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Insieme si può. Concrete è meglio

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Insieme si può. Concrete è meglio
© Marco Merlini / Cgil Roma, 5 dicembre 2017 Centro Congressi Frentani Assemblea nazionale delle donne Spi Cgil

La differenza di genere va intesa e praticata come un motore di cambiamento. È questo il forte messaggio che ci restituisce la ricca e colorata Assemblea delle donne pensionate Cgil che si è appena chiusa a Roma. Una due giorni al di fuori della ritualità e delle convenzioni. Nulla di scontato, nulla di formale: sostanza, contenuti, voglia di fare. Concrete, dal dire al fare era lo slogan dell’Assemblea dell’anno scorso. Concrete, costruire il Fare, il motto di quest’anno. Come a dire: sì, siamo concrete, diciamo, progettiamo, facciamo. E poi costruiamo.

Concretezza

La concretezza è stato il filo rosso dei tanti interventi che si sono succeduti durante questi due giorni a Roma presso il Centro Congressi Frentani. Calde luci colorate hanno fatto da sfondo alle sessioni di lavoro, variegate, plurali, approfondite. Tanti gli argomenti sul tappeto: la necessità di tutelare e rilanciare la legge 194, le pensioni, la violenza sulle donne, l’amore nella terza età, le donne migranti. E non solo.

Parlare di donne, incontrarsi e discutere, non vuol dire ricalcare stilemi e stereotipi. Vuol dire dare concretezza a pratiche quotidiane, a progetti veri, a politiche vicine alle donne e alle pensionate. Perché, come ha sottolineato Lucia Rossi, segretaria nazionale dello Spi, “noi manteniamo viva l’idea di una società più giusta”. Per questo i coordinamenti donne dello Spi lavorano tutti i giorni e si danno appuntamento una volta l’anno per fare un bilancio delle cose fatte, progettare scenari futuri e programmare il lavoro che le deve accompagnare durante l’anno che sta per arrivare. “Migliorare la vita delle donne vuol dire migliorare l’intera società. Noi vogliamo lavorare per la parità e l’integrazione, non per il separatismo”, ha detto Rossi. A sottolinearlo è stato anche il segretario generale dello Spi Ivan Pedretti: “la differenza di genere è un insostituibile elemento di promozione di una visione diversa basata sull’inclusione e la solidarietà”.

Il modello delle Madri Costituenti

Il cammino comincia da lontano, inizia dall’approvazione della nostra Costituzione. Sono proprio le Madri Costituenti a offrire ai lavori dell’Assemblea delle donne dello Spi una guida certa e sicura. Era il 1° gennaio del 1948. E’ anche grazie alle 21 Madri Costituenti se il nostro paese è diventato libero e democratico, se si sono aperti nuovi spazi di partecipazione, se sono state definite politiche sociali ed elaborate leggi e strumenti giuridici di tutela e promozione delle donne e dei legami familiari che hanno cambiato la vita di tutti.

L’Assemblea è stata dedicata non solo alle tante vittime di violenza e di femminicidio, ma anche a tutte quelle donne che coraggiosamente denunciano soprusi e lottano per un mondo migliore, come Erika, la lavoratrice 39enne licenziata da Ikea perché con i turni di lavoro imposti dall’azienda non riesce a prendersi cura del proprio figlio disabile.   

La violenza sulle donne

Parlare di donne oggi vuol dire fare i conti con un mutato scenario delle relazioni tra uomini e donne. Significa, come ha sottolineato Ivan Pedretti, “fare i conti con una condizione di debolezza che tanti uomini vivono oggi. Significa fare i conti con un problema che è innanzitutto culturale e che va affrontato a partire dalle scuole. La violenza sulle donne non è un tema delle donne. È un tema che riguarda tutti noi”.

È un tema che chiama in causa innanzitutto la possibilità per le donne di essere autonome, innanzitutto economicamente. A ricordarlo è Ana Martinez Lopez, presidente del Comitato delle donne Ferpa (il sindacato europeo dei pensionati) che sottolinea come “non si debba tanto proteggere le donne, erroneamente pensate come soggetti deboli e vulnerabili, ma si debba soprattutto controllare e fermare chi esercita violenza”.

Una violenza che parte dagli stereotipi di genere, dal linguaggio approssimativo e sessista. Dalla scuola al web, dalla carta stampata alla tv, la violenza è innanzitutto verbale e viene amplificata e reiterata ogni volta che si esprime un giudizio sul comportamento delle donne o sui presunti atteggiamenti che istigherebbero gli uomini a commettere stupri o femminicidi. A parlarne è Susanna Camusso, intervenuta durante la prima giornata, che ha ricordato come spesso cambia la percezione di ciò che viene detto a seconda che a parlare sia un uomo o una donna. “Nel nostro paese – ha detto Camusso– la dimensione femminile non ha autorevolezza. Gli stereotipi sessisti avvelenano il nostro linguaggio e spesso anche le scelte politiche”.

Al tema della violenza hanno dedicato i propri interventi anche Loredana Taddei, responsabile politiche di genere della Cgil nazionale, e la segretaria nazionale Cgil Gianna Fracassi. Entrambe hanno rilanciato l’appello Cgil  “Avete tolto senso alle parole, promosso per ricordare a tutti (cittadini, media, istituzioni, magistratura, scuola) che per risolvere il problema bisogna partire innanzitutto dal linguaggio.   

Alla violenza è stata dedicata anche la performance di Maria Antonia Fama che sulle note della famosa canzone “Te la ricordi Lella?” ha raccontato il dramma della violenza contro le donne sul web. I cosiddetti “heaters” si scatenano con ferocia su Facebook e Twitter. Fama ha ricordato i tanti drammi nati sui social, come quello di Tiziana Cantone, e ha riportato l’attenzione sul sessismo strisciante e manifesto che spesso popola anche il linguaggio politico di grandi leader mondiali.

Democrazia paritaria

Parlare di donne vuol dire anche parlare di democrazia paritaria, di quali e quanti cambiamenti devono affrontare le istituzioni e le organizzazioni politiche e sociali perché la presenza delle donne sia davvero paritaria rispetto a quella degli uomini. Ma parità vuol dire anche creare condizioni di uguaglianza sul mercato del lavoro, perché anche l’occupazione sia paritaria, come pure le retribuzioni e, di conseguenza, le pensioni. Perché tante, troppe, sono ancora le disparità.

Il lavoro di cura e la non autosufficienza

Il lavoro di cura  continua ancora a gravare quasi interamente sulle spalle delle donne. Sui cosiddetti caregiver sono stati fatti solo interventi sporadici e le risorse stanziate sono poco più che simboliche. È questo un tema che si intreccia con quello della non autosufficienza. Lo Spi tutto, donne in testa, chiede l’approvazione urgente di una legge sulla non autosufficienza. Per tutelare tante donne, giovani e anziane. Per tutelare tutti. “Quella sulla non autosufficienza è una legge di civiltà – dice Pedretti. È una questione di diritti sociali. Ha un carattere universale. Per questo dobbiamo lavorare per averla”. È proprio su battaglie come queste che le donne diventano portatrici di fondamentali fattori di cambiamento.

Quali pensioni per le donne

C’è poi il tema dell’età pensionabile, che riguarda da vicino tantissime donne che con la legge Monti-Fornero hanno visto allontanarsi l’età per poter ritirarsi dal lavoro. C’è anche il tema degli assegni pensionistici più bassi, perché frutto di carriere lavorative discontinue e di retribuzioni più basse. All’Assemblea ne ha parlato anche la parlamentare del Pd Maria Luisa Gnecchi che ha illustrato alcune criticità portando il proprio punto di vista su una tematica complessa e articolata sottolineando come le donne siano “in credito dal punto di vista previdenziale. Per loro poco è stato fatto e molto resta da fare”. E ha ricordato anche la portata rivoluzionaria della legge, approvata nel 2000, che consente di prendere due anni di congedo per assistere un familiare. “Forse l’unica misura – ha detto Gnecchi – che viene usata concretamente in modo paritario da uomini e donne”.

Per non tornare al buio. La legge 194

C’è poi l’altro tema fondamentale della medicina di genere, che non è semplicemente la medicina per le donne ma un insieme di azioni di prevenzione, di diagnosi e di cura più efficaci e appropriate per tutti.

Ma medicina di genere vuol dire anche tutela e rilancio dei consultori. A parlarne è stata Livia Turco durante la prima giornata di lavori, affrontando con grande passione politica il tema della legge sull’aborto 194. Una legge che secondo Turco va tutelata con forza: “Bisogna avere cura di leggi straordinarie come queste. Sono state invece abbandonate e totalmente messe fuori dall’agenda politica”. Ci troviamo infatti a fare i conti con una presenza sempre più massiccia di obiettori di coscienza e di un sistema sanitario nazionale che sempre più faticosamente riesce a garantire alle donne il diritto sancito per legge di poter abortire legalmente. Sono tornati gli aborti clandestini. I consultori hanno perso la loro funzione di guida, orientamento, assistenza concreta. “Serve recuperare un’offerta attiva di salute. Serve una sanità di iniziativa capace di legarsi anche ai giovani, formarli, informarli, guidarli”, dice Turco. “E sull’obiezione di coscienza – prosegue – occorre intervenire con azioni uniformi. Bisogna mettersi tutti assieme intorno a un tavolo. Ragionare anche su come aiutare i medici obiettori. Per esempio favorendo il ricorso all’aborto terapeutico con la pillola RU4286. Bisogna tutelare la libertà di scelta e la responsabilità, mantenendo sempre la consapevolezza del dramma dell’aborto”.

L’amore non ha età

Ma medicina di genere vuol dire anche tutela e riconoscimento dell’amore nella terza età. Vuol dire superamento di tabù e costruzione di benessere e felicità, anche durante la vecchiaia. Per questo è importante ribadire con forza che l’amore non ha età. E che la sessualità, come pure l’attività fisica e una sana e corretta alimentazione, è uno degli ingredienti per invecchiare bene. “Ti va di attraversare la notte insieme?” chiede la protagonista femminile di un famoso romanzo di Kent Haruf al suo vicino di casa. Entrambi vedovi, diventeranno compagni nel tratto finale della loro vita. A raccontarcelo con maestria è Barbara Mapelli, della Casa delle donne di Milano, docente e pedagogista, che ha ribadito con nettezza l’importanza di una libertà sessuale e sentimentale anche nella terza età. E ha aggiunto: “il sogno di amore che ha accompagnato le nostre antenate non è stato per la nostra generazione l’unica ragione di vita. Anche se ha rappresentato per noi una componente fondamentale, abbiamo però cercato di coniugarlo con il desiderio di indipendenza e autonomia”. Ora bisogna far sì che lo possano fare anche le nuove generazioni.

Donne che lavorano

C’è poi il tema centrale delle donne giovani, alle prese con doppie difficoltà. Quelle della precarietà lavorativa e quelle della precarietà esistenziale, dell’impossibilità di fare figli perché non c’è lavoro, non c’è stabilità, non c’è la possibilità di fare progetti per il futuro. “La generazione delle donne dello Spi, ricorda Lucia Rossi, aveva la grande fortuna di poter contare su alcune certezze: il lavoro, i diritti – faticosamente conquistati -, la possibilità di costruire un futuro, una famiglia, un percorso individuale di libertà e di autonomia”. Oggi, dice lucidamente Rossi, non ci sono più queste condizioni. Non ci sono più queste prospettive. Ecco allora che il lavoro delle donne dello Spi assume una valenza del tutto particolare. E non è un caso che all’Assemblea delle donne pensionate ci siano anche i giovani della Rete degli Studenti Medi e dell’Udu.

Diventare madri

Ma il tema del lavoro è strettamente connesso a un’altra tematica fondamentale, quella della bassa natalità. Sono tante le difficoltà che le donne si trovano a dover affrontare quando decidono di diventare madri. E in tante non ci riescono, perché alle prese con la precarietà. Molti gli interventi che hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di investire su asili nido e congedi parentali. È necessario investire  su  una parità vera concreta e non semplicemente professata.

Donne migranti

C’è, infine, il tema delle migrazioni. Delle donne che migrano per trovare condizioni di vita e di lavoro migliori, di quelle che migrano per sostenere famiglie lontane. Bisogna fare i conti con la “femminilizzazione” dei flussi migratori. Ma emigrare è spesso anche un tentativo di emancipazione.
Parlare di migrazioni vuol dire anche parlare dello sfruttamento delle donne. Significa parlare anche di tratta e sfruttamento della prostituzione e della riduzione delle donne in schiavitù. Selly Kane del Dipartimento politiche immigrazione della Cgil ha ricordato come “oggi ci troviamo di fronte a una condizione di vero e proprio imbarbarimento. Le prigioni in Libia lo dimostrano chiaramente”. Kane ha spiegato anche come i flussi migratori si siano accompagnati alla ricerca da parte dei paesi ricchi di manodopera a basso costo, alimentata dalle politiche neoliberiste. E come ora, con la crisi, per i migranti sia diventato ancora tutto più difficile.

Di donne migranti ne hanno parlato anche i volontari della sartoria sociale MADEin Castelvolturno che lavorano all’interno della “Casa di Alice”, un’esperienza unica nel panorama italiano, sostenuta e animata anche dalle donne dello Spi Cgil. Qui le ragazze vittime di tratta lavorano come sarte e hanno trovato la  possibilità di costruirsi un futuro diverso.

Dal passato al futuro

La generazione delle donne riunite all’Assemblea è quella che ha contribuito concretamente a migliorare la condizione delle donne del nostro paese favorendo e promuovendo l’approvazione di leggi fondamentali come quella sull’aborto e sul divorzio. È la generazione che per prima ha scardinato modelli consolidati. È la prima ad aver inaugurato un nuovo modo di essere donne, madri, lavoratrici e ora anche nonne. Sono le donne che hanno contribuito a definire un modello differente di famiglia e di maternità. Oggi queste stesse donne hanno una grande responsabilità: consentire alle giovani generazioni di poter proseguire sulla stessa strada. Hanno l’obbligo di lottare perché gli ostacoli a un lavoro e a una vita dignitosa vengano rimossi, perché le giovani generazioni possano vivere in un orizzonte simbolico fatto di libertà e autonomia.

Ecco allora la necessità di concretezza. Concrete, non solo per migliorare le condizioni delle tante donne anziane. Concrete anche per dare ai giovani un futuro migliore.

Il ruolo del sindacato sul territorio

Come tradurre in pratica tutto questo? Con la contrattazione sociale. Ovvero con il dialogo quotidiano, concreto, con le istituzioni.  Solo dialogando si può, dal basso, sul territorio, lavorare per difendere il diritto alla salute, al lavoro, alla pensione dignitosa. Si può lavorare concretamente per migliorare le condizioni di tante donne e tanti uomini anziani e pensionati e, insieme a loro, di tutta la comunità, dei giovani, dei lavoratori. Portare le differenze di genere dentro l’azione politica concreta dello Spi vuol dire coniugare tutte le  politiche in termini solidaristici, collettivi e di tutela. Vuol dire tenere insieme istanze, bisogni, necessità diversi.

Tantissime le iniziative messe in campo sul territorio, da Nord a Sud. In tante sono salite sul palco del Centro Congressi Frentani a Roma per portare la propria testimonianza, raccontare di un impegno, un duro lavoro, una costruzione assidua e costante di dialogo e di soluzioni per migliorare la condizione di tante persone. Dal controllo della pensione alle iniziative nelle case di riposo, dall’impegno di tante donne nei campi della legalità, ai percorsi nelle scuole. In tante hanno raccontato la propria esperienza politica, le conquiste fatte, i progetti per il futuro e la strada ancora da percorrere. Per tutte e tutti. Per le figlie, i figli, le nipoti e i nipoti.

Concrete, per favorire l’inclusione sociale e il contrasto alle disuguaglianze. Insieme si può. Concrete è meglio.