Libri/C’erano una volta un paese e una fabbrica

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Il 24 luglio alle 17,30 la presentazione del libro “Il paese e una fabbrica” scritto da Nino Di Tillio, in un’area attrezzata sul Lungo Fiume Tirino, .

Appena fuori dalla fabbrica c’era un agglomerato di case che davano origine a Bussi officine. Il paese nel paese…C’era la scuola, il cinema, l’ufficio postale, la chiesa, il negozio di generi alimentari, la sezione elettorale, un campo da tennis, uno di pallacanestro e un piccolo campo di calcio….”.

Bastano queste poche frasi per precipitare il lettore di “Il paese e una fabbrica” – scritto d’esordio del segretario della Lega Spi-Cgil della Valpescara, Nino Di Tillio -, in quello che fu il Novecento: il secolo delle grandi fabbriche e della centralità del lavoro industriale, delle lotte operaie e poi delle conquiste che servirono a rendere più democratica la nostra società.

Non è retorica: la fabbrica era così importante – ci ricorda l’autore – che poteva arrivare a determinare il destino di un luogo, come accadde esattamente a Bussi sul Tirino. Posto alla confluenza tra la Valle dell’omonimo fiume e la Val Pescara, Bussi sperimentò il primo insediamento industriale già all’inizio del “Secolo breve”.

Nel 1902 – racconta Di Tillio – dopo le captazioni del Tirino nelle condotte forzate, viene realizzata a Bussi la prima centrale idroelettrica di tipo alpino costruita in Italia. Nasce così uno dei più grandi complessi industriali della chimica con la costruzione di diversi impianti. I clorati e perclorati prodotti usati per la produzione di esplosivi, alluminio, cloro, soda”.

La fabbrica entra quasi da subito a far parte della vita dei lavoratori e della comunità locale, in un modo che diventerà sempre più ingombrante. “La fabbrica non spariva quando, timbrato il cartellino, si usciva dallo stabilimento. Restava impressa nella mente, diventava un argomento di conversazione costante con gli amici, al bar, in famiglia”, ricorda Di Tillio.

Dalla fabbrica dipendeva la vita ma anche la morte. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la fabbrica era stata acquistata dallo Stato, che vi produceva l’yprite, il gas velenoso usato durante la Guerra d’Africa.

Le produzioni erano tossiche anche per gli operai, e così nell’immediato dopoguerra cominciano le lotte operaie per ottenere condizioni più salubri di lavoro.

Se da una parte Bussi e il territorio circostante – spiega Di Tillio – potevano vantare condizioni economiche senza paragoni nella provincia, le lavorazioni di materiali tossici portarono al crollo dell’aspettativa di vita. Uno studio rivelò gli effetti devastanti della produzione: l’aspettativa di vita si fermava a 54 anni contro i 72 di altri comuni abruzzesi”.

Il racconto diventa a poco a poco più personale. Nel ‘67 l’autore viene assunto dalla Montedison, allora proprietaria degli impianti, e vi rimarrà per trentacinque anni, fino agli anni Duemila.

Nel libro l’autore ricorda anche l’occupazione di settantacinque giorni dello stabilimento avvenuta tra la primavera e l’estate del ‘75. In quella stagione, che Di Tillio visse da delegato della Cgil e da militante del Partito comunista, la fabbrica giocò un ruolo significativo nel processo di crescita e di emancipazione di migliaia di giovani lavoratori e, a cascata, dell’intera comunità.

Chiude il libro un messaggio di speranza. “Ho voluto – conclude Di Tillio- raccontare la storia di una comunità che per più di un secolo ha vissuto per la fabbrica e con la fabbrica, per lasciare una testimonianza scritta ai giovani…..Con uno sguardo rivolto al passato, non mi resta che sperare in un nuovo rilancio del mio paese. Sperare che i giovani non lo abbandonino a causa della precarietà del lavoro, perché è in loro che è riposta la speranza e la fiducia per continuare a proteggerlo e a valorizzarlo.”