Pellicole militanti: il cinema che racconta la lotta

0
408

Nel decennio delle contestazioni e dei movimenti di protesta il cinema italiano non rimase indifferente e grazie a un gruppo di registi diede vita a un ricco filone narrativo e di denuncia. I maggiori interpreti ne furono Elio Petri e Francesco Rosi. 

Gli anni Sessanta sono ricordati come il decennio dei movimenti giovanili e femministi, delle contestazioni e di nuove prospettive rivoluzionarie. Il cinema non è rimasto indifferente, introiettando lo spirito del tempo. In Italia, proprio allora, ha preso piede un ricco filone cinematografico, comunemente noto come “cinema politico”, grazie all’avvento di un gruppo di registi polemici e agguerriti. Questi autori hanno scelto di prendere di petto ingiustizie e disuguaglianze nella convinzione che qualsiasi miglioramento poteva passare soltanto mettendo in scena il male serpeggiante tra la popolazione o negli uffici del potere.

Tanti sono i nomi da ricordare, dai fratelli Taviani a Damiano Damiani, da Francesco Maselli a Giuliano Montaldo, ma i maggiori interpreti di questa fase sono stati sicuramente due: Francesco Rosi ed Elio Petri. Il primo ha esordito alla regia sul finire degli anni Cinquanta mostrando fin da subito un’intensissima carica critica. Se già i suoi primi due film, La sfida e I magliari, lo mettono sotto una luce di grande interesse, è con il terzo, Salvatore Giuliano (1962), che si consacra come un grande autore. La storia ruota intorno al bandito Giuliano e alle forze politiche ed economiche che lo manovravano, con particolare riferimento alla strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947). L’anno seguente è in sala un altro capolavoro: Le mani sulla città. Il tema è la speculazione edilizia a Napoli. E anche più avanti, negli anni Settanta, e fino al termine della carriera, passando dalla storia vera (Uomini contro del 1970 o Il caso Mattei del 1972) a vicende fittizie ma ispirate a situazioni reali (Cadaveri eccellenti del 1976 o Tre fratelli del 1981), l’idea sarà sempre quella di criticare la realtà, di puntare il dito indice contro le violenze politiche e storiche.

Simile nella postura, ma non nello stile, è Elio Petri. Poggiando sulle interpretazioni del volto più noto del cinema politico, quel Gian Maria Volonté che anche con Rosi ha collaborato a lungo, Petri ha unito una forte tensione sperimentale a un caustico desiderio di denuncia. Con A ciascuno il suo (1967), da Leonardo Sciascia, si focalizza sul potere mafioso siciliano, ma è con i suoi film più noti, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) e La classe operaia va in paradiso (1971), che tocca argomenti ancor più delicati e socialmente scomodi. Il primo segue le grottesche vicende di un alto ufficiale di polizia che indaga su un omicidio commesso da lui stesso, risultando impunibile in quanto uomo delle istituzioni. Il secondo racconta di un operaio stakanovista che perde il dito di una mano mentre lavora: da quel momento si butta nella politica extraparlamentare, tra disagi personali e tentativi di dialogo con i sindacati. Il risultato è un quadro impietoso della classe operaia, costretta a mettere da parte ogni pretesa rivoluzionaria. In entrambi i film il protagonista è Volonté. Nel 1976, Petri realizzerà un film molto complesso e poco ricordato, Todo modo, ancora da Sciascia. Stavolta non siamo in Sicilia, ma in un albergo dove si radunano numerosi politici democristiani. Senza fare nomi, ma con allusioni esplicite, è messa alla sbarra un’intera classe politica, causa principale della decadenza italiana. Volonté interpreta un politico chiaramente ispirato ad Aldo Moro, che appena due anni dopo sarebbe stato rapito e ucciso.

Non mancava il coraggio. Hanno subìto querele, sono stati biasimati, ma questi registi hanno tirato dritto seguendo le proprie idee. Non solo mettere in mostra certi orrori, ma soprattutto farlo senza dimenticare che il cinema è un’arte, e che proprio per questo può dare più forza alla denuncia sociale. Una convinzione dimenticata perché ciò che resta del cinema di impegno civile sembra nascondere programmaticamente ogni suo difetto dietro l’intoccabile bontà del messaggio.

L’articolo a firma di Massimo Castiglioni è stato pubblicato nel numero di LiberEtà di settembre 2025. Per abbonarvi cliccate qui