mercoledì 28 Febbraio 2024
Home News dal Territorio Sotto le macerie. La ricostruzione post terremoto

Sotto le macerie. La ricostruzione post terremoto

0
Sotto le macerie. La ricostruzione post terremoto

La burocrazia ferma la ricostruzione.  Un anno e mezzo dopo, l’80 per cento delle 2.667.000 tonnellate di macerie non è stato ancora rimosso. Colpa di una burocrazia che rallenta tutto? Non solo. Ma qualcosa si sta muovendo…

di Stefano Iucci

Si fa presto a dire macerie. Più difficile è immaginare davvero quello che vi si nasconde sotto: un intero mondo, quello di chi non c’è più o di chi c’è, ma ha visto travolti pezzi della propria vita. Oggetti, ricordi, mobili: un’esistenza, insomma. E così, nell’Italia centrale sconvolta dal sisma di un anno e mezzo fa – quattro regioni, nove province, 1.250.000 persone coinvolte e 157.000 edifici lesionati – troppe macerie stanno ancora là a ricordare quel che è stato e non sarà più.

Perché le macerie non vengono rimosse? A tanti mesi di distanza, e nonostante un’accelerazione degli ultimi mesi che mette un po’ di ottimismo, l’80 per cento delle 2.667.000 di tonnellate di macerie prodotte dal terremoto non è stato ancora rimosso. Com’è possibile? Solo a parziale spiegazione di questi ritardi c’è da dire che gli interventi necessari sono molto complessi. A cominciare dalle diverse competenze che s’incrociano: da aprile 2017 la gestione delle macerie è materia regionale; però la competenza nazionale per la rimozione è in capo alla protezione civile, a differenza della ricostruzione che è affidata al commissario straordinario. E poi non basta rimuovere. Innanzitutto, bisogna separare i diversi tipi di macerie secondo le tre tipologie individuate dalle norme: beni culturali vincolati, beni di valore architettonico, tutto il resto senza alcun valore.

Poi naturalmente occorre isolare i materiali pericolosi, a partire dall’amianto, e quindi c’è il trasporto e lo smaltimento, facendo di tutto per recuperare la maggiore quantità possibile di materiale inerte che può essere recuperato in edilizia, così da non avere un impatto ambientale troppo forte. Tutto questo è vero: ma non basta a giustificare la poca strada che si è finora percorsa.

Negli ultimi mesi si è consolidata una collaborazione sempre più stretta tra Legambiente e Fillea Cgil che ha prodotto, tra l’altro, un importante osservatorio per una ricostruzione di qualità. «Senza il nostro intervento – spiega Alessandro Genovesi, segretario generale della Fillea –, non avremmo avuto l’assegnazione della rimozione alle varie agenzie regionali per la protezione ambientale e poi alle aziende specializzate». La rimozione, per il sindacalista,  «è la precondizione per la ricostruzione di qualità, per riattivare i circuiti paesaggistici, per la pianificazione del territorio».

Ritardi intollerabili. Sul tema della ricostruzione però i ritardi restano intollerabili. Quali le cause? Certamente non bisogna sottovalutare le difficoltà legate all’orografia degli impervi territori appenninici e alle manchevolezze della catena di comando. Ma i motivi sono anche più profondi e riguardano la gestione della cosa pubblica negli ultimi anni: «Quando hai 163 piccoli Comuni – argomenta Genovesi –, dove spesso chi fa il sindaco lo fa a tempo perso, e nel frattempo hai svuotato le Province e depotenziato gli enti locali, tutto diventa molto difficile. Se sul territorio trovi Comuni con un solo vigile urbano e appena un impiegato che fa tutto, come fai ad affrontare una situazione così complicata? E poi, dopo la rimozione delle macerie c’è da affrontare la ricostruzione. Ecco, io credo che dopo quindici anni di politiche di attacco al lavoro pubblico, ora stiamo pagando le conseguenze».

Manca una legge quadro. Altra questione fondamentale, ma di cui si parla poco, è la mancanza in Italia – unico tra i grandi paesi in Europa – di una legge quadro sulla ricostruzione: «Una norma di questo tipo è assolutamente necessaria – attacca Rossella Muroni, presidente di Legambiente –. Abbiamo bisogno di mettere a sistema il meccanismo che si deve attivare nel momento in cui un pezzo del paese viene colpito da un terremoto o da altri fenomeni devastanti, a partire da quelli derivanti dal rischio idrogeologico». Quando accadono questi eventi catastrofici, ribadisce Muroni, «bisogna sapere con precisione cosa deve fare ciascuno degli attori in campo. Senza una legge quadro che codifichi tutti gli interventi, per ogni azione si è costretti ad andare avanti con le ordinanze». Quest’anno siamo già a quarantacinque: intanto le macerie aspettano e con loro i resti dolorosi di quel passato che si vorrebbe rimuovere – dalle strade, non dai cuori – per far ripartire uno dei pezzi più belli del nostro paese.