Ai bimbi una fiaba, ai nonni un disegno #11

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Gli ultimi dati sulla pandemia permettono finalmente anche a nonne e nonni di incontrare, con le cautele e le prescrizioni del caso, i loro nipoti. Non solo attraverso uno schermo, come accadeva nel periodo di quarantena. Ma neanche, purtroppo, come succedeva prima del Covid 19. I pericoli di un nuovo contagio sono molti e l’attenzione deve rimanere alta.

Scrivere favole, come hanno fatto tanti di voi, aiuterà a superare anche questa situazione. Perché, come Gianni Rodari ci ha insegnato, descrivono sentimenti ancora veri e nella loro semplicità ci fanno riconoscere.

Provate a scriverne una e, se già ce l’avete, tiratela fuori. In cambio della vostra fiaba, se volete, potrete chiedere ai vostri nipoti un disegno che illustri la storia che avete inventato o che dia semplicemente spazio alla loro immaginazione.

La partecipazione è aperta anche a chi nonno non è, e anche a tutti i nonni che in questo periodo di emergenza hanno visstuto anche con i propri nipoti.

Inviate le vostre favole e i disegni dei bimbi a: redattore@libereta.it
Le più belle storie verranno pubblicate sul nostro sito e anche sul nostro giornale.

Le bacchette magiche

di Anna Padovese

disegno di Federico Pachera

Quella sera, come al solito, Federico prima di dormire raccomandò a sua nonna di fare le magie per tenere lontani i brutti sogni. Infatti, quando era più piccolo, gli capitò un mattino di svegliarsi ricordandosi di un bruttissimo sogno, talmente brutto da farlo star male anche da sveglio! Lo raccontò alla nonna e, da quel momento, ci pensò lei con le sue bacchette magiche a tener lontani i brutti sogni, tutte le notti. Tutte le sere prima di dormire la nonna faceva le magie.

Quelli erano giorni strani in cui all’improvviso capitò qualcosa di cui non si era mai sentito! Niente più scuola, niente amici, neanche il pattinaggio che a lui piaceva tanto! Quasi quasi pareva di essere dentro a un brutto sogno! E quella sera Federico chiese alla nonna di impegnarsi di più con le magie, perché gli giravano nella testa strane idee e temeva di fare brutti sogni. La nonna lo rassicurò: «Dormi tranquillo cucciolo, ché saranno sicuramente sogni dorati, anzi saranno sogni alati!»

E fu così che mentre udiva risuonare la voce ora vicina, ora lontana che gli sussurrava “stella stellina, la notte si avvicina” gli si chiusero gli occhietti e nel sonno tutto a un tratto Federico si trovò in sella a Pegaso, il cavallo alato, a volar tra le stelle.

Pegaso non era un cavallo qualsiasi, non era nato da un cavallo e da una cavalla, ma dalla testa della Medusa, un mostro dai capelli serpentini. Non era mortale come tutti noi, ma immortale. Per il resto, era un cavallo bianco, forte, e un bel po’ inquieto.

Da sempre scalpitava su e giù per le montagne dove era nato, non si fermava mai, tanto che un giorno il monte più alto, l’Elicona, infastidito gli disse:

– Bel cavallo, che cosa vuoi? Hai pascoli verdi, rocce da saltare e burroni da scavalcare! Pascola, corri, salta, sfogati, ma poi fermati, per l’amor del cielo!

Pegaso si impennò, nitrì, e disse con disappunto:

– Pascoli, rocce, burroni? Non so cosa farmene io! Io sono Pegaso, nato dalla Medusa! Io voglio cavalcare più in alto! Io voglio correre fra le nuvole, galoppare da una stella all’altra, saltare l’arcobaleno! Voglio filare via e correre in cielo!

La montagna si stirava, si scuoteva, per innalzare la sua vetta ancora un poco. Dall’alto del monte Olimpo, gli dei videro quella montagna che si innalzava sempre più per far contento Pegaso, e Zeus, il capo degli dei, si preoccupò, volò sopra l’Elicona e disse:

– Monte superbo, che fai? Vuoi diventare alto come l’Olimpo? O forse ancora di più?

– Non sono io che lo voglio, Zeus! –  e gli spiegò la faccenda del cavallo.

Allora Zeus disse a Pegaso:

– Bianco cavallo, figlio di Medusa, ho saputo del tuo desiderio di cavalcare tra le stelle e per impedire che tu faccia altri guai, ti donerò un paio di ali.

In un attimo, a Pegaso spuntarono due grandissime ali bianche.

Il cavallo, con un gioioso nitrito, si tuffò in cielo con un gran colpo di zoccoli, verso le nuvole, le stelle, l’arcobaleno.

Nel punto preciso in cui gli zoccoli si staccarono da terra, nacque una sorgente d’acqua freschissima, che fu chiamata “La sorgente del cavallo”.

Federico nel suo sogno cavalcava in groppa a Pegaso passando tra i carri di stelle, vicino a Giove e Venere e Saturno e Marte, così vicini che pareva di poterli toccare.

– Sono quassù lontano cinquecento miglia, nonna! Penso a te che pensi a me e mi saluti con la mano e un tremito di ciglia!

La nonna da lontano gli rispondeva:

– Occorrono occhi grandi per guardar le stelle del cielo e braccia grandi per l’amore, come le nostre, per tenerci stretti al cuore.

A questo pensava Federico mentre Pegaso correndo lo portava nello spazio. Felice come lui, si sentiva effervescente e godeva della gioia di far parte di quell’universo, delle stelle e dei pianeti.

Al mattino Federico disse alla nonna che le magie avevano funzionato, e lui aveva fatto un bellissimo sogno. Le raccontò che si era ritrovato in sella a Pegaso, il cavallo alato, in un cielo che così non lo aveva mai visto! Stupendo. Un magico cavallo lo aveva trasportato nell’universo, e da lì si poteva godere della vista di tutti i pianeti, anche della nostra Terra!

– Tu mi porti sole e luna nelle tue piccole mani – disse la nonna e, come per un segreto ricongiungersi a ogni giro di vita, aggiunse: – Anche a me da bambina capitava di incontrare il cavallo, ma il cavallo che incontravo io le magie le faceva qui, dove aiutava l’uomo in campagna nelle sue fatiche. Tutte le mattine andavo a scuola a piedi e, appena arrivavo vicino a Porta San Giovanni, venivo accolta da questo rumore “ PUM! PUM! PUM !!! Era un frastuono familiare, in pieno centro della città, cui tutti eravamo abituati…PUM! PUM! PUM!!! Nello slargo di una corte, appena superata la Porta, c’era una bottega dove, nello spiazzo di fronte venivano lasciati dei cavalli, sempre uno per volta, legati con una corta corda a un anello di ferro che si trovava sulla parete del muro. Qualche volta il cavallo legato faceva dei versi: nitriva in modo sommesso, oppure faceva uno sbuffo se qualcuno si avvicinava troppo. Sopra la porta della bottega c’era una grossa scritta: MANISCALCO. Ogni tanto qualcuno si fermava a guardare il suo lavoro: è un mestiere che richiede molto talento. Fare il maniscalco è anche molto faticoso. Ogni giorno chino sugli zoccoli, a ferrar cavalli, con il fumo della fornace che è una bella seccatura. Era un uomo, bello robusto, che trafficava con un grosso e pesantissimo martello sopra un ceppo e il cavallo di turno se ne stava mansueto lì vicino ad aspettare. In pratica, era il calzolaio dei cavalli. I padroni dei cavalli li portavano lì a far riparare le “scarpe”, cioè gli zoccoli, e il maniscalco era il riparatore dei “ferri di cavallo”.

Hai mai visto le scarpe dei cavalli Federico? Tutta la bottega era piena di ferri di cavallo che lui sistemava sui loro zoccoli. Si vedeva che il maniscalco amava prendersi cura dei cavalli. Non usava solo ferri di cavallo e chiodi, ma oltre a svariati martelli, aveva un’ampia gamma di attrezzi. Il punzone che serviva per forare il ferro incandescente, le tenaglie per rimuovere l’eccesso di cheratina, il coltello per ridurre la suola e la forchetta per livellare la superficie su cui applicava il ferro.

– Quando arrivavo alla bottega del maniscalco voleva dire che mi trovavo a metà strada dalla scuola, metà l’avevo percorsa e altrettanta me ne rimaneva. La bottega del maniscalco era un punto preciso che definiva il mio tragitto di andata e ritorno dalla scuola. PUM! PUM! PUM! … il rumore e un odore “pungente” (per non dire puzza!) stavano lì, rassicuranti, ogni giorno, a dirmi dove mi trovavo, nello spazio, nel tempo, nella storia, finché c’era il maniscalco e il cavallo di turno con le scarpe da riparare.

Passavano gli anni, e il maniscalco faceva ogni giorno meno rumore. Si vedevano pochi cavalli legati agli anelli. E una triste mattina, il rumore non si sentì più. La bottega del maniscalco aveva chiuso. Non serviva più. Al suo posto dopo un po’ di tempo aprì un negozio di biancheria. Io andavo in prima media.

Tra sogno e realtà, nonostante la separazione, il luminoso filo d’oro dell’anima ha tenuto uniti Federico e la nonna dentro a una felicità che dimora nel tempo e ch a ogni età si può riafferrare, almeno per un istante, in forme inattese.

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