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«Mi chiamo Annalisa Grillo. Sono una di quei settecentomila di cui parla l’ultimo rapporto Svimez: sono la settecentomillesima di quel popolo di migranti che negli ultimi dieci anni ha fatto le valige e si è lasciato alle spalle il Sud per trasferirsi al Nord. L’ho fatto perché avevo un sogno: lavorare». Ora Annalisa fa l’insegnante precaria della scuola primaria. Ha 28 anni e un contratto annuale scaduto da poco. «Qualcuno potrebbe pensare che sono precaria, ma almeno ho un posto statale e quindi ho lo stipendio garantito. E invece no. Perché nell’ultimo anno il Nord, la terra promessa, ha reso il mio 27 del mese una lotteria: da dicembre lo stipendio ha iniziato ad arrivarmi solo in parte, e da aprile non mi arriva più». Generazione di precari Annalisa è una dei 700 mila giovani migranti che, rileva il rapporto Svimez, tra il 1997 e il 2008 hanno abbandonato il Sud per cercare fortuna altrove. Lo zainetto al posto della valigia di cartone, magari il piccolo iPod in tasca per ascoltare le canzoni preferite, ma la via è la stessa intrapresa dai nonni e dai padri. Passa per la fermata dei pullman che partono da Sommatino, da Sambuca, da Licata e da Santa Margherita Belice, tanto per citare i paesi della Sicilia che si stanno spopolando di più. Si parte per Bologna, Varese, Como, ma anche per il Nord Europa, come una volta. Nel 2005 LiberEtà fece un’inchiesta e scoprì un’emigrazione silenziosa che solo il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, all’epoca ebbe il coraggio di denunciare. Già allora da Ribera ogni anno partivano novemila giovani diretti in Belgio e in Germania. La Svimez oggi ci dice che continuano a farlo. Vengono chiamati “pendolari di lungo raggio”, una specie di cittadini a termine che rientrano a casa nel week-end o un paio di volte al mese. Tra loro ci sono anche molte giovani donne senza titolo di studio che vanno al Nord per brevi periodi, magari per andare a lavorare nelle pizzerie o nei pub. Ma soprattutto tantissimi giovani – dice lo Svimez – con un livello di studio medio-alto: l’80 per cento ha meno di 45 anni e quasi il 50 per cento svolge professioni di livello elevato (il 24 per cento è laureato). Uno di loro Andrea Miccichè è uno di loro: fa il ricercatore ed è stato costretto a lasciare la Sicilia. «Studiamo nella nostra amata Sicilia, ma poi le nostre conoscenze le investiamo fuori dalla nostra terra». Andrea è uno dei tanti giovani del Sud che hanno voluto prendere la parola nel corso di una conferenza svolta dalla Cgil a Palermo. Come lui Andrea Gattuso, dell’Unione studenti universitari di Palermo, che spiega cosa sta succedendo: «Mentre tutti i paesi puntano sull’istruzione e sulla formazione per uscire dalla crisi, il governo delle destre taglia proprio in questi settori. Proprio sui mezzi che un giovane ha per riuscire nelle proprie ambizioni e affermare se stesso nella società. C’è bisogno di svecchiare il sistema produttivo, ma soprattutto la politica, abbandonando le pratiche clientelari e affermando il principio del merito e del diritto». Partono per spinta
Qualcuno obietta che i giovani d’oggi sono portati di più a spostarsi. È così? Enrica Morlicchio, sociologa all’università di Napoli, non è convinta. «Secondo i nostri studi – dice – i giovani del Sud tendono a spostarsi ancora per spinta più che per attrazione del cambiamento. Le politiche giovanili per il Meridione sono inesistenti. Un vuoto che riguarda tutte le fasce d’età. Non ci sono interventi né per gli ultracinquantenni per i quali non vengono utilizzati neanche gli ammortizzatori sociali, né politiche formative per chi è in cerca di prima occupazione». Forse solo la Puglia fa qualcosa, dice Goffredo Fofi, autore di un libro memorabile sull’immigrazione meridionale a Torino. «Vendola – dice – sta richiamando giovani di talento che erano finiti all’estero per sostituire i vecchi funzionari andati in pensione». Ma gli altri governatori stanno facendo poco e niente.
Il dramma di chi resta
E per chi non se la sente di partire sono guai seri. In un solo anno, nel 2008, secondo lo Svimez, coloro che hanno abbandonato la speranza di trovare un lavoro sono cresciuti di 95 mila unità (dal 2004 al 2008 sono diventati 424 mila in più). L’Istat, per esempio, registra un dato inquietante in Campania. Su 33.000 persone che hanno perso il lavoro nel primo trimestre di quest’anno, solo mille si sono iscritte nel registro dei disoccupati. «Questo significa – spiega Enrica Morlicchio – che la gente è sempre più scoraggiata, ed esce dal mercato del lavoro senza riprovare più a rientrarci».
E il governo che fa?
Niente, sarebbe già qualcosa. Il governo, dice lo Svimez, negli ultimi due anni ha sottratto 18 miliardi a Mezzogiorno per finanziare le varie urgenze nazionali. L’effetto Lega Nord, dunque, comincia a vedersi. E non è federalismo, ma “settentrionalismo” bell’e buono.
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