La comicità è una cosa seria. Intervista a Neri Marcorè

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Artista eclettico e persona gentile ha fatto della curiosità e della misura le sue caratteristiche. Che si tratti di teatro, cinema, televisione o musica, porta sempre con sé uno sguardo attento e critico sulla realtà, un gusto raffinato e un’ironia che non sconfina mai nella volgarità Neri Marcorè è uno di quegli artisti capaci di attraversare linguaggi e generi restando sempre autentico. Da diversi anni, ormai, ci accompagna nella festa di LiberEtà. In questa intervista racconta come nasce un personaggio, le differenze tra cinema e Tv, l’influenza dei fumetti e della musica, la forza di Fabrizio De André e Giorgio Gaber.

Come affronta la preparazione di un personaggio?
«Molto dipende dalla scrittura, quindi dalla sceneggiatura e dal copione. Se è convincente e ben strutturato e i personaggi definiti, si parte da un’ottima base. È fondamentale che la struttura narrativa regga, che i personaggi siano credibili. Poi subentra l’interprete, con le sue sensibilità e capacità. Non ho metodi particolari per preparare un personaggio, a meno che non si tratti di figure realmente esistite, come papa Luciani: in quel caso c’è un lavoro di documentazione da fare, guardare filmati, leggere libri. Lo stesso è accaduto quando ho interpretato un ragazzo autistico nella serie E poi c’è Filippo. Mi sono documentato anche con testi scientifici e ho conosciuto anche un ragazzo autistico».

Se dovesse fare una distinzione tra il lavoro per il cinema e quello per la televisione, quali sono le principali differenze?
«Un tempo la televisione, penso alle fiction, era considerata un mezzo minore, spesso snobbata dai grandi attori e attrici. Ma quando il cinema ha cominciato a vivere una fase di flessione, con un calo degli spettatori, ci si è accorti che la Tv raggiungeva numeri ben più alti, offriva maggiore visibilità, e contribuiva anche a far salire le “quotazioni” degli attori. A quel punto la Tv è diventata quasi un obiettivo, e la distinzione tra cinema e televisione si è molto attenuata. Forse un tempo il cinema aveva un’autorialità che non si richiedeva alla televisione, che invece proponeva prodotti più “da passaggio”. Certo, per alcuni grandi maestri la distinzione resta, ma le cose sono cambiate. Una differenza concreta sta nei tempi: in Tv si gira più in fretta, si corre. Al cinema si ha più tempo, si lavora con maggiore cura, anche se oggi alcuni film si girano in appena quattro settimane, cosa un tempo impensabile».

Lei è un grande lettore di fumetti. Questa passione ha influenzato il lavoro da attore?
«I fumetti sono stati un mondo nel quale ho vissuto molto. Mia madre mi ha insegnato a leggere prima di andare a scuola, e da allora ho divorato centinaia di Topolino, per poi passare a Zagor, Comandante Mark, Black Macigno, Capitan Miki, Tex, Mister No, Dylan Dog, Diabolik. Ma se devo parlare di quelli che mi hanno influenzato davvero, penso all’ironia e alla comicità di Alan Ford e Sturmtruppen di Bonvi: mi hanno dato il gusto per l’ironia surreale, il paradosso, un certo tipo di comicità. Credo che mi abbiano plasmato più di quanto pensassi, contribuendo alla mia visione dell’umorismo e della satira».

Ha sempre unito la musica alla recitazione. Come sceglie le canzoni?
«La musica è arrivata prima della recitazione. La prima volta che sono salito su un palco, avevo dodici anni, ed era per cantare. All’epoca non avrei mai pensato di fare questo mestiere, ma poi una serie di combinazioni tra caso e decisioni mi ha portato verso la televisione, le imitazioni e via dicendo. La musica, però, è sempre rimasta un hobby, coltivato nel tempo con chitarra e voce. Negli anni, soprattutto in teatro, ho cercato di integrarla nei miei lavori. Con Giorgio Gallione, regista con il quale collaboro da vent’anni, abbiamo costruito spettacoli in cui la narrazione si alterna alla musica. Poi ho iniziato a fare concerti veri e propri. La scelta delle canzoni dipende dal mio gusto, dal mio passato di ascoltatore, ma anche da brani che scopro o riscopro. La scaletta cambia a seconda della formazione e del contesto: da canzoni più intime e meditative a quelle più pop o rock, adatte a situazioni all’aperto o più energiche. Non direi che le canzoni mi aiutino a costruire i personaggi. Sono due piani diversi. Però, come i libri, i film, le poesie, anche le canzoni aiutano a riflettere, a farsi domande. E tutto ciò che ci fa crescere come persone, prima o poi si riflette anche nel lavoro, magari in modo indiretto».

Cosa l’ha spinta a fare uno spettacolo su De André?
«De André mi ha conquistato progressivamente. Ho iniziato a cantarlo qua e là, fino a quando mi è stata proposta una serata con l’orchestra Toscanini: mi hanno chiesto di leggere poesie, ma ho preferito cantare, e ho proposto un concerto con le canzoni di De André. Visto l’apprezzamento, ho continuato, arricchendo il repertorio. Lo stesso è accaduto con Gaber. Entrambi hanno questa capacità unica: ascoltandoli, ti spingono a farti domande, a guardarti dentro. È come se ti mettessero davanti a uno specchio. Ti aiutano a riconoscere le ipocrisie, le autoassoluzioni, e ti costringono a essere più onesto con te stesso e con gli altri. Entrambi, De André e Gaber, si mettevano per primi sul banco degli imputati. Non giudicavano gli altri, ma partivano da loro stessi. Rappresentano un invito alla consapevolezza, al pensiero critico, all’autenticità. E questa è la chiave che rende ancora oggi la loro opera così attuale e preziosa».

Chi l’ha influenzata di più nelle scelte lavorative?
«Non avevo in mente di fare l’attore. Ho studiato per diventare interprete parlamentare, poi le cose sono andate diversamente. Quando ho iniziato a lavorare in televisione, ho capito che volevo continuare, e ho cercato di colmare le lacune con corsi serali di recitazione e doppiaggio. Avevo i miei riferimenti: Gigi Proietti, Loretta Goggi, Corrado, Vianello, Sordi. E poi Troisi, forse il più grande. Non ho mai voluto imitare nessuno, ma da ognuno ho cercato di cogliere una lezione».

Breve biografia di Neri Marcorè

Neri Marcorè è nato a Porto Sant’Elpidio, in provincia di Fermo, il 31 luglio 1966. Attore, musicista, conduttore televisivo, ha iniziato la sua carriera negli anni Novanta come imitatore.

L’intervista a firma di Maila Nuccilli è uscita nel numero di settembre 2025 di LiberEtà