“Servono più risorse”. Viaggio tra i medici di base del Centro-Sud

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L’ultima tappa del viaggio tra i medici di famiglia parte dall’Emilia Romagna, passa dall’Umbria, scende in Campania per concludersi in Sicilia. Qui, in particolare, l’emergenza sta mettendo a dura prova strutture sanitarie rimaste (quasi) indenni durante la prima ondata della pandemia.

Gilberto Mangianti ha 66 anni, è medico di base dal 1984. Lavora in una frazione di Rimini. Per lui il problema cruciale sono le carenze strutturali della medicina territoriale: «Ci sarebbe bisogno di una profonda riforma. Dobbiamo farci carico stabilmente delle persone non autosufficienti e dei malati cronici perché andiamo verso una società che invecchia sempre di più. Ma il problema è che il nostro sistema è incentrato sugli ospedali». E poi servirebbe il lavoro di squadra: «Servono équipe sul territorio: un medico di medicina generale, un assistente sociale, un fisioterapista, uno psicologo. E la squadra deve essere dotata di strumentazione di primo livello: spirometro, elettrocardiografo, ecografo».

L’emergenza sanitaria ha portato in primo piano la questione della telemedicina da potenziare. Gli ospedali dovrebbero servire soltanto nei casi eccezionali: «Ma per fare tutto questo servono molte risorse, invece si continua a operare tagli alla sanità». Per Mangianti la chiave sta tutta lì: nel riaffermare l’universalità del servizio sanitario pubblico: «È una conquista che abbiamo fatto nel ’78, non dobbiamo dimenticarcene o pensare che sia un diritto acquisito e scontato». Quanto all’emergenza Covid sostiene che sarebbe necessario orientare e rassicurare, ma non ostentare certezze perché ci troviamo di fronte un fatto nuovo.

Che il momento sia particolarmente difficile lo spiega Giuliano Zanotti, medico di base a Ferrara dal 1998. «È un momento di pressione per il nostro territorio rispetto alla prima ondata. Ci sono molti più casi e il sistema mostra i suoi limiti”. E poi c’è tutto il resto, oltre al Covid: «In questo periodo ho avuto due pazienti con infarto e uno andato in sala operatoria. Cosa sarebbe accaduto se il mio ambulatorio fosse stato chiuso a causa della pandemia? Mi sono protetto come ho potuto». La buona volontà non manca, ma si sconta una grande confusione: «Non abbiamo linee guida terapeutiche chiare, e noi ci sentiamo un po’ allo sbando».

In Umbria, a Perugia, lavora la dottoressa Ines Capoccia: «Stiamo attraversando un momento inedito. Cerco di fare il mio lavoro nel migliore dei modi». Quanto alla rete territoriale, afferma: «Non mi sento di dire che siamo totalmente abbandonati. Se ne ho bisogno, posso fare affidamento sugli infermieri delle Asl». Questo è un segno che a volte le cose funzionano. «La cosa più importante è che le persone stiano tranquille, sia chi è malato sia chi non lo è. È fondamentale non avere paura né ansia. Serve la calma, a tutti i livelli», dice con pacatezza.

«Il nostro è un grande impegno anche emotivo», è l’opinione di un altro medico umbro, Alessandro Rossi, che lavora a Narni. «La cosa importante è offrire sostegno, consigli, raccomandazioni, oltre le cure. Ma noi abbiamo pochi mezzi, che invece ci sarebbero potuti venir messi a disposizione. Mancano perfino i dispositivi di protezione individuale: «Ce li siamo comprati da soli». Quanto alle Usca, Rossi esprime qualche perplessità: «Sono sicuramente utili, ma qui in Umbria non hanno apparecchiature che invece potrebbero essere utili per capire se c’è una polmonite in corso, per esempio». Cosa fare allora? «Non si può improvvisare. La nostra non è una medicina del territorio evoluta, è stata impoverita anche la rete infermieristica, e non solo quella. E tanti di noi stanno andando in pensione. Il Covid c’entra poco. La situazione emergenziale c’era anche prima. Ora è esplosa».

Spostandoci a Sud, la situazione appare ancora più complessa. «È come se avessimo perso la bussola», dice concitato Ciro Brancati, medico di medicina generale a Napoli, Fuorigrotta. Brancati ha 81 pazienti Covid: «Hanno un’età tra i 5 e i 73 anni. Li chiamo tutti i giorni. Sto molte ore al telefono con loro. Ma poi ci sono anche gli altri pazienti». Ma perché la Campania è in una situazione difficile? «Le cause sono tante. Ma se pensiamo ai tamponi, molte persone non vogliono stare ai tempi del sistema sanitario pubblico. Per avere i risultati bisogna aspettare molti giorni. Poi ci sono i tempi della sorveglianza domiciliare. Quindi per non dover attendere, bypassano noi come medici ma anche il sistema di tracciamento regionale. Il tampone se lo fanno in autonomia, privatamente e ci chiamano solo quando sono positivi, ma questi casi non sempre finiscono nel sistema centrale regionale». Numeri, alti, che sfuggono al sistema.

La questione sanitaria incrocia quella economica: «Non ci dimentichiamo di tutte le persone costrette a convivere in spazi angusti, dove il rischio di contagio è altissimo. E di quanti vivono di piccole attività. Se sono positivi devono chiudere. E questo vuol dire restare senza un briciolo di entrate economiche».
E gli anziani? «Gli anziani stanno vivendo una fase drammatica dal punto di vista dell’abbandono, fisico ed emotivo. Il distanziamento fisico è diventato sociale. Non possono più vedere i nipoti ma per molti di loro fare i nonni era la migliore medicina possibile. Ora invece non si sentono più collegati con la vita e sentono di non avere un ruolo sociale».

In Sicilia le cose non vanno meglio: «Siamo sovraccarichi, il sistema non regge. La situazione per noi è davvero penosa», dice Bianca Costanza. Lavora vicino a Palermo, a Bagheria. «Le aziende sanitarie stanno rimandando tutto a noi. E l’ufficio di prevenzione non ci dà più nessuna risposta», spiega con la voce stanca di chi è arrivato alla fine di una giornata intensa e ha ancora del lavoro da sbrigare. «Una mia paziente deve fare gli esami oncologici e ha trovato posto per giugno del 2021. Inaccettabile», prosegue. Cosa servirebbe? «Sicuramente aumentare il personale, a tutti i livelli, potenziare i poliambulatori sul territorio e garantire una maggiore comunicazione tra noi medici e gli uffici delle aziende sanitarie locali». Oggi, e dopo la pandemia.