Intervista de l'Unità a Ivan Pedretti. «Il governo ascolti il Paese e modifichi con noi il Jobs act»

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Il Segretario generale dello Spi Cgil sulle pagine del l’Unità. «In politica riconoscere gli errori è un segno di forza, non di debolezza. Penso che il governo debba rispondere ai bisogni reali del Paese. A partire dai giovani, che al referendum costituzionale hanno votato in masso “No”».

 

 

Ivan Pedretti, segretario generale dello Spi Cgil, a proposito dei vostri referendum abrogativi, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha detto che il Jobs act funziona e quindi non va cambiato.  

«Beh, funziona solo in quanto sta allargando il precariato. In più si sta assistendo ad un aumento dei licenziamenti, soprattutto senza giusta causa. Io penso invece che il governo, dopo l’esito del referendum costituzionale dovrebbe ascoltare i giovani che difatti hanno votato in massa “No”. Giovani che soprattutto al Sud hanno meno diritti, meno salario e sono lasciati soli in rapporto ai datori di lavoro».

Nel Pd però ci sono posizioni più articolate anche da parte di chi ha appoggiato Renzi e ha votato Si al referendum costituzionale. Cesare Damiano e il ministro Andrea Orlando chiedono un confronto con i sindacati per modificare le leggi che chiedete di cambiare, anche quelle sull’articolo 18. Crede che faranno breccia?  
«Io reputo questo nuovo governo totalmente legittimo. E allora penso che debba rispondere ai bisogni reali del Paese. Per farlo dovrebbe aprire un confronto come ha fatto con successo sul tema delle pensioni. Se facesse così sarebbe un governo forte con al centro un Pd forte perché in politica riconoscere gli errori è un segno di forza, non di debolezza».

Invece molti chiedono di andare alle elezioni entro aprile anche per evitare i referendum della Cgil, facendoli slittare alla primavera 2018.  
«Sarebbe la risposta più debole che la politica può dare ai milioni di persone che hanno firmato i nostri quesiti chiedendo al Parlamento di modificare le leggi su voucher, responsabilità solidale negli appalti e reintegra in caso di licenziamenti illegittimi. Mi chiedo: possono essere i voucher lo strumento di lavoro nel futuro? Vogliamo innovare il Paese mandando i giovani dal tabaccaio ad acquistarli? Vogliamo che il futuro sia una riduzione costante delle retribuzioni in un sistema che mette i lavoratori sotto ricatto? Non posso credere che un partito che si dice di sinistra sostenga queste posizioni. In questo caso quando si voterà i nodi verranno al pettine. E sarà il secondo giro di ciò che è accaduto il 4 dicembre».

Pensa che in quel caso si riproporrebbe la cosiddetta “accozzaglia” anti Renzi?  
«Se il governo mantiene l’idea di autosufficienza e non risponde all’esito del referendum costituzione è evidente che lo schema si riproporrà. Io vorrei evitare la strumentalità della destra che appoggia quesiti proposti dalla Cgil. Ma non posso farlo da solo, tocca al governo ascoltarci».
Maurizio Sacconi e Pietro Ichino sostengono che il quesito sull’articolo 18 sia inammissibile perché crea una nuova normativa che allarga il diritto alla reintegra anche nelle aziende con 5 dipendenti e non fino a 15 come nel vecchio Statuto dei lavoratori.  «Questo non lo giudicherà né Sacconi, né Ichino, né io. Lo giudicherà la Corte Costituzionale l’11 gennaio. Sacconi e Ichino in quanto parlamentari devono invece rispondere a quei milioni di lavoratori che chiedono conto dei diritti persi e dei licenziamenti in aumento».

Lei al Direttivo dello Spi ha proposto una mobilitazione. Con quale motivazione?  
«Ho proposto una mobilitazione per fine gennaio o inizio febbraio a sostegno delle ragioni dei referendum chiedendo alla politica di rispondere anche sulla seconda fase della trattativa sulle pensioni e sull’aumento della precarietà e della disoccupazione. In più chiedo agli imprenditori: volete continuare a pensare lo sviluppo solo come riduzione dei salari e dei diritti dei lavoratori?».

La via referendaria in Cgil l’avete decisa a fine 2014 non senza discussioni. Era il momento in cui Renzi era più forte e il sindacato più debole. Due anni dopo le posizioni sembrano ribaltate. Come è potuto succedere?  
«È accaduto perché si è distolta l’attenzione ai problemi reali del Paese. Chi ha governato ha pensato di essere autosufficiente nel ruolo dell’innovatore senza mediazioni. Ma per tenere assieme il Paese serve dialogo sociale. Ai cittadini italiani non va più bene l’uomo solo al comando. Renzi è ancora in tempo per capirlo, ma deve fare in fretta, cambiando strada, ascoltando il disagio sociale».

(Roma, 17 dicembre 2016)