sabato 22 Giugno 2024
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La forza della memoria

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La forza della memoria

Lia Tagliacozzo, giornalista e scrittrice, è la nipote di un uomo internato nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. I suoi genitori scamparono per miracolo alla deportazione. Il 27 gennaio di 77 anni fa, l’Armata rossa entrava nel lager nazista. Questa data è stata scelta dall’Onu come giorno del ricordo dei milioni di vittime della Shoah. «I miei genitori – racconta a LiberEtà – non parlavano di quella tragedia. E io non chiedevo. Troppo doloroso».

Un’esigenza forte. I suoi genitori, all’epoca bambini, scamparono ai rastrellamenti e alla deportazione. Il nonno paterno, invece, fu ucciso dai nazisti nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, catturato a causa di una delazione. È da questa dolorosa storia familiare, simile a quella di migliaia di ebrei, che Lia Tagliacozzo trae quella che lei stessa definisce «coazione alla memoria». Giornalista e scrittrice, Lia da molti anni ha intrapreso un percorso di ricostruzione della memoria della Shoah e delle persecuzioni razziali che ha trovato concretezza in documentari, libri per ragazzi e nel suo ultimo volume intitolato La generazione del deserto: «Tutto è nato dal fatto che sentivo l’esigenza di riempire quei silenzi contro i quali mi sono scontrata da bambina. C’era un pezzo della storia della mia famiglia che non conoscevo ma che volevo conoscere. Questo non parlare celava qualcosa di molto profondo, complesso e doloroso, tanto da agire in una duplice direzione: da una parte, i miei non raccontavano o raccontavano poco o perlomeno non abbastanza da soddisfare le mie curiosità di bambina; dall’altra, io bambina non facevo domande perché avevo chiaro che comunque si trattasse di un argomento doloroso».
Ma oltre alla spinta personale, c’è stata anche quella motivata da una militanza civile. «Quando ho iniziato a fare la giornalista – prosegue Lia Tagliacozzo – si parlava di ebrei e della deportazione a Roma nelle cronache locali solo in occasione del 16 ottobre 1943. E poi basta. Era una pagina non dico cancellata, ma della quale si parlava pochissimo, come se non riguardasse la cittadinanza nel suo complesso».

Calendario civile. L’argomento non può che spingerci a parlare del 27 gennaio, giornata mondiale dedicata alla memoria delle vittime della Shoah. Una data importante, che rischia però di restare impigliata nelle maglie della retorica e di perdere il reale significato che sottende.

«Il 27 gennaio, il 25 aprile e tutte le altre date del calendario civile del nostro paese tendono, purtroppo, a essere improntate alla sola retorica e a esserne travolte – dice Tagliacozzo –. Le date devono essere ricordate e celebrate, ma anche espunte dal calendario civile che le esprime per ragionarci sopra e tenere conto di tutte le loro implicazioni. Quando vado nelle scuole e rifletto con i ragazzi dico loro: “Guardate che il 27 gennaio 1945 in Italia non è successo nulla” e cerco di spiegare che per capirne il significato vanno considerati il fascismo, il nazismo, le leggi razziali, il confino, le discriminazioni, le politiche coloniali, i tribunali speciali. Per non diventare retorico – prosegue la scrittrice – il giorno della memoria deve affrontare due aspetti. Da un lato, le questioni specifiche della Shoah, che è un fenomeno storico, accaduto in Europa, responsabilità degli uomini, e consistito in uno sterminio industrializzato di massa in paesi nei quali l’antisemitismo aveva un’origine bimillenaria.

Dall’altro lato, bisogna accogliere tutte le domande che i ragazzi fanno a partire da questa riflessione e che riguardano la democrazia, la cittadinanza, la critica, l’integrazione, l’accoglienza, la Costituzione». Trasmettere la memoria alle nuove generazioni è quindi determinante. «I ragazzi hanno molta voglia di conoscere e di discutere. La Shoah è veramente un nodo complicato, che getta la propria ombra sul presente e lo interroga. È importante che le domande interroghino il passato, ma altrettanto importante che interroghino il presente».

Il nostro dovere. La memoria assume così il carattere di un dovere improcrastinabile, intorno al quale costruire una consapevolezza più profonda di cosa ha significato la Shoah. «Non c’è dubbio che la responsabilità che abbiamo nei confronti della memoria comporti un dovere civile. La memoria però non basta – spiega ancora Lia –, bisogna studiare con spirito critico interrogando la storia. Memoria e storia sono le due facce di una stessa medaglia: la prima interroga le ragioni del cuore, la seconda quelle dell’intelletto. Più vengono a mancare i testimoni diretti più noi, che siamo venuti subito dopo e abbiamo avuto la possibilità di sentire raccontare queste vicende dalla voce di chi è sopravvissuto, dobbiamo studiare, e più ancora dovranno studiare i nostri figli e i nostri nipoti che questa opportunità non l’hanno avuta. Per onorare le persone che sono scomparse e per onorare la cittadinanza di cui noi siamo figli è necessario avere a disposizione entrambi gli strumenti».

Il rischio della menzogna. Eppure, nonostante gli sforzi di tenere vivo il ricordo delle persone morte nei campi di sterminio, l’antisemitismo trova ancora terreno fertile. E il rischio è che la menzogna abbia il sopravvento sulla memoria. «Certo, però ricordiamo che l’antisemitismo non è una questione fuori della storia – afferma Tagliacozzo – e le forme che assume sono il prodotto dei processi storici e della loro evoluzione. Oggi, proprio in questi anni di pandemia ad esempio, l’antisemitismo si è congiunto anche con le teorie cospirazioniste. Inoltre, spesso si nasconde dietro l’antisionismo, ma una cosa è criticare le politiche dello Stato di Israele, che è espressione di un diritto, un’altra è negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione». Per non dire poi delle tesi negazioniste che trovano ancora seguito nonostante le evidenze storiche: «Il negazionismo rappresenta una menzogna estrema, ma per me bastano le parole di Pierre Vidal-Naquet, importante storico francese: “Io non parlo con i negazionisti come un astronomo non parla con chi ritiene che la luna sia fatta di formaggio”. Che la Shoah sia esistita è un fatto storico, provato. Bisogna continuare a studiarla certo, perché magari potranno venire fuori nuovi aspetti, diversi da quelli che conosciamo, ma la sostanza è che si è trattato dello sterminio di milioni di persone discriminate e uccise perché erano ciò che erano: ebrei, sinti, rom, omosessuali, testimoni di Geova, disabili. E a questo fatto non si può replicare nulla».

La metafora del deserto. La nostra conversazione, a questo punto, vira sul suo ultimo libro, La generazione del deserto, titolo che deriva dalla tradizione biblica del popolo ebraico, ma che Lia Tagliacozzo usa come metafora per descrivere la condizione di coloro che, come lei stessa, non hanno vissuto la tragedia della Shoah ma ne hanno assunto l’eredità. «La traversata del deserto, ovvero il viaggio di liberazione dopo la schiavitù nell’Egitto del faraone, è fondante del pensiero e dell’identità del popolo ebraico. Un viaggio durato quarant’anni che ha segnato la liberazione fisica e mentale dalla schiavitù. La generazione del deserto alla quale faccio riferimento, invece, è la generazione di mezzo che non è più schiava ma non è ancora libera. Una generazione che pur non avendo vissuto direttamente la Shoah non è ancora libera e porta ancora sulla carne le paure e le cicatrici di quella tragedia. Attenzione, però: anche se parliamo e ci occupiamo della Shoah questo non ci rende testimoni diretti. Io parlo come una persona che non ha vissuto quella tragedia, sebbene le sue conseguenze abbiano sbattuto sulla mia esistenza, condizionato la mia infanzia, la mia crescita, il mio modo di essere donna e madre, e anche il mio modo di essere cittadina».

La rabbia e la paura. Giusto un anno fa, durante la presentazione on line del suo libro, Lia è stata vittima di quello che in gergo viene definito “Zoom bombing”, l’irruzione sugli schermi di un gruppo nazifascista che ha iniziato a insultare gli ebrei, inneggiare a Hitler e mostrare svastiche. «È stato pesante – commenta – ma siamo riusciti a cacciarli. La mia reazione non è stata di paura, ma di rabbia. La paura invece ha toccato altri, magari più giovani, che si sono sentiti aggrediti nel loro spazio privato, peraltro nella nostra casa da cui avveniva il collegamento, dove i nazisti nel 1943 vennero davvero e portarono via le persone della nostra famiglia». I fascisti, i nazisti, eccoli ancora lì, con le loro violenze, il loro odio, le loro miserie. Così la nostra ultima domanda non poteva che essere questa: cosa pensi della proposta di sciogliere le organizzazioni fasciste? «In realtà – risponde Lia – le leggi ci sono, il problema semmai è se vengono applicate o meno. La Costituzione vieta espressamente la ricostituzione del partito fascista. Ma molti episodi non possono essere considerati come finalizzati a questo, perciò è necessario avere degli strumenti legislativi adeguati. Quello che è certo è che la democrazia ha il diritto di difendersi, per cui credo che qualsiasi organizzazione che si rifaccia al pensiero fascista e nazista vada sciolta».

Lia Tagliacozzo, figlia di genitori scampati alla deportazione, è nata a Roma nel 1964. Giornalista, scrittrice, autrice di documentari, collabora con diverse testate tra le quali il Manifesto e Confronti. Ha scritto vari libri per ragazzi dedicati alla Shoah ed è impegnata nella divulgazione del tema della memoria anche nelle scuole