Ripensare il futuro di Roma: le nuove sfide per il sindacato

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Dalla sanità ai trasporti, dai rifiuti alla tutela del territorio, dalla sicurezza ai servizi di assistenza. In un convegno promosso dallo Spi Cgil di Roma e Lazio, proposte e idee per un sindacato più presente nel territorio e più vicino ai bisogni dei cittadini. Rocchi, Spi Cgil Roma e Lazio: «Dobbiamo assumere decisioni  su temi che sono essenziali per chi rappresentiamo, per quello che rappresentiamo, ma anche per tutti i cittadini della nostra regione»  La proposta di Ivan Pedretti, segretario generale Spi Cgil «Una vertenza nazionale su Roma per chiedere una legge nazionale sul governo della capitale, così come accade in altri di altri Paesi».

Se non vogliamo soccombere di fronte alle trasformazioni che stanno investendo la nostra società dobbiamo trovare il modo di adeguarci a esse. Nessuno escluso, neppure il sindacato, che deve quindi ripensare il modo in cui rappresenta i bisogni delle persone e di conseguenza il proprio modello organizzativo.

Da questa consapevolezza è nata l’iniziativa organizzata il 20 ottobre, dallo Spi Cgil di Roma e Lazio, intitolata “Ripensare il futuro. Il welfare che cambia. Il sindacato del territorio”. un’occasione per mettere a fuoco elementi di criticità e avanzare nuove proposte utili a dare risposte alle richieste e ai bisogni dei cittadini del territorio regionale, non soltanto anziani e pensionati, e ad affrontare le emergenze che stanno mettendo in crisi il tessuto sociale e la convivenza nella capitale.

«Le questioni che vogliamo affrontare – ha detto Ernesto Rocchi, segretario generale dello Spi Roma e Lazio, nella relazione introduttiva – sono due in particolare: il sindacato dei pensionati nel territorio e la sua vocazione di “agitatore sociale” e la contrattazione sociale come nuova frontiera della confederalità».

I temi sui quali si concentra maggiormente la contrattazione sociale territoriale sono quelli della sanità, dell’assistenza e della non autosufficienza, intorno ai quali è necessario costruire vertenze territoriali che poi confluiscano in una vertenza di carattere nazionale messa in campo a livello confederale.

In un periodo in cui il ruolo dei corpi di rappresentanza intermedi viene messo in discussione ogni giorno di più è necessario mettere in atto «pratiche che nei territori delineano un nuovo protagonismo dello Spi, che ci riportano al tema del nostro reinsediamento e al nostro dover essere sempre di più testimoni e attori del nostro tempo». Più semplicemente: lo Spi deve assumere un ruolo di “agitatore sociale” con iniziative nella quotidianità finalizzate alla coesione e alla solidarietà sociale. Ma questo deve «partire dalla consapevolezza del nostro essere sindacato – ha proseguito Rocchi –, nel senso del significato che questo termine ha nella sua radice greca: syn(insieme) e dike (giustizia), quindi insieme per la giustizia. Una idea di giustizia sociale, perché siamo espressione di una parte della società. Dobbiamo ragionare insieme assumere decisioni conseguenti su temi che sono essenziali per chi rappresentiamo, per quello che rappresentiamo, ma anche per tutti i cittadini della nostra regione».

Il territorio, dunque, come luogo dal quale ripartire per tornare a essere protagonisti. Perché il venir meno delle grandi fabbriche in cui si concentravano migliaia di lavoratori costringe il sindacato a riposizionarsi e a ridefinire il proprio ruolo. «Si impone un cambio di paradigma – ha affermato Ivan Pedretti – ma si pone anche la questione di come faccio il mio mestiere, di conoscere bene il mio mestiere. Uno dei problemi che la Cgil sta vivendo è la sua eccessiva “verticalizzazione” che ha portato a una forte divisione dei ruoli. Ma se non c’è un rapporto diretto con chi si rappresenta, allora si perde la possibilità e la capacità di incidere. Abbiamo bisogno quindi di “orizzontalizzare” il nostro sindacato: se il lavoro sta nel territorio allora il dirigente sindacale deve stare nel territorio. Prima stava in fabbrica, prima ancora nei campi, adesso sta nel territorio. Ma per stare nel territorio deve accrescere la sua qualità professionale, deve sapere che parla anche di sanità, di previdenza, di non autosufficienza, di assistenza, di servizi pubblici eccetera: deve essere un dirigente sindacale che prova a dare risposte sul piano generale e poi alla comunità. Questo dobbiamo fare, perché le persone non si fidano più di noi e se voglio recuperare la loro fiducia devo tornare sul territorio a parlare e confrontarmi con loro».

L’iniziativa non poteva poi non tenere conto della disastrosa situazione in cui versa la città di Roma. «La situazione di Roma – ha detto ancora il segretario regionale dello Spi – è sotto gli occhi di tutti. Da tempo, degrado, solitudine, rabbia compongono il mosaico sociale. Insufficiente attenzione stata data alle aree periferiche, la povertà non è stata ridotta e molte persone soffrono di forme sempre maggiori di esclusione sociale. Le reti (acqua, rifiuti, energia mobilità, rigenerazione urbana) sono essenziali per il funzionamento della capitale, per uscire dalla crisi e avere una prospettiva. Ma la qualità di una città non può prescindere dal sociale, e invece questo aspetto sembra essere stato dimenticato dall’amministrazione comunale».

Una situazione quella di Roma che sta molto a cuore anche al segretario generale dello Spi Cgil: «Io l’ho detto più volte: Roma così non mi piace – ha aggiunto Ivan Pedretti –. È una delle città più belle del mondo, ma quando arrivi trovi sporcizia, topi, incuria, e perfino i turisti due giorni dopo imparano a buttare le bottiglie per terra e a essere irrispettosi. Ma c’è un problema di ripresa morale e di identità dei cittadini rispetto a questo problema? Roma è la bellezza di questo paese e la riduco così? Non dobbiamo accettare questo degrado. Mettiamo in campo una vertenza nazionale sulla capitale per chiedere una legge nazionale sul governo della capitale come c’è in altri paesi. Una vertenza che deve riguardare temi quali la nettezza urbana, i trasporti, l’amministrazione, la casa, i servizi sanitari e sociali, ma dentro un nuovo progetto, una rinascita della capitale, perché l’Italia ha bisogno della sua capitale. E noi possiamo dare un grosso contributo, usando anche le nuove generazioni, la loro intelligenza, la loro voglia di fare start up, in un progetto dove trova spazio anche la piattaforma sulla contrattazione sociale, ma dentro un disegno di grande cambiamento. Ma bisogna avere la voglia di cambiare – ha concluso il segretario generale dello Spi – e ridare ai cittadini romani lo spazio per dire sì la voglio cambiare. Perché riguarda tutti, e non solo l’amministrazione. Questa amministrazione c’è da poco tempo, non è in grado di governare la situazione, di essere un soggetto amministrativo importante, però il degrado c’è da prima. Il mio obiettivo quindi non è se devo cacciarla via ma come riesco a riscattare l’idea di una nuova città».

Numerosi gli interventi di rappresentanti e segretari dei comprensori e delle leghe di Roma e del Lazio, che hanno parlato delle loro esperienze, delle difficoltà quotidiane cui fare fronte, ma tutti concordi sulla necessità di recuperare il rapporto con i cittadini, i lavoratori e soprattutto con i giovani, e di tornare a radicarsi nel territorio attraverso iniziative che rendano il sindacato riconoscibile. In questo modo si potrà riacquistare quell’autorevolezza che arriva dalla capacità di rappresentare i bisogni e i diritti delle persone. Uscire dalle sedi, che restano comunque un presidio importantissimo, e tornare nelle piazze, nei mercati, andare a cercare le persone e parlare con loro, stare dentro i loro problemi, comprenderli e dare loro risposte: solo così il sindacato tornerà a fare bene il proprio mestiere. Ma questo richiede anche un ripensamento del modello organizzativo del sindacato, senza aver paura di affrontare i cambiamenti.