«Bruna, mia mamma a 36 anni aveva 9 figli, l’ultima, Anna, era nata il 26 luglio 1944, giorno in cui ricorreva Sant’Anna appunto. Quel giorno chiedeva pietà per i suoi figli. Allattava al seno la piccola Anna, “non mi faranno niente”, pensava. Non fu così, un ufficiale estrasse la pistola della fondina e la uccise a bruciapelo. Mi chiamo Adele Pardini, sono nata il 12 settembre 1940 e sono sopravvissuta alla strage di Sant’Anna di Stazzema». È un racconto straziante e pieno di emozione quello di Adele, oggi 84 anni, condiviso a Sant’Anna di Stazzema il 17 ottobre scorso e in occasione della due giorni organizzata dal Sindacato dei pensionati della Cgil per ricordare l’eccidio di Sant’Anna e di Marzabotto a ottanta anni di distanza.
Era il 12 agosto del 1944 «quando arrivarono i tedeschi stavamo facendo colazione con una tazza di latte, i soldati ci fecero appoggiare su una cassapanca prima di portare me, le mie sorelle, mia mamma e gli sfollati che erano con noi al muro per essere fucilati». Bruna la mamma di Adele teneva in braccio la piccola Anna, di soli venti giorni. «Ci misero in ordine di altezza con i mitra davanti. Mia sorella Cesira, la più grande di 18 anni, chiese a mia mamma di prendere con sé la piccola Anna, ma mia mamma sapeva che senza di lei non sarebbe sopravvissuta e invocò pietà per la sua bambina». Non ci fu niente da fare, un soldato tirò fuori la pistola e la colpì in testa. I militari iniziarono a sparare a raffica. La mamma cadendo riuscì ad aprire una porta attraverso la quale Adele e le sorelle riuscirono a scappare su un campo. Fu così che riuscì a salvarsi insieme alle altre quattro sue sorelle, Maria, Lilia, Cesira e la piccola Anna. «Lilia mi teneva la bocca perché urlavo, Cesira mi tirò dentro e finimmo nelle gabbie di conigli e carbone con la porta che si richiuse subito su sé stessa. Sentimmo che stavano per dare fuoco alle case e così tornammo fuori per fuggire. A terra c’era il corpo di mia mamma». Bruna era robusta, la piccola Adele non ce la faceva ad attraversarla e fu costretta a passarle sopra. Cesira aprì le braccia della mamma e prese la piccola Anna. Correvano a perdifiato mentre i tedeschi sparavano dietro. Lilia era tutta “tronca” colpita alla testa, Cesira a gambe e braccia, Anna aveva sette pallottole nelle fasce. Cesira sentì un lamento sotto il corpo di una giovane mamma e salvò suo figlio, Paolo Lencioni che aveva un anno. «Mio babbo Federico non c’era quel giorno, era a lavorare al terreno in Cacciadiavoli assieme agli altri fratelli, Vittorio di sette anni, Siria di nove, Licia di dodici e Vinicio di quattordici. Scappammo quel giorno e li raggiungemmo lì. Mia sorella Maria ormai non camminava più e fu portata in ospedale da campo a Valdicastello dove morì il 19 settembre. Lui ricompose il corpo di mamma e lo distese sul pavimento e rimanemmo attorno a lei tutta la notte. Una giovane che allattava provò a nutrire Anna, addirittura con l’aiuto di un cucchiaino». Ma il 4 settembre la piccolina si arrese. Ha fatto fatica Adele nella sua vita a dimenticare quei momenti e oggi è ancora testimone della memoria di quegli eventi, e si impegna a raccontare la sua storia e quella delle vittime per mantenere viva la memoria di quanto accaduto. Anche se per anni il padre di Adele e Adele stessa non hanno mai parlato di quel giorno. Fino al processo al tribunale di La Spezia. C’era pure una sorta di stigma di vergogna. Un dolore tenuto dentro a lungo. «Oggi lo racconto anche ai ragazzi nelle scuole e spero che nessuno dimentichi le ferite di quel borgo».
C’è anche Mario Marsili a raccontare la sua storia. L’altro superstite dell’eccidio, l’unico a sopravvivere nella stalla in cui fu portato con la madre e i parenti in quel 12 agosto 1944. Aveva sei anni. Mario racconta per tenere viva la memoria della madre che lui considera giustamente una eroina e grazie alla quale si è salvato. Anche Mario ci ha coinvolti in un racconto preciso e pieno di particolari. «Quella mattina eravamo dai nonni in località Vaccareccia, a Stazzema. Al mattino sentimmo dei colpi alla porta – ricorda – erano i tedeschi. Noi eravamo ancora a letto. Per primi i soldati tedeschi si presero i miei zii: uno lo caricarono di munizioni, l’altro di radiotrasmittenti e se li portarono dietro in tutti i luoghi dell’eccidio. Poi presero me, la mamma, i nonni, la sorella di mia madre e ci portarono nella stalla sottostante: cacciarono le pecore e ci fecero entrare colpendoci coi calci dei fucili. Io ero in braccio a mia mamma, che era smarrita. Come noi, fecero entrare a forza altre quindici persone prelevate dalle case vicine». In quella stalla già regnava la tragedia. «Mia mamma era disperata, aveva ventotto anni e pensò solo mia mamma, che aveva 28 anni, pensò solo a me. Mi mise seduto dietro alla porta d’ingresso della stalla dove c’erano due pietre sporgenti sulle quali i contadini poggiavano i propri arnesi. Mi sollevò e mi mise seduto lì. “Non ti muovere”, mi disse, “rimani qui”. Da bravo bambino obbediente, ci rimasi otto ore». Da lì Mario vide tutto: i tedeschi coi lanciafiamme, fucili e pistole, la gente che scappava e loro che la inseguivano per sparargli. «Riuscii a vedere mia madre, aveva una ferita alla testa, era molto vicina a dove mi trovavo io. Ebbe paura che i tedeschi mi notassero e così, con l’unica “arma” che aveva, attirò l’attenzione su di sé: si tolse uno zoccolo e lo lanciò contro i suoi carnefici. Le spararono immediatamente. La vidi accasciarsi e morire. Io non potei fare niente». Oggi Mario ha 86 anni, non uscì indenne da Sant’Anna aveva ustioni che lo hanno tenuto un anno in ospedale ed è guarito grazie agli unguenti delle suore di un convento in cui lo portò la zia. Ha avuto una adolescenza triste, ci ha raccontato; da quel terribile giorno la mia vita è cambiata per sempre, sia psicologicamente che fisicamente. «Ho cercato di sopravvivere grazie alle amicizie. L’unica gioia fu il ritorno di mio padre vivo alla fine della guerra. Sono vissuto con lui fino a che ho creato una famiglia mia; ai miei figli ho trasmesso la mia memoria». E la mamma Genny è il ricordo che porta nel cuore da sempre: nel 2000 portò la sua testimonianza a conoscenza del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che poi il 25 aprile 2003 lo invitò al Quirinale per consegnargli la medaglia d’oro al valore civile per l’eroismo della mamma. «Racconto la mia esperienza di vita perché tutti sappiano gli orrori della guerra. Invece le guerre continuano, per l’egoismo umano. Nei bimbi che soffrono in Ucraina e a Gaza rivedo me bambino, nei genitori che tentano di salvarli rivedo mia madre. Auguro ai giovani di trarre con volontà il proprio percorso di vita, per la libertà, la democrazia e quella bellissima parola universale che è “pace”».
Adele e Mario non hanno dimenticato tutte le atrocità di cui sono stati testimoni e chiedono ai giovani e a tutti di ricordarsi quanto sia importante non dimenticare. Proprio per questo motivo, infatti, il Sindacato dei pensionati della Cgil Nazionale, col supporto fondamentale dello Spi Toscana e dello Spi Emilia-Romagna ha voluto organizzare due giornate dedicate dal titolo “È questo il fiore”. Una due giorni – 17 e 18 ottobre – che ha preso il via da Sant’Anna di Stazzema per concludersi nel Parco Storico di Monte Sole, nella convinzione che ricordare quanto accadde in quei luoghi nel 1944 insegna che «nessuna conquista di libertà e di democrazia è per sempre».
Una lezione di estrema attualità perché quelle stragi dimostrano anche che la guerra totale non esclude nessuno e che i civili diventano obiettivi primari degli eserciti regolari nel conflitto. «La memoria di Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto è indispensabile, oggi più che mai: per discernere due campi inconciliabili e scegliere da quale parte stare».
Ad accogliere le delegazioni il primo giorno – 17 ottobre – è stato il sindaco di Sant’Anna, Maurizio Verona che nel ringraziare e accogliere lo Spi ha ricordato che «da questi luoghi, che dovrebbero insegnare che le guerre non risolvono le situazioni ma creano soltanto crimini contro l’umanità, abbiamo sempre molto da imparare. Ringrazio lo Spi per aver scelto Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto che sono le Capitali morali dell’Italia. Sant’Anna è anche la capitale dell’antifascismo. E in questo periodo ce n’è tanto bisogno».

È stato poi il turno di Tania Scacchetti, segretaria generale dello Spi Cgil nazionale che h ringraziato il sindaco per l’ospitalità e lo Spi Toscana e Emilia Romagna per l’organizzazione nei luoghi di memoria, «la memoria – ha sottolineato la segretaria – si nutre anche con gli occhi, con il sentimento ed essere in questo posto è molto diverso dal leggerlo anche solo sui libri. Qui la storia si sente, si vede fisicamente anche l’orrore di quella strage. È una storia fatta di tantissimi morti di una violenza e di una crudeltà inaudite. E credo che tutti noi che siamo qui, condividiamo la preoccupazione sul fatto che non è una storia del tutto passata. Quel che sta accadendo nel mondo ci dice che la memoria non è stata sufficiente. Viviamo in un paese governato da una forza non dichiaratamente antifascista, che sta facendo del revisionismo storico un’azione molto pervasiva nella comunicazione e nell’attività politica. Stato quasi agghiacciante ascoltare le diciamo così, dopo i discorsi di Mattarella, del presidente tedesco che è stato qui a commemorare, a chiedere perdono per il proprio paese. Saramago scriveva “noi siamo la memoria che abbiamo e siamo soprattutto la responsabilità che ci assumiamo”. Penso che per il sindacato pensionati italiani e per la Cgil tutta la memoria non sia solo un dovere. Dobbiamo praticare quella memoria, renderla viva e soprattutto attualizzarla alla luce delle straordinarie trasformazioni dei cambiamenti che vediamo nel mondo. Noi non arretreremo mai dal nostro impegno. Saremo come le farfalle di cui parlava la senatrice Segre, capaci di volare e di trasmettere quella memoria ai nostri nipoti e ai nostri figli. La nostra attività sindacale non è altra cosa: noi lottiamo per il bisogno di giustizia sociale, per riequilibrare l’ingiustizia che c’è dal punto di vista salariale e materiale, per la tenuta dello Stato sociale. Queste lotte per i diritti delle persone le possiamo fare grazie alle persone che hanno sacrificato la loro vita e hanno messo i loro ideali a disposizione di un progetto di pace e di sconfitta del nazifascismo e del fascismo, della violenza e della sopraffazione».

Tra gli ospiti anche Vannino Chiti, presidente dell’Istituto Storico della resistenza e dell’età contemporanea della Toscana, già presidente della Regione Toscana, ministro nel secondo governo Prodi e vicepresidente del Senato, che ha ricordato quanto fossero significative queste due giornate «è qui che la legge contro la propaganda fascista ha avuto un grande successo, siamo riusciti a firmarla e farla presentare in Parlamento. Siamo in un luogo che ha un particolare significato: qui sono state massacrate cinque centosessanta persone e molti erano bambini, c’erano donne, c’erano persone civili. Senza alcuna giustificazione. Si sterminavano le popolazioni come vendetta. Tre sono state le stragi più significative In Italia: le Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto. Ma ci sono tante anche piccole stragi. Erano crimini contro l’umanità. In Toscana sono state 807 e le vittime 4413. In Italia sono state 5626 e le persone massacrate 23.660. Sono dati raccapriccianti, e credo che quando si viene in questi luoghi la commozione umana sia inevitabile. Credo sia un dato umano. La commozione per quello che qui c’è stato, per le vite che sono state strappate alla possibilità di una esistenza. Alla commozione deve fare seguito la riflessione sul fatto che il fascismo non è stato mai una dittatura mite. Non è vero che fino al 1938 con le leggi speciali il fascismo è stato dalla dittatura mite. Il fascismo ha portato la violenza organizzata nella politica italiana. Le squadre fasciste erano inquadrate e un braccio armato del partito fascista che si è affermato con la violenza, colpendo sindacalisti, sindacati, cooperative, comuni, costringendo alle dimissioni. I luoghi confino non erano dei luoghi di villeggiatura, erano luoghi di segregazione e di prigionia. E il fascismo ha massacrato Matteotti, è vergognoso. C’è stata una lunga serie di assassini – Don Minzoni, Gramsci, Donati, i fratelli Rosselli – il fascismo ci ha portato in guerra e ha fatto delle guerre. Io sarei contento, davvero, il giorno in cui in Italia e in Europa destra e sinistra saranno unite da un punto: il fatto di sentirsi chiaramente, dichiaratamente, esplicitamente antifascisti e di dire che su questo siamo tutti Uniti e che la lotta politica è su altro, sulle priorità. Dire che il fascismo si è concluso nel 1945 è una falsità». Chiti ha poi aggiunto quanto sia importante l’impegno nel non far prevalere il revisionismo sulla storia e far prevalere i valori come l’antifascismo, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza di genere, la ricerca della pace, la cooperazione, l’accoglienza. «Se passerà l’autonomia differenziata l’Italia sarà spezzata e non conterà più nulla in Europa, così come se passerà la proposta di riforma sul cosiddetto premierato elettivo, che non esiste al mondo, si sconquassano gli equilibri e si toglie di mezzo il ruolo del Presidente della Repubblica. E un’ultima cosa: se passerà il ddl sicurezza l’Italia cambierà e non sarà la democrazia che ci hanno consegnato i partigiani e le sofferenze di queste persone che qui oggi ricordiamo sacrificate e private della vita. Sarà una democratura, che è altra cosa».

A seguire poi l’intervento di Eugenio Giani, Presidente della regione Toscana che ha sottolineato come Sant’Anna di Stazzema ci insegni che la cattiveria e la brutalità con cui ideologie, che avevano generato prima il fascismo e poi il nazismo, hanno provocato nella morte di 560 persone e nella modalità utilizzata siano qualcosa da cui rifuggire, da ripudiare, per creare le condizioni affinché non si possa ricadere nella spirale di cattiveria e la disumanità di quei giorni. «Lo scorso 25 aprile il presidente Mattarella ha chiuso il suo bellissimo intervento dicendo “la memoria è il futuro”. E la conoscenza dei fatti e della storia e la capacità di rappresentarle alle nuove generazioni consentono a tutti di fare le valutazioni che ispirano i comportamenti corretti per il futuro. Fondamentale è l’impegno per la pace non è altro che creare gli anticorpi rispetto a quello che è già accaduto e che non deve più accadere. Ritengo che oggi, più che mai, in una situazione così incerta che riguarda anche il nostro Paese, la memoria sia uno degli esercizi migliori per contrastare il ritorno dell’odio ed educare le nuove generazioni al rispetto e alla tolleranza. Non c’è futuro senza memoria – conclude Giani – Ricordiamoci cosa sono state le guerre, cosa hanno fatto».

Dopo la deposizione della corona in onore delle vittime dell’eccidio, si è poi tenuta una tavola rotonda coordinata da Cristiano Marcacci, direttore de il Tirreno con Annalisa Savino, dirigente scolastica del Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Firenze che ha sottolineato come «Le classi oggi sono diverse non solo da quelle di ottanta anni fa ma anche da quelle di dieci anni fa. Le provenienze delle famiglie sono diverse e sappiamo che in questo paese l’impegno civico dipende tantissimo dal contatto familiare. La scuola arriva fino a un certo punto. Non si può pretendere che sia solo la scuola a riunire gli italiani con la Costituzione, questo è un progetto abbastanza difficile. Vogliamo essere ottimisti, ma è difficile perché alcuni l’hanno accolta, altri l’hanno digerita, ma tanti altri proprio la rifiutano. Questo è un grande problema. Però i giovani devono poter avere accesso conoscenza alle storie delle persone che hanno fatto la Resistenza, sia impugnando le armi, sia sacrificando la loro vita perché le armi non le avevano e percepirle come persone normali che però hanno fatto una scelta. E la scelta appartiene agli uomini è una cosa umana, nobilissima. Questo va fatto capire. Non sono eroi, alla fine lo diventano nella nostra idea, ma sono originariamente delle persone, così come tutti noi siamo persone che possono scegliere e possono capire da quale parte stare, ogni giorno». Accanto a lei anche la storica Simonetta Soldani che ha dichiarato di aver passato gli ultimi trent’anni di insegnamento all’università ricordandosi quanto fosse importante avere una idea chiara della storia del mondo e inserirvi le vicende italiane «per gli studenti e per i giovani che devono avere degli strumenti logici di pensiero e qualche elemento di conoscenza, di conoscenza di dati, di fatti, avendo la curiosità di andarseli a cercare. Questa curiosità non la può dare soltanto la storia, la memoria gioca un ruolo fondamentale. La memoria è qualcosa che muta col tempo, con le sensibilità e con l’età, è un oggetto vivo, plastico. Per questo va sempre confrontata con la storia. È bene che i ragazzi abbiano una idea generale di storia e che siano curiosi del passato e che si crei una generazione che abbia voglia di guardare alle radici del passato». A chiudere la tavola rotonda, Stefano Landini, segretario organizzativo dello Spi Cgil nazionale, «oggi qui ci prendiamo un impegno, quello di continuare il progetto memoria e ricordare e impedire che la memoria storica sul fascismo, puntando su una sorta di alzheimer collettivo, lo riabiliti. Recuperare la memoria è un dovere nei confronti delle giovani generazioni, alle quali va trasmesso ciò che è avvenuto, e sottolineando l’importanza di esercitare il diritto al voto in un Paese in cui nemmeno il ciquanta per cento delle persone va a votare. Fare memoria è la cosa più moderna che possiamo fare come Spi».

Dopo il dibattito è andato in scena lo spettacolo teatrale “Il corpo. Voci di donne nel delitto Matteotti”, da un’idea di Riccardo Nencini, di e con Anna Meacci, Daniela Morozzi e Chiara Riondino che ha visto la partecipazione di Elena Matteotti, nipote di Giacomo.
Eppure, lo sappiamo: anche l’odio contro la bassezza stravolge il viso. Anche l’ira per l’ingiustizia fa roca la voce. Oh, noi che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentili. Ma voi, quando sarà venuta l’ora che all’uomo un aiuto sia l’uomo, pensate a noi con indulgenza.
Bertolt Brecht










