A dieci anni dal terremoto del Centro Italia, le parole del cardinale Matteo Zuppi riportano al centro una questione che va oltre i cantieri: ricostruire significa restituire vita alle comunità. È lo stesso tema che attraversa Gli spaesati, il reportage di Angelo Ferracuti e Giovanni Marrozzini, pubblicato da LiberEtà insieme alla casa editrice Ediesse, con la prefazione di Franco Arminio.
Dieci anni dopo, il terremoto di Amatrice non appartiene soltanto alla memoria. È ancora una domanda aperta sul futuro. Ieri, nel decimo anniversario di quella notte del 24 agosto 2016, le cerimonie ad Amatrice, Accumoli e negli altri territori colpiti dal sisma hanno riportato al centro le vittime, il dolore delle comunità e una ricostruzione che, nonostante i progressi, non può ancora dirsi conclusa. Alle 3.36 di quella notte la terra tremò per pochi minuti, ma gli effetti di quella scossa continuano ancora oggi. Le case distrutte, le attività interrotte, le persone costrette a lasciare i propri paesi, le comunità disperse: il terremoto non è finito quando hanno smesso di tremare le montagne.
È proprio questo “dopo” che torna nelle parole pronunciate ieri dal cardinale Matteo Zuppi, «Amatrice non c’è più e non c’è ancora. La rinascita parte dalle persone prima che dai mattoni». Il presidente della Cei, durante la commemorazione ad Amatrice, ha insistito sulla necessità di guardare alla ricostruzione non soltanto come a un insieme di cantieri, ma come a un processo che deve restituire vita ai luoghi e alle persone. Ricostruire significa far tornare le case, ma anche le piazze, le relazioni, il senso di appartenenza. Significa permettere a una comunità di riconoscersi nuovamente nel proprio paese.
È un’idea di ricostruzione che trova una corrispondenza profonda nelle pagine di Gli spaesati, il reportage di Angelo Ferracuti e Giovanni Marrozzini, pubblicato (nel 2018) da LiberEtà insieme alla casa editrice Ediesse, con la prefazione di Franco Arminio.
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Ferracuti e Marrozzini attraversarono per otto mesi i territori colpiti dal sisma. Non andarono soltanto a raccontare le macerie o a documentare l’emergenza. Cercarono le persone rimaste dentro quei paesi feriti, ascoltarono le loro storie, entrarono nelle frazioni e nei luoghi dove la vita cercava, spesso con fatica, di continuare. Il risultato è un libro che parla del terremoto, ma soprattutto di ciò che viene dopo. Di quello che accade quando l’emergenza finisce, quando le telecamere si spostano altrove e il terremoto diventa una lunga quotidianità fatta di attese, trasferimenti, case provvisorie e domande sul futuro. Franco Arminio, nella sua prefazione, coglie esattamente questo punto. Il terremoto interrompe la vita ordinaria, quella fatta di gesti e relazioni che normalmente non consideriamo nemmeno perché ci sembrano scontati. Ma proprio quelle relazioni sono tra le cose più difficili da ricostruire. Arminio lo racconta con un’immagine semplice e potentissima: tra ciò che rischia di andare perduto ci sono «i discorsi tra una casa e l’altra, il cerchio di una partita a carte».
È una frase che oggi, a dieci anni dal sisma, acquista un significato ancora più forte. Perché una comunità non è fatta soltanto di edifici. È fatta di incontri, di abitudini, di persone che si conoscono e si riconoscono. È fatta della piazza, del bar, del negozio, della scuola, della strada percorsa ogni giorno. È fatta anche di quelle conversazioni apparentemente banali che costruiscono, giorno dopo giorno, il senso di appartenere a un luogo. Quando tutto questo viene meno, ricostruire una casa è necessario, ma non è sufficiente.
È forse questo il significato più profondo della parola “spaesati”. Non significa soltanto aver perso una casa. Significa aver perso, almeno temporaneamente, il proprio posto nel mondo. Nel reportage di Ferracuti e Marrozzini ci sono persone che hanno perso quasi tutto e altre che hanno scelto di rimanere. Ci sono agricoltori, allevatori, anziani, lavoratori, famiglie, persone che provano a ricominciare. Ci sono le montagne, i paesi, le frazioni e i paesaggi feriti. Ma soprattutto ci sono le voci di chi continua a vivere in quei luoghi. Ed è proprio questa la forza del libro: non raccontare il terremoto come un’immagine immobile di distruzione, ma come una condizione che continua nel tempo.
Rileggere oggi Gli spaesati significa quindi tornare a quelle storie con una consapevolezza diversa. Quando il libro venne pubblicato, quelle pagine raccontavano un territorio ancora immerso nell’emergenza. Oggi raccontano anche dieci anni di attesa, di speranze, di ritardi, di ricostruzione e di resistenza. Raccontano quella parte dell’Italia che spesso diventa visibile soltanto quando accade una tragedia, ma che continua a esistere anche quando l’attenzione nazionale si sposta altrove. Le parole di Zuppi, ieri, hanno riportato al centro proprio questa responsabilità. La ricostruzione, ha ricordato, non può essere soltanto materiale: deve essere una ricostruzione delle relazioni, della fiducia, della solidarietà. E la rinascita non può essere soltanto un auspicio. Deve diventare un impegno concreto.
In questo senso, Gli spaesati è ancora un libro necessario. Perché ci ricorda che dietro ogni casa da ricostruire c’è una persona, dietro ogni strada da riaprire c’è una comunità, dietro ogni paese da ricostruire c’è una storia che rischia di interrompersi. E ci ricorda anche che la memoria non consiste soltanto nel tornare, ogni 24 agosto, alle 3.36 di quella notte. Ricordare significa anche guardare a ciò che è successo dopo e chiedersi che cosa serve perché quei luoghi possano avere ancora un futuro.
A dieci anni da Amatrice, dunque, il messaggio che arriva dalle parole di Zuppi e dalle pagine di Ferracuti, Marrozzini e Arminio è molto simile: ricostruire non significa semplicemente rimettere in piedi ciò che è crollato. Significa ricreare le condizioni perché una comunità possa tornare a vivere. È una ricostruzione fatta di mattoni, certo. Ma anche di relazioni, di lavoro, di scuole, di servizi, di piazze e di possibilità. Soprattutto, della possibilità per chi è partito di tornare e per chi è rimasto di poter continuare a immaginare il proprio futuro lì. Forse è proprio per questo che vale la pena tornare oggi alle pagine di Gli spaesati. Perché dentro quelle fotografie e quelle storie non ci sono soltanto le tracce di ciò che è stato. Ci sono ancora le domande che riguardano ciò che dobbiamo costruire. Perché un paese torna davvero a vivere quando tornano le case, certo. Ma soprattutto quando tornano le persone, le relazioni e la possibilità di immaginare insieme il futuro.
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Angelo Ferracuti, Giovanni Marrozzini
Prefazione di Franco Arminio










