Addio Italia. Siamo sicuri che il problema sia l’immigrazione?

0
661

La destra al governo vara provvedimenti e orchestra campagne politico-mediatiche criminalizzando le Ong che salvano le vite di migranti disperati. Ma il vero problema sono le decine di migliaia di giovani che sono costretti ogni anno a emigrare per trovare un lavoro dignitoso

Lo spettacolo dei confini. Viaggi low cost carichi di immigrati. È l’ultima trovata che arriva dagli Stati Uniti. Per gestire in modo spettacolare l’immigrazione i governatori repubblicani organizzano voli e bus pieni di richiedenti asilo per spedirli nelle città governate da sindaci democratici. Per il presidente Joe Biden «la destra repubblicana fa politica con gli esseri umani usandoli come oggetti di scena». I giornali progressisti parlano di “spettacolarizzazione dei confini” a scopi elettorali. In Italia la destra non arriva a tanto, ma da anni usa gli sbarchi a Lampedusa per fare propaganda. Il sociologo Paolo Cuttitta spiega in un libro come l’isola delle Pelagie sia divenuta “lo spettacolo del confine” – nell’immaginario italiano ma anche in quello europeo – «l’incarnazione dell’idea di confine, la quintessenza della frontiera. Il suo nome è ormai legato indissolubilmente alle immagini degli “sbarchi” e dei “clandestini” proposte con insistenza dai mezzi di informazione e puntualmente evocate e commentate dai politici». L’ultimo teatrino è stato allestito durante lo sbarco di tre navi umanitarie – Geo Barents, Ocean Viking e Humanity 1 – con un migliaio di naufraghi a bordo. Lo spettacolo è durato una settimana su tutti i Tg e alla fine ha pagato. L’esito della manfrina è stato disastroso e ha provocato una crisi diplomatica con la Francia, ma il neonato governo Meloni ha incassato un consenso strepitoso. Finché l’immigrazione sarà usata così, sulla pelle di migliaia di esseri umani, non ne verremo fuori. Se agli italiani non entrerà in testa che gli immigrati, se ben integrati, sono una risorsa, la destra vincerà le elezioni e continueremo a vedere scene ributtanti. E finché la sinistra non cambierà politica – passando dall’accoglienza umanitaria passiva alla progettualità collaborativa con la sponda Sud del mondo – resteremo un paese senza futuro.

Abbiamo bisogno di loro. Un’occasione per fare un’operazione di verità sull’immigrazione l’abbiamo avuta. Nei mesi della pandemia si è parlato dei “lavoratori essenziali”. Medici e infermieri, ovviamente, ma anche coloro che hanno garantito le condizioni minime per vivere: chi si è preso cura di malati, anziani e disabili; gli stagionali agricoli che hanno rifornito gli scaffali delle frutterie; i dipendenti dei supermercati; i lavoratori e le lavoratrici delle pulizie; coloro che smistano le merci e che mandano avanti treni e bus. Questi lavoratori, come evidenzia il rapporto Inapp 2022, oltre a essere precari, sottopagati e senza tutele, sono in buona parte immigrati. In Europa il 13 per cento dei lavoratori essenziali è nato all’estero. In Italia la percentuale sale al 20 per cento, così come in Belgio, Germania, Svezia e Austria. Per non parlare del settore assistenziale dove più di tre badanti su quattro vengono da paesi lontani. Nessuno ha detto loro grazie, ci mancherebbe. Ma neanche ha provato – nelle tante conferenze stampa durante la pandemia – a far capire l’importanza del loro contributo nel mandare avanti il paese.

L’ipocrisia della politica. Ma dire che gli immigrati sono indispensabili a mantenere il nostro tenore di vita non porta voti. Rende di più criminalizzarli, come dimostra la crescita senza precedenti in tutta Europa dei partiti xenofobi di estrema destra. Eppure, gli imprenditori non la pensano così. «Noi industriali di Verona – ammette in un’intervista all’Espresso Raffaele Boscaini, presidente della Confindustria provinciale – vorremmo più migranti economici, con flussi controllati e guidati certo, ma chiudere i confini non aiuta nessuno».

Decrescita infelice. Nel 1953 i residenti in Italia erano 47,7 milioni. Quanti torneremo a essere nel 2070. Da anni l’Istat ci parla di un virus demografico che sta inaridendo il nostro paese. Attualmente siamo 59 milioni; con questo tasso di natalità saremo 57,9 milioni nel 2030 e 54,2 nel 2050, fino a scendere appunto ai 47,7 milioni nel 2070: quasi dodici milioni in meno. Questa si chiama decrescita (neanche tanto felice). Gli esperti parlano di inverno demografico e di culle vuote. Ma non solo facciamo pochi figli, riusciamo pure a far andare via quelli che abbiamo. Migrantes, fondazione dei vescovi italiani, dimostra che il problema del nostro vecchio e impaurito paese non è l’immigrazione degli stranieri, ma l’emigrazione degli italiani verso altri lidi: «L’Italia ha perso in un anno lo 0,5 per cento di popolazione residente (-1,1 per cento dal 2020) – certifica il rapporto – mentre all’estero siamo cresciuti del 2,7 per cento». Nell’ultimo anno, quasi 135 mila italiani hanno lasciato la loro povera patria per cercare fortuna altrove. Perché? È la domanda che si è fatto il capo dello Stato, Sergio Mattarella: «Se a partire sono soprattutto i giovani dovremmo aprire un’adeguata riflessione sulle cause di questo fenomeno e sulle possibili opportunità che la Repubblica ha il compito di offrire ai cittadini che intendono rimanere o desiderano tornare in Italia». Il governo Meloni poteva dare una risposta nella sua prima finanziaria, ma non l’ha data.

La sovranità demografica. Oltre a fare pochi figli e a far partire quei pochi che abbiamo, l’Italia fa di tutto per far scappare gli immigrati. È vero, entrano di straforo, ma molti se ne vanno. Nel 2022 sono arrivati via mare e via terra 104.851 immigrati. Molti di loro, dopo aver sperimentato le difficili condizioni di vita nei centri di accoglienza, si mettono in viaggio verso altri paesi europei. Ma non abbiamo statistiche sui loro spostamenti. Eloquenti sono invece i dati sugli immigrati regolari. Secondo l’Istat, il saldo anagrafico degli stranieri in Italia nel 2021 è negativo. Quelli che si sono iscritti all’anagrafe sono stati 450 mila; quelli che si sono cancellati 519.450. Risultato: 90.264 stranieri residenti in meno. Quasi quanti ne sono arrivati irregolarmente.

Non è un paese per giovani. Insomma, facciamo pochi figli, quelli più istruiti se ne vanno e non riusciamo a tenerci neanche gli immigrati integrati. E poi c’è qualcuno che si domanda perché l’Italia non cresce. Che futuro può avere un paese che lascia andare via le sue forze produttive? Se oggi gli ultrasessantacinquenni rappresentano il 23 per cento della popolazione, nel 2050 arriveranno al 35 e il rapporto tra giovani e anziani sarà di uno a tre. Questo progressivo invecchiamento comincerà a pesare sulla fascia in età lavorativa che in trent’anni scenderà dal 63,8 al 53,3 per cento del totale. Diminuirà insomma la classe produttiva che con le sue tasse e i suoi contributi sostiene il sistema previdenziale, la sanità, l’assistenza sociale, mentre al contrario aumenterà chi avrà più bisogno di aiuto.

Idee e connessioni. Secondo alcuni economisti i soldi spesi per respingere gli immigrati potrebbero essere impiegati per integrarli e formarli. Non avremmo sulla coscienza le migliaia di persone annegate nel Mediterraneo, e al tempo stesso faremmo qualcosa di utile cominciando a risolvere il problema di carenza di manodopera, di crescita economica e di deficit fiscale. Anche la sinistra manca di visione. Aprire le frontiere ai movimenti migratori potrebbe non solo migliorare la vita di milioni di persone, ma addirittura raddoppiare il Pil mondiale. Questa era la tesi dell’economista Michael Clemens, secondo cui, spostandosi verso le aree più sviluppate, milioni di persone avrebbero guadagnato di più, prodotto di più, consumato di più, pagato più tasse e fatto più figli. «Quando vedo le politiche di limitazione dell’immigrazione – diceva – mi sembra che si buttino migliaia di miliardi di dollari sul marciapiede».

Articolo pubblicato sul numero di gennaio di LiberEtà. Per abbonarsi alla nostra rivista clicca qui