Nel momento più acuto della pandemia, la carenza di medici di base lascia senza copertura sanitaria migliaia di persone. Per correre ai ripari, il governo vuole ricorrere alle “case di comunità”, ma i primi a essere contrari sono proprio i medici di famiglia.

Chi ci curerà nei prossimi dieci anni? Domanda cruciale, considerate le falle che il servizio sanitario sta mostrando, e non soltanto a causa della pressione della pandemia. La mappa dei medici di famiglia mostra un incessante aumento di posti vacanti in diverse regioni. Le lacune del servizio di base sono emerse con drammatica puntualità con l’emergenza Covid-19, che – per citare un caso – ha lasciato senza assistenza quasi ottantamila anziani nella sola Milano durante la prima ondata.

Se il presente è problematico, il futuro sembra ancora più grave. Il numero dei medici di base che andranno in pensione nei prossimi sette anni, ulteriori infatti, eccede di gran lunga il numero dei futuri neoassunti, con una progressiva diminuzione complessiva. I dati sull’assistenza sanitaria di base – il primo bastione di difesa contro le malattie – sono stati diffusi dall’osservatorio sui conti pubblici guidato da Carlo Cottarelli, e non preannunciano nulla di buono.

«Pur considerando ulteriori novecento borse annuali per la formazione dei medici di medicina generale (finanziate dal piano nazionale di ripresa e resilienza, n.d.r.) – si legge nel rapporto – dovremmo perdere tra i 9.200 e i 12.400 medici di base dal 2022 al 2028». Nell’ultimo rapporto diffuso dalle Regioni, inoltre, si stima che almeno un milione e mezzo di italiani siano oggi privi di assistenza sanitaria di base.

Sedi vacanti soprattutto in Nord Italia. L’esodo segue un periodo di costante diminuzione. Sono già state censite 1.213 sedi vacanti, concentrate per lo più nelle regioni del Nord: il Veneto ne conta 456, la Toscana 259, 205 l’Emilia Romagna. Seguono le 91 dell’Abruzzo, le 59 del Friuli Venezia Giulia, le 55 dell’Umbria e le dieci della Valle d’Aosta. Spesso queste sedi vengono affidate a medici con contratti a termine e condizioni economiche molto svantaggiose rispetto a quelle dei titolari. Ma altrettanto spesso restano non assegnate, costringendo i pazienti ad “appoggiarsi” temporaneamente su altri medici già pieni di richieste.

In futuro le cose non miglioreranno. Anzi. Secondo gli ultimi dati dell’osservatorio, dal 2022 al 2028 ci sarà un saldo negativo di 18.670 unità (27.301 in uscita a fronte di 8.631 ingressi). Le cause di questo fenomeno sono soltanto in parte attribuibili a una sbagliata programmazione dell’offerta di servizi medici (il numero chiuso nelle facoltà di medicina è da tempo bersaglio di critiche).

Un errore al quale si sta ponendo rimedio finanziando nuove borse di studio oltre a quelle già in atto. Ma il divario tra chi esce dalla professione e chi entra resta comunque molto accentuato. Per gli studiosi la carenza va ricercata nel contesto demografico del paese. «Fino alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, ogni anno raggiungevano l’età lavorativa quasi un milione di persone l’anno – si legge ancora nel rapporto dell’osservatorio sui conti pubblici –. Nel 2022 raggiungeranno i vent’anni i nati nel 2002 che erano soltanto 520 mila. Raggiungeranno i 68 anni (tranne ovviamente chi è deceduto prima di tale età) i nati del 1954, che erano circa 820 mila». Insomma, la popolazione si riduce progressivamente e con essa anche il numero di potenziali medici di famiglia. Dunque, per le nuove generazioni sarà difficilissimo rimpiazzare i vecchi. Questo, natural- mente, vale per tutte le professioni e pone grandi interrogativi sull’organizzazione del welfare per una popolazione sempre più anziana.

La vera scommessa è trovare forme organizzative che consentano di presidiare il territorio con maggiore efficacia. Già con i “vecchi” al lavoro il sistema attuale ha rivelato vari aspetti di inefficienza. Oggi è in discussione una riforma che istituisce le “case di comunità”, luoghi dove il paziente può ricevere anche alcune prime cure, senza recarsi in ospedale. A molti medici non piace, perché il loro rapporto con la Regione passerebbe da prestazione professionale (corredata da una serie di benefit) a quella di dipendenza. Quello che si teme è la perdita del rapporto fiduciario tra medico e paziente. Ma il dibattito è ancora aperto, e una cosa è certa: il sistema dovrà cambiare.