Disparità salariali, barriere sociali, culturali, sovraccarico del lavoro di cura. La crisi che stiamo attraversando riguarda soprattutto le donne. Non è un caso se gli anglosassoni abbiano ribattezzato l’attuale recessione “shesession”, (she, lei) per sottolinearne il carattere eminentemente femminile.

Di fronte a questa sfida epocale, il sindacato cerca di attrezzarsi per sostenere con più forza di prima politiche di genere in grado di contrastare il progressivo e irrefrenabile attacco ai diritti delle donne. Anche il sindacato dei pensionati della Cgil, che oggi ha riunito la sua Assemblea delle donne, intende scendere in campo con una serie di proposte concrete.


L’orologio dei diritti sta tornando indietro

“Il nostro paese sta lasciando indietro le donne. La recessione ha un volto femminile sotto molti punti di vista: per i posti di lavoro persi, per il crescente divario salariale, per il carico di responsabilità di cura non retribuite”, ha detto aprendo i lavori dell’Assemblea la segretaria dello Spi Cgil Daniela Cappelli, responsabile del coordinamento donne dei pensionati Cgil. “È come se per le donne l’orologio della storia stesse tornando indietro di decenni”. E lasciare indietro le donne è un freno per la crescita, di tutti. “La disparità di genere va oltre la pandemia – ha aggiunto Daniela Cappelli – è endemica e strutturale perché è legata alle barriere socioeconomiche del nostro sistema paese e alle barriere culturali che hanno come sottofondo un persistente modello patriarcale”.

Eppure le donne sono oggi un soggetto di grande trasformazione del nostro paese e non solo. A sottolinearlo è il segretario generale dello Spi Cgil, Ivan Pedretti, intervenuto durante l’assemblea ricordando come “i movimenti delle donne nel mondo stanno contrastando idee revansciste sui diritti delle donne ma non solo loro. Le lotte femminili non hanno un carattere solo di genere ma sono finalizzate a una crescita di tutti i cittadini e quindi bisogna valorizzarle, sostenerle”.


Il grido d’allarme del sindacato

Dal sindacato arriva dunque un grido d’allarme: la politica deve occuparsi delle donne, e non può farlo solo in un’ottica emergenziale. Serve un ragionamento ampio e di lunga durata. Per questo sarà importante vigilare su come verranno realmente utilizzate le risorse del Pnrr. “Non dobbiamo rischiare di sprecare una delle più grandi occasioni che l’Italia ha avuto negli ultimi cinquanta anni”, avverte Daniela Cappelli. “Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, almeno a parole, ha rimesso al centro dell’agenda politica l’avanzamento delle pari opportunità, e l’aver incardinato nel Piano una legge dedicata alla non autosufficienza è fatto molto positivo. Tuttavia, a ben guardare, nel Pnrr non si scorge una visione di genere di lungo termine”.

E allora ben vengano i 4,6 miliardi di euro per la costruzione di nuovi asili nido, “ma tali fondi difficilmente ci faranno raggiungere i livelli di copertura di asili nido indicata dagli standard europei”, ha ricordato Cappelli. “Nel Pnrr, inoltre, non c’è ombra di interventi specifici per qualificare il mercato del lavoro rendendolo più accogliente per le donne, non c’è nessun vincolo di occupazione femminile prefissato né si stabiliscono nemmeno condizioni per predisporre gli investimenti”


L’occasione del Pnrr

E sul Pnrr si è focalizzato anche Ivan Pedretti: “Il sindacato deve sostenere un processo di cambiamento, anche attorno alle misure che verranno messe in atto con le risorse del Pnrr. Abbiamo di fronte una grande opportunità. E il sindacato deve provare a riavvicinare i diritti delle persone”. Sul piatto ci sono diverse partite. Quella della sanità, innanzitutto: “Bisogna riformare il sistema delle protezioni sociali ed è necessario un intervento globale. E in particolare serve un sistema sanitario universale e di prossimità. Lo Stato deve investire”, dice il segretario generale dello Spi ricordando come in questa fase sia fondamentale uno Stato che reinvesta su se stesso. E poi c’è la partita del mercato del lavoro. “Sulla battaglia alle disparità salariali possiamo dare il nostro contributo”, ha aggiunto Pedretti.

E anche Susanna Camusso, responsabile delle politiche di genere della Cgil nazionale, intervenuta durante l’Assemblea, è intervenuta sul tema: “è necessario monitorare le misure concrete, dobbiamo far sì che in concreto vengano messe in atto misure capaci di contrastare le disparità salariali. Pensiamo soltanto al part time involontario e all’abuso che ne è stato fatto in questi anni”. Per questo il sindacato chiede uno spazio preciso sul mercato del lavoro per le donne: “il problema per le donne è l’ingresso e poi la permanenza sul mercato del lavoro”. E pensiamo a quanto la discontinuità delle carriere determini poi una forte disparità anche in termini pensionistici.

“La lotta al lavoro precario è fondamentale per tutti ma lo è soprattutto per le donne proprio perché tanto lavoro precario riguarda le donne. Pensiamo al lavoro di cura per esempio”, ha aggiunto Pedretti. “E se il lavoro di cura riguarda soprattutto le donne, bisogna tutelarlo, rilanciarlo, deve essere un lavoro di qualità e ben retribuito. E il lavoro femminile si può anche sostenere attraverso l’innovazione. Solo così si può qualificare il lavoro delle donne e ridurre la differenza tra lavoro maschile e femminile”.


Libertà per arginare la violenza

E il problema salariale ed economico è un problema di libertà. “Essere povere significa anche dover dipendere economicamente da un’altra persona e anche dover essere costrette, per questa ragione, ad accettare per sé e i propri figli una relazione a volte malsana o addirittura violenta”, ha ricordato Cappelli che ha affrontato anche il tema della violenza sulle donne: “I centri antiviolenza e le case rifugio ricevono fondi in maniera discontinua e le procedure farraginose non consentono la programmazione dei servizi. La verità è che le leggi ci sono, quel che scarseggia è la volontà di applicarle. Servirebbe invece una vera e propria rivoluzione culturale e la promozione di un comune sentire”.

E gli uomini sono chiamati a dare un contributo fondamentale in questa battaglia. “Bisogna provare a costruire un processo culturale ampio e profondo che coinvolga gli uomini”, ha sottolineato il segretario generale dello Spi Pedretti.

E sul tema violenza si è soffermata anche Susanna Camusso: “Bisogna lavorare al reinserimento delle donne vittime di violenza sul mercato del lavoro. Deve essere il vero obiettivo del loro percorso di recupero. Il lavoro è autonomia. E senza questo le forme di dipendenza e quindi anche di violenza non possono essere realmente combattute”.

Le richieste dei territori

All’Assemblea hanno partecipato più di 300 delegate da tutti i territori che hanno sottolineato l’importanza di utilizzare in modo strategico le risorse del Pnrr non solo per combattere le disuguaglianze di genere e intervenire contro le forti disparità salariali che caratterizzano il nostro mercato del lavoro. Ma anche per riequilibrare le forti disparità tra nord e sud, per rilanciare un welfare universale, per garantire cure identiche a tutti.

E ancora, chiedono nuovi modelli di welfare, nuovi stili di vita, nuovi paradigmi per difendere le donne da condizioni di fragilità e isolamento, investimenti in infrastrutture sociali.

Ma dai territori arriva anche un altro grido d’allarme: bisogna tutelare le donne anziane. Troppo poco si parla delle donne over 65 che spesso vivono in condizioni di solitudine e povertà. Troppo poco si parla della loro salute, che invece deve trovare tutela in luoghi di cura territoriali.


Gli attacchi liberticidi

E poi c’è la partita degli attacchi liberticidi. Il dibattito sulla legge Zan dimostra quanto ci siano forze politiche pronte a scendere in campo contro i diritti delle persone Lgbtq e contro quelli delle donne. Daniela Cappelli lo ha sottolineato con forza nella sua relazione: “Bisogna capire che l’attacco alla libertà femminile non è un problema solo delle donne perché da lì si comincia, ma l’idea è la messa in discussione della libertà di tutti e la costruzione di gerarchie sociali che sono classiste e assolutamente lontane dalla nostra dimensione sociale è collettiva”. E tanti sono gli attacchi che arrivano anche a livello locale. Tante, troppe, sono le giunte regionali di destra che stanno cercando di smontare un pezzo alla volta la legge 194 come pure il sistema dei consultori. A dirlo sono tantissime dirigenti dello Spi Cgil che ricordano come gli attacchi alle donne si moltiplichino giorno dopo giorno: dall’ingresso delle associazioni pro life nei consultori, al boicottaggio delle regole sull’uso della pillola abortiva, per fare solo due tra gli esempi più eloquenti.


Il dialogo con gli altri sindacati

All’Assemblea dello Spi sono intervenute anche le responsabili delle questioni di genere dei sindacati dei pensionati di Cisl, Patrizia Volponi, e Uil, Livia Piersanti. Entrambe, rilanciando la collaborazione tra i sindacati confederali anche sulle questioni di genere, hanno sottolineato la centralità di portare le politiche di genere nella contrattazione sociale che i sindacati fanno sul territorio dialogando con le istituzioni. Volponi ha ricordato quanto sia necessario intervenire sulle discriminazioni pensionistiche: “un tema per noi centrale, visto che la maggioranza dei nostri iscritti è composta proprio da donne”. Piersanti invece ha ricordato come sia fondamentale monitorare le misure concrete del Pnrr: “dobbiamo vigilare e mettere dentro le nostre proposte al momento delle riforme concrete”. E ha aggiunto: “la persona anziana va rimessa al centro della scena, come risorsa importante per la società”.


La parità dentro il sindacato

Tra i temi toccati durante l’Assemblea, quello della parità di genere dentro il sindacato. Daniela Cappelli ha ricordato come negli organismi dello Spi Cgil sia stato fatto molto per la promozione della rappresentanza femminile, ma molto resta da fare: “è ancora più indispensabile che le donne assumano incarichi di responsabilità. Solo in questo modo si potranno costituire o rafforzare punti di riferimento femminili nel territorio, per meglio comprendere i differenti bisogni di uomini e di donne ai fini della contrattazione sociale, per realizzare un proselitismo di genere e avvicinare le donne allo Spi, per fare del sindacato una realtà che sa affrontare i loro problemi, sa dare risposte ai loro bisogni, attrattiva per un modo inclusivo e partecipativo di lavorare e di discutere”.