Via a vent’anni dalla campagna per seguire un sogno che si chiamava città

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La vite tagliata di Mauro Benedetti, vincitore del Premio Guido Rossa 2024 

La vite tagliata, scritto da Mauro Benedetti, vincitore della quarta edizione del Premio Guido Rossa, è un racconto sulla trasformazione italiana durante il decennio degli anni Settanta. Periodo in cui milioni di italiani, tra cui tantissimi giovani, rivoluzionarono le loro vite svestendo i panni dei contadini per indossare quelli da operai e artigiani nelle città più industrializzate. Un fenomeno sociale enorme che il racconto di Mauro Benedetti ci restituisce in tutti i suoi aspetti, e con grande autenticità. La sua è una scritura che scorre fluida, con dialoghi serrati mai banali, sorretto dal costante gusto per i colpi di scena.  

Il romanzo mette a confronto città e campagna rivelandone pregi e difetti ed evidenziandone bene le trasformazioni. Sa raccontare dall’interno la vita della fabbrica, la crescita degli operai, i loro ideali, le delusioni politiche. Ricorda l’importanza che ebbe la partecipazione all’alluvione di Firenze per quella generazione che divenne poi protagonista della contestazione.  Mette a fuoco la vita privata dei giovani di allora, il loro desiderio di ribellione insieme all’incapacità di sentirsi protagonisti della propria vita.  Infatti, è la complessità della personalità di Riccardo che affascina chi legge; la sua istintività, la ruvida timidezza, il silenzioso risentimento e anche la sua antipatia a diventare caratteri indimenticabili, come nei personaggi dei romanzi di Federigo Tozzi o di Vasco Pratolini, come nello struggente film di Louis Malle: “Cognome e nome, Lacombe Lucien” (1974).

Riccardo scappa dalla campagna pistoiese per sfuggire alla vita dura del contadino che non ha neppure diritto al sogno di un futuro diverso, alla speranza di una vita più comoda, meno solitaria. In campagna bisogna sottomettersi alle leggi della natura come a quella della gerarchia familiare dove un padre padrone decide per te, comanda, impone. La terra ha le sue leggi che Riccardo finirà per comprendere solamente davanti al cadavere del padre: «Provai una profonda pietà per colui che era diventato duro come la terra che doveva dissodare, per i secchi d’acqua che aveva dovuto portare, per la miseria contro cui aveva dovuto lottare».

Sono molti i ragazzi che fra gli anni Sessanta e Settanta scappano dal podere alla ricerca di piccoli piaceri: la vasca da bagno, un cappotto nuovo pagato anche a rate, il sabato sera con gli amici, la frenesia del rock and roll, il lusso di una vetrina costosa in una città elegante come Firenze: «La città era viva, palpitava. Mi piaceva farne parte, viverla, divenirne un componente».

Il carattere istintivo e passionale del protagonista è ben descritto sin dalle prime pagine, quando sradica la vite perché il padre si renda conto della sua decisione irrevocabile, della sua ribellione. Nell’intero racconto l’autore non farà mai sconti alle improvvise violenze di quel ragazzo troppo solitario e parco di parole, capace però di partecipazione generosa durante i giorni dell’alluvione del 1966: «Si lavorava dall’alba al tramonto con la luce del sole, poi con le torce elettriche, si andava a dormire vinti dalla fatica, riprendevamo a lavorare con vigore il giorno seguente».

Ma è la fabbrica a marcare la sua crescita, lì scopre l’euforia del primo stipendio, l’ebbrezza del primo sciopero, lo spessore culturale del compagno sindacalista, Marco; tasselli tutti di una trasformazione che lo vedrà capace di lottare al fianco degli altri compagni.

Il contrasto fra città e campagna, fra vita di fabbrica e vita di podere, sarà la dorsale del racconto, il protagonista non sceglierà mai in maniera definitiva fra le due realtà, fra le due possibilità di vita : «Credevo che tutto fosse facile in città, che presto avrei trovato l’occasione buona per guadagnare e portarvi via dal podere, invece non capita niente», scrive deluso alla madre.  «Pensavo al podere, a mio padre che mai aveva avuto padrone se non il vento, la grandine, il sole, la pioggia, la natura insomma…» pensa deluso, dopo una sfuriata del padrone.

L’incontro con Elisa, di cui non saprà fare a meno, non lo farà mai felice: «Mi ritrovai sposato». Il benessere dell’attico all’ultimo piano, della radio in ogni stanza, della pelliccia della moglie non lo renderà soddisfatto. Sembra di ascoltare la voce roca di Ivan Della Mea che canta: «Viva la vita pagata a rate con la Seicento, la lavatrice, viva il sistema che rende uguale e fa felice. Chi ha il potere e chi invece non ce l’ha…» (Io so che un giorno, 1966). La consapevolezza di essere un ingranaggio del sistema diventerà l’alibi per non rendersi mai conto del sentimento che lo lega a Elisa, della decisione di non fare mai un figlio: «Come si fa a dare vita a un figlio in un mondo come questo?».

Come succede nella vita di molti, sarà la fine dei genitori a cambiare il corso della sua vita. Tornando al podere affronterà i nodi che non aveva avuto il coraggio di sciogliere, ricomincerà a coltivare la terra, a vivere la vita del paese. Elisa lo cercherà, lo cercherà anche Marco il compagno sindacalista per ricordargli la solidarietà della fabbrica, la forza della vita collettiva, tutti valori che era riuscito a condividere.

«La vita è dove decidiamo che sia, dove ci troviamo bene», deciderà Riccardo. Forse ritornerà in città, forse ritornerà al podere. Il finale del libro sembra restare aperto, mai definitivo. Un ribelle come Riccardo avrà sempre la forza di cambiare il corso della sua vita.

La vite tagliata – Mauro Benedetti (Edizioni LiberEtà, euro 8.00) – Puoi acquistarlo qui