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Pubblicato il 01 feb 2017

Massimo Bernardini: “Sanremo un fenomeno non solo televisivo”

Dal 7 all’11 febbraio il teatro Ariston ospita la 67esima edizione del festival della canzone italiana. Ne parliamo con il conduttore di Tv Talk, uno dei massimi esperti di televisione e di festival: «Sanremo – dice Massimo Bernardini – è un fenomeno tipicamente italiano che non ha eguali al mondo». E non solo per i numeri degli ascolti televisivi che scompaginano tutte le classifiche, ma anche perché è un evento mediatico sul quale si concentrano tutti i media: la Tv, i giornali e anche la rete.

«Sanremo è un fenomeno televisivo italiano di proporzioni colossali che non ha eguali in Europa e forse neanche nel mondo». Massimo Bernardini, che tutti conosciamo come il conduttore di Tv Talk, un programma in onda ogni sabato su Raitre che fa le pulci agli avvenimenti televisivi della settimana, è anche un grande analista di Sanremo, tant’è che dal 2015 fa parte della giuria di esperti del festival. Parlare con lui di questo appuntamento è un grande privilegio di cui gli siamo grati. Lo raggiungiamo via telefono nei giorni a cavallo tra Natale e Capodanno nella sua abitazione milanese. Uno scambio di auguri e poi giù a capofitto nel festival di cui già si parla tanto. «Non esiste un appuntamento musicale con così tanti ascolti – spiega il giornalista –. Parliamo di dieci milioni di persone che si mettono davanti al televisore. Un fatto eccezionale se si pensa che oggi un grande successo televisivo tocca al massimo i cinque milioni di telespettatori. È la prima anomalia che mi viene da sottolineare a proposito di Sanremo. La seconda è che costituisce un’eccezionale accensione mediatica. Tutti i media italiani corrono dietro a Sanremo per una settimana e in maniera sproporzionata, tanto che poi ci si chiede come sia possibile che in questo paese non ci sia niente oltre Sanremo. Il festival oscura tutto: sui giornali, sulle reti televisive, perfino sui social media».

Come si spiega questo grande interesse per Sanremo?
«Come sappiamo questa anomalia è nata negli anni Cinquanta prima in radio e poi con l’avvento della Tv sul piccolo schermo. L’idea era: facciamo un festival di canzoni nuove. Il brano doveva essere assolutamente inedito. Bastava che uno lo canticchiasse a una festa di compleanno e veniva cacciato dal festival. Oggi è rimasta solo questa regola. Per il resto è cambiato tutto. La canzone, ad esempio, non è più così centrale. Sono anni che ci chiediamo quale brano abbia vinto l’edizione precedente. E nessuno se lo ricorda. La canzone non è più così centrale neanche nelle vendite discografiche, perché anche qui è cambiato tutto. È più probabile allora che uno si ricordi del conduttore: Pippo Baudo, Fabio Fazio, Carlo Conti. Adesso, ad esempio, si parla tanto della De Filippi che affiancherà Carlo Conti. Sarà l’evento televisivo dell’anno: un uomo Rai e una donna Mediaset uniti sul palco dell’Ariston».

Una delle critiche più graffianti a Sanremo è che sia rimasto un mondo di sogni, di canzonette, appunto, senza confronti con il paese reale…
«Forse oggi è così. Ma perché la comunicazione è diventata usa e getta. Tutto ciò di cui parlano la Tv, i giornali, la rete nel giro di poco tempo cade nell’oblio. Viviamo in questa liquidità: per un attimo tutto appare illuminato e poi cala l’oscurità. Avere centuplicato i punti d’irradiazione di fatti, notizie, personaggi ha fatto sì che le più grandi accensioni ormai abbiano una durata effimera. E Sanremo si iscrive dentro questa regola. Noi ricordiamo Vasco Rossi, Ramazzotti, la Pausini delle edizioni degli anni passati. Ci ricordiamo ancora dei segni forti che Sanremo ha portato nel costume e nella cultura dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta. Poi questa cosa è scemata. Alla fine non è più la canzone in sé che ricordiamo, ma l’icona del momento: un cantante, un gesto, un detto…».

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario del suicidio di Luigi Tenco. Anche questo fatto è caduto nell’oblio?
«Tenco era uno dei maggiori talenti italiani, però era anche un giovane che stava vivendo un momento di crisi nella sua carriera e nella sua esistenza. Purtroppo quel gesto è diventato un simbolo. Penso a un grande artista come De Gregori che oltre ad averci fatto una meravigliosa canzone, è stato l’unico che a Sanremo non ci ha mai messo piede dopo il suicidio di Tenco. È un piccolo segno che ci ricorda come almeno per una parte della cultura del paese questo suicidio sia rimasto una ferita, anche se i ragazzi di oggi non sanno neanche chi fosse Tenco. È una ferita che resta nella memoria di molti vecchi, su cui si è speculato all’infinito. Ma in fondo è una storia meno grande, meno simbolica: il talento di Tenco era grande ma il suo suicidio resta una storia più piccola».

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