Milioni di persone, ogni sera, davanti al televisore si cimentano con i giochi a premi. Noi vediamo il presentatore e i concorrenti, ci immedesimiamo, ma ci siamo chiesti, almeno una volta: da dove arrivano tutte queste domande? Chi le pensa, come vengono selezionate, chi verifica la loro correttezza? Ne parliamo con Armando Vertorano, autore televisivo, che da vent’anni fa questo lavoro e scrive per numerosi programmi di successo.
Sì, la vita è tutta un quiz e noi giochiamo e rigiochiamo perché noi non ci arrendiamo fino a quando non vinciamo. Sì, la vita è tutta un quiz e se indovini quante emozioni perché è col quiz che ci danno i milioni evviva le televisioni. Così cantavano Renzo Arbore e la sua banda nel1987 nel programma Indietro tutta, parodia di uno dei generi televisivi più amati dal pubblico. Un genere che non sembra perdere colpi, se si considera che ogni sera sono circa dieci milioni le persone che davanti al televisore si cimentano con quiz e giochi a premi. Per scoprire come funzionano abbiamo incontrato Armando Vertorano, autore televisivo che da anni si occupa, tra le altre cose, di costruire le domande per i concorrenti, e che ha da poco pubblicato per la casa editrice Nottetempo il libro A domanda rispondo.
Per prima cosa gli chiediamo: come nasce una domanda? Da dove si parte?
«Molti sono convinti erroneamente che basti aprire un’enciclopedia, un po’ di libri, un dizionario e trovare qualche nozione, ad esempio quando iniziò la rivoluzione francese. Ma questa è una domanda “fredda” che non diverte il pubblico e non lo fa giocare da casa. Noi abbiamo bisogno di spunti che siano il più possibile interessanti, curiosi, e mettano in gioco un po’ di pensiero laterale. La domanda quindi può arrivare mentre leggi un romanzo, ma anche chiacchierando con gli amici, vedendo una scena per strada. Poi ovviamente bisogna ricorrere alle fonti per dare fondamento alla domanda che si intende scrivere. Fonti che devono essere autorevoli e inattaccabili, quindi, ad esempio, escludiamo Wikipedia perché è soggetta a interventi aperti di modifica e aggiornamento e non garantisce la veridicità delle informazioni. Una volta elaborata, la domanda passa al vaglio del gruppo di verifica che controlla che non siano stati commessi errori o leggerezze».
Ma quindi esiste un criterio di scelta degli argomenti o ci si affida al caso? «Il caso c’è, ma lavorando quotidianamente e dovendo consegnare un certo numero di domande al giorno, a un certo punto gli spunti casuali si esauriscono e allora subentra il metodo. Il modo di guardare le cose che uno ha imparato piano piano diventa una specie di deformazione professionale che si applica a un metodo che consente di fare collegamenti il più possibile particolari e facciano sì che la domanda non si limiti a una semplice nozione».
Nel suo libro afferma che oggi si scrive su misura dello spettatore e non del concorrente: a quale pubblico vi rivolgete?
«Il quiz è sostanzialmente uno spettacolo e a differenza di altri programmi di intrattenimento bisogna tenere conto dell’aspetto ludico. Una volta, come ad esempio con Lascia o raddoppia, a giocare era soltanto il concorrente, preparatissimo su un argomento. Oggi la situazione è più complessa perché i telespettatori non si accontentano più di guardare passivamente uno spettacolo, ma vogliono giocare attivamente. Il quiz è uno dei programmi più interattivi che ci siano attualmente nella Tv generalista. Il nostro pubblico è molto ampio e differenziato per età, estrazione sociale, difficile da inquadrare in una sola categoria. Tra Rai e Mediaset sono oltre nove milioni le persone che guardano i quiz preserali, quindi bisogna trovare domande e argomenti che suscitino interesse in un pubblico trasversale».
A proposito di pubblico, lei parla della “nonna” come parametro di riferimento: che vuol dire?
«La nonna è il parametro per capire quanto un argomento possa interessare la maggioranza del pubblico. È una figura più trasversale delle altre. Un giovane, ad esempio, ha una sua nicchia di conoscenza che però non condivide con altre fasce d’età. La conoscenza della nonna, invece, è condivisa un po’ da tutti, nel senso che è difficile che ci sia un personaggio, una figura storica, uno scrittore, un evento che la nonna conosca dei quali il figlio e il nipote non abbiano mai sentito parlare ».
Tra concorrente e spettatori c’è poi il conduttore…
«Il conduttore è un tramite, fa giocare il concorrente in studio, è il portavoce del gioco vero e proprio, ma è anche autore e la sua funzione richiede una certa forma di protagonismo. Il conduttore non è lo strumento dell’autore, non è una sua “marionetta”. Quando scriviamo dobbiamo considerare la linea che lui vuole dare al programma e su questo incidono la personalità, il carattere, le necessità di ciascuno di loro. Per questo non posso scrivere per Jerry Scotti allo stesso modo in cui scrivo per Paolo Bonolis o per Marco Liorni o Carlo Conti».
Le è mai capitata una domanda che riteneva corretta e che invece si è rivelata errata oppure una domanda che riteneva semplice e che invece ha messo in difficoltà i concorrenti?
«Non di frequente, però accade, certo. Ad esempio, tempo fa un concorrente aveva collocato Fred Buscaglione nel 2001. Credo dipenda anche da uno scollamento generazionale che inizia a essere importante per cui può capitare che un concorrente di vent’anni magari non sappia proprio di che cosa stiamo parlando».
Poco fa accennava alla necessità di acquisire un metodo. Questo mi porta a chiederle: quanto c’è di creativo e quanto di routine nel suo lavoro?
«È un perfetto mix fra le due cose. Noi abbiamo una mole di testi, giochi, domande da proporre che è gigantesca, visto che i programmi vanno in onda tutti i giorni per stagioni intere. Ma il guizzo creativo da solo non basta, perché non garantisce mai spunti sufficienti a livello quantitativo, quindi a un certo punto quel guizzo devi reinserirlo, reimpostarlo dentro una sorta di metodo. È questa miscela che consente di mettere insieme il materiale necessario e di portare a termine la giornata».
Oggi i concorrenti sembrano meno ingessati, tendono a essere protagonisti: fanno battute, raccontano storie. Con quali criteri vengono scelti?
«In realtà i concorrenti erano molto più protagonisti quando le domande si basavano su una materia specifica. Siccome lo spettatore non poteva giocare da casa, allora bisognava esaltare lo spettacolo. E lo spettacolo lo esalti creando un personaggio, come appunto accadeva a Lascia o raddoppia. Oggi invece tendenzialmente il concorrente viene scelto perché è uno di noi, per invogliare lo spettatore a giocare da casa e potersi riconoscere in quel concorrente lì. Quindi è vero, sono meno ingessati, più simili a noi. A volte sono simpatici, ma a volte sono antipatici perché anche l’antipatia ci rende umani e ci attacca al televisore. A questo proposito bisogna anche fare una distinzione tra quiz e gioco a premi. In un programma come Affari tuoi, dove non puoi giocare da casa perché basato su una semplice scelta di numeri, si punta di più sulla storia del concorrente, sul perché di determinate scelte che fa durante il gioco. Resta fermo il fatto che tutto è finalizzato a far immedesimare il telespettatore. Se io non mi immedesimo, se il concorrente che gioca in studio è troppo diverso da me, allora tendo a giocare meno».
Chi è Armando Vertorano
Nato a Nocera Inferiore (Salerno) nel 1980, è laureato in scienze delle comunicazioni. Autore televisivo, sceneggiatore e scrittore, in Tv ha lavorato prima come redattore poi come autore per numerosi quiz tra i quali “Avanti un altro!”, “Caduta libera” e “L’eredità”.
L’intervista è stata pubblicata nel numero di settembre 2025 di LiberEtà. Per abbonarti clicca qui










