La spesa sanitaria? Sempre più a carico delle famiglie

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Secondo un rapporto di Gimbe, quasi un quarto della spesa sanitaria in Italia è ormai sulle spalle dei privati. Mentre il divario tra Nord e Sud cresce sempre di più. Tra il 2021 e il 2022, si è però ridotto il numero di chi ha rinunciato alle cure 

La tendenza era già stata fotografata da vari osservatori e istituzioni, se non altro in valori assoluti: negli ultimi tre anni la spesa sanitaria a carico dei cittadini è salita di tre miliardi, e se si guarda agli ultimi dieci anni, non si possono che trovare conferme. Dieci miliardi in più sborsati dai cittadini direttamente dalle loro tasche. Ora è Gimbe a fare l’istantanea, non recentissima, ma abbastanza vicina nel tempo: nel 2021, la spesa sanitaria in Italia ha raggiunto i 168 miliardi, di cui 127 di spesa pubblica (75,6%), 36,5 (21,8%) a carico delle famiglie e 4,5 (2,7%) sostenuti da fondi sanitari e assicurazioni. Quasi 40 miliardi di euro sulle spalle dei privati che evidenziano tutto l’affanno del Servizio sanitario nazionale a garantire prestazioni accessibili a tutti.

Per Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, la chiave “è chiarissima: la politica si è sbarazzata di una consistente quota di spesa pubblica per la sanità, scaricando oneri iniqui sui bilanci delle famiglie”.

Ancora:”La crisi di sostenibilità del Ssn sta raggiungendo il punto di non ritorno tra l’indifferenza di tutti i Governi che negli ultimi 15 anni, oltre a tagliare o non investire in sanità, sono stati incapaci di attuare riforme coraggiose per garantire il diritto alla tutela della salute. Serve – ha aggiunto Cartabellotta –  un cambio di rotta”.

Quanto alle diseguaglianze territoriali, il gap Nord-Sud è “ormai incolmabile, e rende la ‘questione meridionale’ in sanità una priorità sociale ed economica”. Infatti, guardando ai punteggi Lea (Livelli essenziali di assistenza) nel decennio 2010-2019, tra le prime 10 Regioni solo due sono del centro (Umbria e Marche) e nessuna del sud, e nel 2020 solo 11 Regioni risultano adempienti ai Lea, di cui solo la Puglia al Sud.

Vi è poi il dato di chi non riesce a curarsi: secondo una recente audizione dell’Istat, sottolinea Gimbe, la quota di persone che hanno dovuto rinunciare a prestazioni sanitarie è passata dal 6,3% nel 2019 al 9,6% nel 2020, sino all’l’11,1% nel 2021. E se nel 2022 le stime attesterebbero un recupero con una riduzione al 7%, l’ostacolo principale rimangono le lunghe liste di attesa (4,2%) rispetto alle rinunce per motivi economici (3,2%).