano delle risorse, la Cgil Sicilia indica diverse possibilità concrete: dalla riallocazione di fondi FESR non ancora impegnati – per almeno 250 milioni di euro – all’utilizzo delle risorse della territorializzazione (FUA, SIRU, Aree interne), fino alla riprogrammazione dei fondi sottratti alla Sicilia e destinati al ponte sullo Stretto. “È inaccettabile che risorse sottratte alla messa in sicurezza del territorio vengano destinate a opere che non partiranno prima del 2027, mentre oggi interi comuni sono in ginocchio”. Guardando oltre l’emergenza, la Cgil Sicilia chiede un piano regionale triennale di messa in sicurezza del territorio, con un investimento di 3 miliardi di euro, finanziabile attraverso fondi europei come FESR, PAC e programma LIFE. “La Sicilia è la prima regione per rischio desertificazione e una delle più esposte al dissesto idrogeologico. Senza una programmazione seria e una macchina amministrativa adeguata, continueremo a contare danni e vittime”. Il documento respinge poi l’ipotesi di una nuova città (New town) per gli sfollati e propone invece di investire nel recupero delle abitazioni esistenti, molte delle quali oggi risultano vuote o inutilizzate, per dare risposte più rapide e preservare l’identità di Niscemi. Vengono inoltre indicati altri canali di finanziamento territoriale già esistenti, come le risorse della FUA di Gela, dei SIRU e delle Aree interne, alcune delle quali non risultano utilizzate o addirittura mai attivate. In questo quadro, il Sindacato solleva anche una questione politica più ampia: la sottrazione di 1,3 miliardi di euro alla Sicilia per destinarli al ponte sullo Stretto, chiedendo che tali risorse vengano invece impiegate per il ripristino dei territori colpiti, considerando che l’opera non partirebbe comunque prima di diversi anni.
Infine, il documento lega strettamente il tema delle risorse a quello della capacità amministrativa. Senza un rafforzamento della macchina pubblica – oggi gravemente carente di geologi, ingegneri idraulici e competenze tecniche – anche nuovi stanziamenti rischiano di rimanere sulla carta. Investire nella prevenzione e nella messa in sicurezza del territorio significa quindi non solo tutelare cittadini e ambiente, ma anche creare occupazione qualificata e garantire che le risorse pubbliche vengano spese in modo efficace e tempestivo.
Un piano che, secondo il sindacato, avrebbe anche un forte impatto occupazionale: “Tre miliardi di investimenti in tre anni potrebbero creare fino a 40 mila nuovi posti di lavoro, rafforzando al tempo stesso la capacità di governo del territorio”. La richiesta finale è chiara: “Servono stanziamenti adeguati, immediatamente disponibili, e interventi rapidi. Solo così la Sicilia potrà affrontare gli eventi climatici estremi senza continuare a pagare un prezzo altissimo in termini sociali, economici e umani”.










