Il benessere degli anziani nel Mezzogiorno. Una risorsa per tutto il paese

0
784

“Il benessere degli anziani nel Mezzogiorno. Una risorsa per tutto il paese” è il titolo dell’iniziativa organizzata dall’Alta Scuola dello Spi Cgil con il supporto dello Spi pugliese, a Bari lo scorso 6 novembre. Con l’obiettivo di fare il punto sulla situazione degli anziani che vivono nel Mezzogiorno. Il convegno si è tenuto nella sede della Cgil pugliese e a fare da padrone di casa e moderatore è stato Michele Tassiello, segretario generale dello Spi regionale. Nei saluti iniziali ha preso parola Gigia Bucci, segretaria generale della Cgil Puglia che ha ricordato Di Vittorio, «un sindacalista che ha fatto capire il valore dei diritti sociali e del lavoro. Il suo pensiero è attuale sempre». Bucci ha poi sottolineato come il lavoro dell’Alta Scuola sia utile a tutta l’organizzazione perchè ci aiuta a capire i fenomeni che determinano i risultati territoriali.

A seguire la relazione di Claudia Carlino, della segreteria Spi Cgil nazionale, che ha sottolineato le ragioni dell’iniziativa: «Vogliamo far conoscere il Meridione senza contrapporlo a Nord. Non c’è un solo Sud e una sola ricetta per il suo sviluppo. Il suo rilancio può essere il rilancio del paese intero. Però, manca una visione di lungo periodo e l’autonomia differenziata cristallizzerà o peggiorerà la condizione di un sistema sanitario profondamente già impari a livello regionale. I diversi Sud lottano, sono vivi e in movimento. La nostra battaglia è anche sconfiggere i pregiudizi sul Sud. La popolazione meridionale sta invecchiando piu velocemente di quella settentrionale. Dobbiamo per questa ragione intervenire velocemente altrimenti chi ha oggi poco avra di meno domani. La desertificazione industriale spinge i giovani a migrare e impoverire di competenze le regioni meridionali. La spesa sociale al Sud si è ridotta drammaticamente riducendo o bloccando l’accesso dei cittadini ai servizi sociosanitari, ai trasporti, alla formazione. Rivendichiamo politiche e investimenti che riequilibrino il divario sociale e di cittadinanza nel nostro paese».

Dopo la relazione della segretaria, ha preso parola il docente dell’Università di Bari, professor Gianfranco Viesti che ha presentato i risultati di una ricerca per approfondire il tema dell’invecchiamento al sud, con una domanda di base: “Invecchiare al sud deve essere sempre così complicato?”. La ricerca del Prof. Viesti orevede una fase 1, con un primo quadro d’insieme della realtà degli anziani nel Mezzogiorno (ottobre 2024); una fase 2 sugli stili e qualità della vita, con un’analisi della rilevazione Istat sugli aspetti della vita quotidiana (gennaio 2025). E la fase 3 che indaga sul come il luogo in cui si vive influenza come vivi: un’analisi delle relazioni fra caratteristiche dei luoghi e qualità della vita degli anziani al Sud (settembre 2025).  «L’importo medio delle pensioni al Sud è più bassa che nel resto del paese – ha raccontato Viesti, delineando il quadro della popolazione anziana al Mezzogiorno – La percentuale di anziani sedentari e relativamente obesi è maggiore al sud, anche se al nord sono di più gli anziani che abusano di alcol. Inoltre oggi gli anziani usano di più le tecnologie internet in tutto il paese, e la dimestichezza con internet dipende dal grado di istruzione.
Piu preoccupante è la vita di relazione. C’è un serio pericolo di isolamento soprattutto per le donne, perche le donne sono piu longeve. La fruizione culturale è in crescita dovunque ma l’anziano del Nord legge di più perche al Sud si è piu legati al consumo televisivo.
Ci sono divari di partecipazione culturali tra chi al Sud nei piccoli centri o nelle città, ad esempio in alcune regioni (Abruzzo, Puglia e Calabria) evidenziamo valori positivi di partecipazione sociale. L’Italia, insieme alla Francia e alla Spagna è uno dei paesi al mondo in cui si vive di più e meglio. A sessanta anni le donne hanno un’attesa di vita di ventidue anni e gli uomini di diciannove. La speranza di vita è differenziata nelle regioni del Sud. La Campania è la regione più giovane ed è quella con più bassa speranza di vita». Parlando di salute, Viesti ha evidenziato come le persone con cronicità al Sud dopo i sessantacinque anni – e delle donne in particolare – sono più alte che al Nord, pur osservando un miglioramento della qualità della vita e un miglioramento degli stili di vita al Sud. L’accesso
ai servizi sanitari è peggiore che al Nord, tanto che quote di cittadini rinunciano alle cure. Il tasso di suicidi è decisamente più basso. Gli anziani del Sud sono tignosi e non si arrendono facilmente. Alcune proiezioni mostrano poi che la quota degli anziani nei capoluoghi del Sud cresceranno e così l’indice di vecchiaia rispetto al Nord. «Questo è un dato di estrema rilevanza per le politiche urbane e sociali – ha detto Viesti – Il sette per cento degli anziani al Sud lavora, sono inoltre meno gli anziani percettori di pensione: l’ottantacinque per cento a Palermo rispetto al novantacinque per cento a Bologna. Ciò dimostra che la qualità di vita del territorio in cui si vive (infrastrutture, offerta di lavori e di servizi) influenza il reddito e la pensione».

La parola poi è passata a Massimo Brancato, coordinatore area politiche per lo sviluppo Cgil, il quale ha sottolineato che «Non basta dire che il governo ignora la dimensione sociale e le diseguglianze del paese, ma il sindacato deve costruire vertenze per cambiare il modello. Il Pnrr non è stato quello che ci aspettavamo e la legge di bliancio non investe in welfare, lavoro e coesione sociale. Nell’Unione Europea si sta giocando il destino del modello europeo. La spinta a intervenire sulle diseguaglianze sta rallentando (e il rapporto Draghi è in questo solco). Oggi tutte le risorse provenienti dall’Europa per le politiche di coesione, sono gestite da palazzo Chigi e i territori sono tagliati fuori. Il sindacato dovrà conquistare non solo una diversa strategia politica per le persone anziane nel Mezzogiorno, ma anche gli strumenti e le risorse per realizzarla. La legge di bilancio ha tagliato le risorse sulla transizione ambientale e digitale. In Puglia, dove siamo oggi, ma ovunque in Italia abbiamo un’industria energivora e inquinante se non cambiamo il modello il paese rischia di sbandare».

Emmanuele Pavolini, direttore Alta Scuola Spi Cgil “Luciano Lama”, in collegamento da remoto ha sottolineato come il Sud sia profondamente cambiato, nonostante le disuguaglianze del resto del Paese. «Non esiste un solo Sud, ce ne sono tanti: aree urbane e interne, capoluoghi e aree rurali. La crescita del livello di istruzione ha avuto un grande impatto sulla qualità di vita e gli stili di vita. E proprio per l’alta scolarità c’è una sorta di fuga dei cervelli altrove. Gli anziani nel 2024 si assomigliano di più che trenta anni fa.
Le politiche sociali però non sono all’altezza delle trasformazioni in corso e  delle persistenti diseguaglianze e disparità. Il Pnrr ha stanziato molti soldi per i servizi all’infanzia soprattutto al Sud. In Italia dovremmo avere una copertura del trentatre per cento di asili nido a livello nazionale. Poi è passata la linea che a livello regionale sia sufficiente il quindici per cento. Altro aspetto su cui dobbiamo riflettere è la polarizzazione crescente all’interno delle società del Sud. Si tratta anche di una polarizzazione di genere, tra la condizione e la qualità di vita delle donne anziane e degli uomini. C’è ancora un forte legame al Sud tra l’indigenza, la cronicità e la non autosufficienza. Ecco perche il Paese deve impegnarsi a sanare il vulnus della povertà a partire dall’infanzia e dall’adolescenza. Esiste poi anche un problema crescente che si chiama Centro Italia. C’è un pezzo del Centro che sta smottando. Un’ultima nota riguarda le leghe nelle aree metropolitane del Sud: avranno un ruolo fondamentale e saranno sempre di più un punto di riferimento per i cittadini, per ottenere la tutela dei propri diritti. Sempre più gli anziani saranno un pezzo molto rilevante della vita quotidiana e dei bisogni quotidiani nelle grandi metropoli del Sud. È questa una sfida per il sindacato».

Dopo lo spazio dedicato ai relatori, la parola è passata al pubblico e alle voci, alle opinioni e alle esperienze dei rappresentanti sindacali del territorio del Mezzogiorno.

Il primo intervento è stato quello di Maria Concetta Balistrieri, segretaria regionale Spi Cgil Sicilia, la quale ha sottolineato come l’autonomia non abbia fatto bene alla Sicilia
«L’autonomia non ha fatto bene alla Sicilia, siamo tra le regioni con maggiori problemi e scarsita di infrastutture e servizi. Per esempio, il miglioramento dell’istruzione ha fatto crescere le condizioni materiali delle persone nella nostra regione, ma a un certo punto questo slancio si è fermato. C’è stato un appiattimento, una delusione delle aspettative di superare le diseguaglianze e accedere equamente ai diritti. All’interno di tante aree metropolitane non c’è più assistenza nè per anziani nè per giovani. In alcuni comuni dell’entroterra non c’è neppure il forno per il pane».

Anche Michele Tassiello è intervenuto per raccontare la realtà della sua Puglia. «Invecchiare al Sud – ha detto – è piu difficile che al nord, e lo dice anche l’Istituto Superiore di Sanità che mostra come al Sud un anziano su quattro vive una condizione di fragilità. Vivere di piu è non solo indice di progresso ma è legato alle condizioni di vita. Anche i trattamenti pensionistici in Puglia sono più bassi della media nazionale, ottocento euro lordi, e ancor meno per le donne. Tanti degli anziani – continua Tassiello – appartengono alla generazione che ha combattuto per il Servizio sanitario nazionale e il welfare. Oggi quei diritti si stanno sgretolando, la Puglia dal 2010 sconta le difficoltà del piano di rientro sanitario: chiusure di ospedali, liste di attesa interminabili, pronto soccorso affollati. Ormai anche in intramoenia o si hanno soldi oppure si rinuncia alla cura e si muore. La Puglia, per quanto riguarda i presidi sanitari, è molto al di sotto della media nazionale, così è per gli asili nido e per le strutture residenziali per gli anziani. Abbiamo solo sei anziani su cento raggiunti da servizi pubblici sociosanitari. Lo spopolamento delle aree interne non si ferma. Nei prossimiventi anni la Puglia perderà quattrocento mila cittadini. Come Spi, abbiamo lanciato la campagna “È meglio invecchiare a casa”, grazie alla quale abbiamo visto come la carenza o peggio l’assenza di relazioni affettive e sociali è uno dei disagi più diffusi tra gli anziani».

La parola poi a Angelo Summa, segretario generale dello Spi della Basilicata che ha sottolineato ancora una volta che «Il mezzogiorno sta cambiando anche dal punto di vista della natalità, gli anziano stanno diventando una componente essenziale. Il lavoro di cura sarà uno dei segmenti su cui dovremo investire. noi dobbiamo mettere in campo una grande iniziativa sull’equita fiscale».

E poi Carmelo Rocco Gullì, segretario generale dello Spi della Calabria «Dobbiamo trovare sinergie con la politica per fare approvare leggi e risorse che noi chiediamo. Ad esempio abbiamo un buona legge sulla non autosufficienza ma priva delle risorse per farla funzionare. C’è un problema serio: la Calabria si sta spopolando di giovani e sta regalando soldi al nord per il pendolarismo sanitario».

A chiudere gli interventi dalle regione del Sud presenti, Franco Tavella, segretario generale dello Spi Cgil Campania. «Dobbiamo essere consapevoli che non possiamo più fare una piattaforma per il Mezzogiorno. Il primo errore è stato il Pnrr che assegna il quaranta per cento delle risorse al Sud e così risolve il problema della coesione. Manca completamente l’approfondimento territoriale. Le città del Mezzogiorno non sono tutte uguali. Il cuore del problema demografico è nell’appennino meridionale. Qui la Cgil deve lanciare un grande progetto. In Campania abbiamo allo stesso tempo sovrappopolamento a Napoli e spopolamento nelle aree interne. Dobbiamo ricostruire un pensiero meridionalista moderno assente nel dibattito pubblico».

In conclusione del dibattito c’è stato l’intervento della segretaria generale dello Spi Cgil nazionale, Tania Scacchetti che ha ribadito quanto siano necessarie per lo Spi le ricerche sulla condizione degli anziani dell’Alta Scuola «Sono per noi necessarie per rilanciare le nostre vertenze nel territorio». Scacchetti ha poi affermato che, come non esiste un solo Meridione non esiste neppure un solo Settentrione, e la politica ha scelto di non intervenire sulle disuguaglianze.
«Le destre in Italia e nel mondo governano mettendo gli uni conto gli altri, i forti contro i deboli, tutto ció nell’assenza di regolamentazioni. Si cerca di indebolire le democrazie e i diritti delle persone, si spostano risorse sulla guerra. Tutto ciò crea fratture, disillusione.  Il sindacato deve recuperare queste fratture e fare coesione sociale. Lo Spi vuole ribaltare l’idea di un Sud dove non puó succedere nulla di positivo. E vogliamo farlo nel territorio, a livello locale. Dobbiamo collegare questo ribaltamento nella contrattazione sociale.
L’attivazione del territorio conta tantissimo». Un’altra questione importante ha ribadito la segretaria è che le condizioni degli anziani nel Centro siano migliorate negli ultimi decenni. «Eppure le battaglie degli anni passati, oggi non hanno la stessa forza. Per questo dobbiamo evitare che le nuove generazioni non comprendano fino in fondo l’importanza di quelle battaglie. Dobbiano sostenerle nell’avere un ruolo attivo nella rivendicazione dei propri diritti. Infine, siamo nel pieno di un’enorme transizione demografica della quale c’è poca consapevolezza. Come intendiamo riorganizzare i modelli di welfare e di finanziamento delle politiche sociali? Non c’è un pensiero politico su questo tema.
La strategia alla base del Pnrr non sta dando i risultati attesi. Le risorse ci sono: ma non si sta realizzando il modello di un welfare attivatore di sviluppo sociale. Dall’analisi del professor Viesti e dell’Alta Scuola vediamo che al Sud c’è fermento sociale, ma noi dobbiamo aiutare le persone ad attivarsi socialmente. Dobbiamo mantenere un raccordo con l’associazionismo, con quanti nei territori si battono per un modello di sviluppo. La nostra fatica e azione quotidiana è avere sempre un approccio inclusivo. Dobbiamo avere la capacità di far capire quanto sia importante il rapporto con la politica. Perchè nessuno si salva da solo».