“Kabul e tutto il mondo. Lotta, cura, diritti”. La lotta e le rivendicazioni delle donne afghane come simbolo di questo 25 novembre 2021, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. A sceglierlo è il sindacato dei pensionati della Cgil e il Coordinamento donne Spi Cgil nazionale che tornano a parlare di Afghanistan e del rischio di intere generazioni di donne senza diritti sotto il regime talebano.

«La scelta di queste tre parole nel nostro manifesto non è casuale – spiega Mina Cilloni, responsabile del Coordinamento donne Spi nazionale -. “Lotta” è un termine che come sindacato per noi ha grandissimo valore e non vogliamo che questa sia solo una giornata di celebrazioni e denunce fini a sé stesse, deve essere la costruzione di un percorso che vede le donne impegnate ogni giorno. Proprio per questo i coordinamenti donne delle varie regioni, assieme alle ONG che lavorano per l’Afghanistan, stanno mettendo in piedi azioni concrete di aiuto e sostegno alle donne afghane. “Cura”: le donne curano il mondo e lo fanno lottando con coraggio e speranza, perseguendo le cause in cui credono. E poi c’è la parola “Diritti”: che troppo spesso sono negati alle donne, in Afghanistan e non solo».


LO STUDIO
Si parte dall’Afghanistan quindi ma per arrivare al nostro Paese, dove i femminicidi aumentano di anno in anno (2021: +6% rispetto al 2020). Più difficile indagare invece la questione della violenza sulle donne anziane: l’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – ha stimato che in generale ogni anno fino a 4 milioni di anziani siano vittime di abusi fisici e psicologici, tanto in ambito domestico che istituzionale; problema con un trend in crescita, così come lo è il progressivo invecchiamento della popolazione. Lo studio, datato 2020, condotto su 1.207 donne vittime di femminicidio in Italia nel decennio 2010-2019, ha rilevato che il 27.1% di queste donne aveva età superiore ai 65 anni (8.1% rientravano nella fascia di età 15-24 e 64.8% nella fascia di età 25-64 anni). Si è evidenziata una tendenza decrescente dei femminicidi nel tempo, con un picco nel 2013. Nel 60% circa dei casi l’aggressore era il partner o l’ex partner. È emerso che i comportamenti controllanti erano il più comune tipo di violenza subita indipendentemente dalla fascia di età, seguito dallo stalking tra le adolescenti e donne adulte e dalla violenza fisica nelle donne anziane.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I DATI DEI FEMMINICIDI 2020-2021
Le statistiche raccontano di un 2020 in cui, rispetto all’anno precedente, è aumentato il numero di chiamate al numero antiviolenza 1522, complice probabilmente la pandemia e il lockdown, durante il quale le famiglie sono state a più stretto contatto in casa. Nel 2020 le vittime di femminicidio in Italia sono state 112. Ma la piaga dei femminicidi in Italia è continuata anche nel 2021: si contano da inizio anno 103 donne uccise, di cui 87 uccise in ambito familiare/affettivo (dati dell’ultimo report del Servizio Analisi criminale della Direzione centrale della polizia criminale). Rispetto allo stesso periodo del 2020, si nota un lieve decremento (-2%) nell’andamento generale degli eventi (da 251 casi di omicidio si è passati a 247), ma le vittime di genere femminile sono aumentate da 97 a 103, facendo registrare un +6%. Il bilancio del 2021 è quindi pesantissimo: una donna uccisa ogni 3 settimane nel nostro Paese.


REDDITO DI LIBERTÁ PER LE DONNE VITTIME DI VIOLENZA
Il reddito di libertà è una delle misure varate dal governo per contrastare il fenomeno della violenza di genere. L’intervento sostiene prioritariamente le spese per assicurare l’autonomia abitativa e la riacquisizione dell’autonomia personale della donna che ha subito violenza e il percorso scolastico e formativo dei figli minori. Il contributo è pari a 400 euro mensili pro capite, in un’unica soluzione per un massimo di 12 mesi, entro il limite delle risorse assegnate a ciascuna regione o provincia autonoma. «Non è una grande quota – sostiene Cilloni – però è un inizio, e l’attenzione alla questione abitativa e alla situazione economica della donna è fondamentale. Uno dei motivi per cui le donne spesso rinunciano a denunciare quando sono vittime di violenza è il fatto di non avere un’indipendenza economica.

Si può fare di più? «Sì, – afferma la segretaria – come sindacato possiamo partire dalla contrattazione sociale e territoriale, ponendo grande attenzione ai progetti da presentare, anche nel campo socio-sanitario e di prevenzione del problema quando andiamo a discutere con le istituzioni, ad ogni livello. Non solo: penso ai beni confiscati alle mafie. Perché non farli diventare sede di casa di accoglienza per le donne vittime di violenza, attivando all’interno servizi di supporto e ascolto psicologico?». A proporlo in questi giorni è anche la ministra per il sud Mara Carfagna.

«La violenza maschile sulle donne può essere affrontata solo con un cambiamento culturale radicale, – continua Mina Cilloni – così come ci hanno insegnato l’esperienza e la pratica del movimento delle donne e dei Centri Antiviolenza che da trent’anni resistono a ogni tentativo delle istituzioni di trasformarli in centri di accoglienza neutri, negando la loro natura politica e di cambiamento. Bisogna partire dalle scuole di infanzia: nei coordinamenti donne ci sono spesso insegnanti che collaborano con le istituzioni scolastiche per presentare progetti didattici sul tema, ma dovrebbero entrare a sistema nei programmi di studio. Così si educa a una cultura della parità e del rispetto della diversità. Due sono le parole chiave quindi: “coerenza”, nelle azioni che quotidianamente mettiamo in atto, nel linguaggio e negli atteggiamenti, perché dai discorsi politici si passi ai fatti. E “responsabilità individuale e pubblica”: siamo tutti responsabili in ogni ambito della nostra vita, da quello familiare a quello lavorativo fino a quello dello svago. L’attenzione anche al linguaggio deve esserci costantemente, da parte di tutti e tutte».