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Pubblicato il 05 apr 2017

Terremoto: cinque mesi dopo tra gli sfollati dell’Umbria

Il lago Trasimeno e l’isola Polvese trasmettono un senso di pace e tranquillità. Chissà se un po’ di quella stessa tranquillità sono riusciti a infonderla anche in coloro che dopo il sisma sono stati costretti a fuggire da Norcia e Cascia e a cercare accoglienza in alcuni alberghi della zona. Qui, nel periodo di massima emergenza, sono state ospitate circa mille persone. Ora molti sono andati via: chi è rientrato nella propria casa, chi ha trovato una sistemazione altrove, chi invece ha avuta assegnata una di quelle che qui chiamano le “casette”, in burocratese “moduli abitativi prefabbricati”, che la protezione civile sta allestendo nei luoghi del terremoto.

Gli ombrelli dello Spi. «Qui noi non abbiamo dovuto gestire l’emergenza – ammette Ivo Banella, a capo della lega Spi Cgil Trasimeno, che mi accompagna in questa ricognizione –. Ma non ci siamo tirati indietro. Dal momento che c’erano molte famiglie con bambini, abbiamo organizzato una raccolta di giocattoli che poi abbiamo distribuito ai piccoli. In questo modo molti ci hanno conosciuto e poi si sono rivolti a noi per sbrigare pratiche o anche soltanto per avere informazioni». «E non solo – aggiungono Laura e Fernando, anch’essi della lega Spi Trasimeno –. Di vestiti e scarpe, di ogni taglia e misura, ce n’erano anche troppi, però non c’erano ombrelli. Molte persone si chiedevano: “Come facciamo a fare una passeggiata se piove?”. Un’esigenza banale, certo, ma che in quella situazione sembrava insormontabile. Abbiamo così deciso di distribuire degli ombrelli risolvendo la questione». Piccoli gesti ai quali, in condizioni di normalità, non facciamo caso, ma quando anche la gestione della quotidianità genera angoscia e incertezza trasmettono un senso di solidarietà e partecipazione.

Tra gli sfollati del Trasimeno. A San Feliciano, nell’albergo Ali sul lago, incontriamo Cristina e Giovanni che ci raccontano la loro storia, fatta di progetti e speranze finiti in macerie come i muri della loro casa e della loro attività commerciale. «Fino a un anno fa – dice Giovanni – vivevamo a Roma dove lavoravo come grafico in una tipografia. Poi l’azienda è fallita e a 51 anni sono rimasto disoccupato. Avevamo deciso di trasferirci a Norcia, anche per dare un futuro diverso a nostra figlia, e di avviare un’attività di ristorazione a Castelluccio. Il progetto era valido ed era partito bene, poi le scosse del 26 e del 30 ottobre hanno cancellato tutto. E ora, dobbiamo ripartire da zero un’altra volta, ma sarà dura». «Quello che più pesa – aggiunge la moglie Cristina – è l’incertezza. Qui non ci hanno fatto mancare niente, la comunità ci è stata vicina in tutti i modi, ma ora comincia a mancarci casa. La nostra è stata dichiarata in categoria A, quindi è agibile, ma il non sapere quando e come rientrare aumenta la paura che questa condizione possa andare avanti ancora per chissà quanto». Passata, in parte, la paura delle scosse, oggi la preoccupazione maggiore è causata dalla mancanza di certezze sui tempi. «È vero – commenta Ivo Banella –. Le attività produttive di quel territorio sono molto legate al turismo, all’agricoltura, alla trasformazione dei prodotti alimentari, e molte aziende stanno vivendo una crisi profonda. Io però sono fiducioso, perché ho l’esperienza del terremoto del 1997. Allora la ricostruzione ha funzionato e sono certo che il modello Umbria funzionerà anche questa volta».

Centinaia di abitanti di Norcia e Cascia in fuga dalle loro abitazioni distrutte hanno trovato rifugio anche in alcuni alberghi di Perugia e Ponte San Giovanni. Carlo Scaleggi, volontario dell’Auser Filo d’argento, mi accompagna a incontrare alcune di queste persone. Per molti giorni, dopo il terremoto, Carlo, alla guida di un pullmino, ha percorso centinaia di chilometri per trasferire coloro che arrivavano in autobus e dovevano raggiungere gli alberghi cui erano destinati. Le persone erano spaventate, disorientate, non sapevano cosa fare e così il suo ruolo non si è limitato a quello di semplice autista: «In tutto questo periodo mi è capitato anche di fare da tramite tra gli addetti alla reception degli alberghi e alcuni anziani che avevano i documenti scaduti, oppure di risolvere la situazione di un uomo portatore di handicap cui avevano assegnato una camera troppo piccola». Insieme a lui incontro Luigi, sposato con Caterina e papà di un bimbo di tre anni: «Qui siamo trattati benissimo, però la situazione è diventata insostenibile. Tutto è cambiato: non abbiamo più punti di riferimento, non abbiamo più contatti con gli amici sparsi in giro. Non si può vivere così. Abbiamo fatto domanda per la “casetta” ma non se ne parla prima di agosto».

In un altro albergo troviamo Natale, pensionato di Norcia. Alla domanda su come sta vivendo questa situazione si porta la mano al cuore, un gesto che vale più di mille parole: «Però sono contento – dice – perché mi è stata assegnata la “casetta”, i documenti sono tutti pronti e tra due giorni mi daranno le chiavi. Posso finalmente tornare al mio paese. E anche se la mia casa è distrutta potrò comunque vederla ogni giorno». Non ci vuole molto a comprendere come il superamento del trauma e la riconquista di un certo equilibrio passino per il ritorno alle abitudini quotidiane. Come quelle che un’anziana signora spera di tornare presto a vivere. Mentre parla al telefono con un’amica rubo la sua conversazione: «Tra qualche giorno torno al paese. Mi hanno dato la “casetta”. C’è tutto, perfino i piatti. Ora potrete venire a trovarmi. Certo è piccola, ma il posto per bere un caffè è sufficiente». Così, anche un gesto semplice come bere un caffè in compagnia può aiutare a gettare alle spalle i fantasmi di ieri e a ricominciare a pensare al futuro.

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