jackie

Pubblicato il 24 feb 2017 da Massimo Castiglioni

Pablo Larraín – Jackie

Pablo Larraín è un regista che non si lascia certo intimidire dalla storia. In passato ha affrontato alcuni momenti centrali delle vicende politiche del suo paese, il Cile (si vedano Post mortem, sul golpe di Pinochet, e No – I giorni dell’arcobaleno, sul referendum che nel 1988 pose fine alla dittatura), e l’anno scorso si è presentato in sala con la biografia di un noto personaggio cileno: il poeta Pablo Neruda. Anche il suo ultimo lavoro, Jackie, proiettato a settembre alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e distribuito nei cinema dal 23 febbraio, è un film biografico, dedicato a una figura poco ricordata rispetto a quelle, più note, che le stavano intorno: Jacqueline Kennedy, per tutti Jackie.

La scelta di cimentarsi con un personaggio del genere è particolarmente interessante: innanzitutto perché Larraín non è un regista che si limita a una banale ricostruzione della vita di una persona (come, al contrario, fece Clint Eastwood alcuni anni fa, con quell’attesissimo e deludente J. Edgar sullo storico direttore dell’FBI, Hoover); in secondo luogo perché il suo è un punto di vista diverso, da straniero, lontano dalle immagini che il cinema statunitense ha importato per molti anni e che fanno parte anche della nostra storia, vista l’importanza che l’Impero americano ha avuto (e ha tuttora) per l’Occidente.

Come detto, non si tratta di raccontare dalla nascita alla morte il romanzo di Jackie (interpretata da una splendida Natalie Portman). Tutto ruota intorno a un evento in particolare: l’assassinio di John Kennedy, in quel di Dallas, il 22 novembre 1963. Accanto a lui c’era sua moglie. Il film comincia in un momento in cui il fattaccio è già avvenuto. Un giornalista bussa alla casa di Jackie, ancora affranta dal dolore ma pronta a concedere un’intervista. Il dialogo tra i due è la linea principale della narrazione; da questa prendono il via, senza alcuna continuità cronologica, diverse sequenze che mostrano varie situazioni precedenti o successive all’omicidio (che pure è rappresentato a sua volta).

Le trasmissioni televisive in cui Jackie e John svelano la loro vita alla Casa bianca (raccontando le litigate per l’arredamento, le stesse che a loro tempo fecero Lincoln e la moglie – e Lincoln non è un personaggio secondario), le serate organizzate presso la residenza presidenziale, lo shock di essere bagnata dal sangue del marito appena assassinato, l’improvvisa freddezza con cui lei ricorda gli altri presidenti eliminati (tra cui Lincoln), la tensione dei giorni seguenti, l’ossessione di organizzare un funerale grandioso (come quello di Lincoln) nonostante il rischio attentato: tutto obbedisce a una logica dell’apparenza, al desiderio di imporsi come modello, di offrire alle masse la favola in cui il Presidente e la First lady sono una coppia comune, afflitta dai piccoli problemi tipici di ogni esperienza quotidiana e costretta tuttavia a una vita da “persone speciali” (e Jackie sottolinea che una persona come le altre non ha l’onere di dover prendere decisioni importanti come le sue). Anche Kennedy amava le favole, in particolare quella di Camelot, di re Artù e dei suoi cavalieri: uomini che lottano per il bene del mondo. Tutti hanno bisogno di un mito in cui credere, e gli sforzi di Jackie vanno in questa direzione, verso la creazione di un mito intorno a JFK; e infatti, il voler tracciare una linea di continuità con Lincoln, ovvero con il presidente che più di ogni altro ha assunto connotati leggendari, non è casuale. Alla domanda sul perché si ostina tanto a organizzare una cerimonia funebre così maestosa e spettacolare nonostante il pericolo di un altro attentato, Jackie risponde che quello è il suo lavoro. A oggi si può anche sostenere che un simile impegno, della coppia prima e della sola donna poi, ha portato in buona parte ai risultati sperati (con il paradossale aiuto dell’attentato). John Fitzgerald Kennedy è rimasto nella storia come un vero e proprio martire avvolto da un alone di sacrale perfezione; a volte si ha quasi l’impressione che le pallottole che lo hanno eliminato abbiano interrotto l’avvento di un’epoca di pace e benessere che solo lui avrebbe potuto garantire (ma è proprio così? In fondo Kennedy è stato un personaggio più controverso di quanto si voglia credere).

Comunque, al di là di ogni questione politica e di ogni riferimento a un determinato modo di intendere il rapporto tra i potenti e le masse (che per certi aspetti anticipa alcune derive televisive contemporanee), Larraín non dimentica che Jackie è una donna che ha appena perso il marito in circostanze tragiche, che prova un forte senso di colpa per non essere stata abbastanza reattiva mentre sparavano a John, che deve occuparsi di due figli piccoli, che soffre di solitudine e che desidera affetto (a un prete confessa una certa insofferenza per le manchevolezze sessuali del marito). Il lato privato è ancor più drammatico perché si intreccia ai giochi dietro le quinte, andando di pari passo – anche se in ombra – con quello pubblico dato in pasto alla gente. Jackie impedisce al reporter di trascrivere alcune sue dichiarazioni particolarmente angosciose, forse perché troppo legate a una dimensione intima, forse perché poco in linea con il messaggio che si vuole far passare per mezzo della stampa. L’immagine di persone ordinarie, anche se immerse nella reggia della Casa bianca, costruita per gli spettatori è forse più vera di quanto la stessa Jackie osasse immaginare, perché, anche se a lei spetta un carico non comune di decisioni e azioni, nella disperazione per la morte rivela l’amarissima fragilità che la mette davvero al livello di tutti gli altri.

 

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