27 gennaio 1945. A ottanta anni dalla Liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, il Giorno della Memoria

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Foto di Dariusz Staniszewski da Pixabay

Il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria, una ricorrenza internazionale, per commemorare le vittime della Shoah e la liberazione del campo di Auschwitz. Quest’anno si celebra l’ottantesimo anniversario di quella data quando le truppe dell’Armata rossa liberarono il campo di sterminio. Le scene che videro quei soldati rappresentano ancora oggi il male assoluto. La giornata è stata decisa dall’assemblea generale delle Nazioni unite il 1° novembre 2005.

Per ricordare questa importante ricorrenza riportiamo la storia di Nerina De Walderstein che venne arrestata a Trieste, il 23 marzo del 1944. Deportata ad Auschwitz e Birkenau, dopo qualche tempo fu trasferita a Plauen per lavorare nella fabbrica delle lampadine Osram. È qui che gli americani la liberano nell’aprile del 1945.

(L’articolo è stato publicato in un vecchio numero del nostro giornale)

Siamo state portate tutte prima ad Auschwitz 1 e poi a Birkenau. Il primo impatto è stato tremendo, spaventoso, perché ci hanno cacciate giù dalle tradotte, proprio gettate giù. Ci hanno fatto spogliare nude, davanti a un blocco, e siamo rimaste là per una giornata intera e una notte… Una notte fredda rigida tremenda, sempre nude. Eravamo tutte fredde e spogliate, ci si stringeva l’una con l’altra, per poterci scaldare. Quello che mi ha fatto più male è che io ero giovane, con me c’erano tantissime giovani, ma c’erano anche tante persone anziane e vedere quelle povere nonne che erano lì nude, disperate, si nascondevano, cercavano di proteggere quelle parti che non dovevano essere viste. Poverine, piangevano, piangevano… Sono rimaste poco tempo, perché siamo state portate tutte assieme dentro, ma dopo pochissimo tempo sono morte. Dopo l’attesa esterna, ci hanno portato dentro nei blocchi, nelle baracche. Dal freddo della baracca ci fecero entrare nella sauna, là ti tagliavano i capelli, ti rasavano e poi ti spedivano avanti. Avevo dei capelli lunghi, biondi, erano belli, un po’ ondulati… Ero giovane… Il polacco, che tagliava i capelli, mi ha preso una ciocca di capelli in mano, me l’ha tagliata, poi mi ha dato una spinta e mi ha mandato avanti. Ero l’unica là coi capelli. Avevo i capelli lunghi, senza una ciocca, e tutti mi chiamavano Ciocchina. Poi ci hanno mandato in un’altra stanza, dove ci hanno nuovamente messo in fila. Iniziarono i tatuaggi. Io sentivo che parlavano, ma non capivo cosa dicevano – il tedesco, lo capivo poco, l’avevo studiato a scuola, ma non più di tanto – quando ero quasi sul punto di entrare anch’io dentro, sento che dicono a un’altra compagna: «D’ora in poi tu non sei più il nome “tal dei tali”, ma tu sei la prigioniera “numero tale”». Ci tatuarono sulle mani la matricola e, così, ci hanno detto: «D’ora in avanti questo è il tuo numero, rispondi a questo nome». Io ho numero di matricola 82132, e con questo numero io ho passato tutto il periodo, sapendo di essere soltanto il numero 82132 e il nome, l’ho dimenticato.

DI NERINA DE WALDERSTEIN, TRIESTINA, DEPORTATA AD AUSCHWITZ