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SETTEMBRE   2009   
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L’Abruzzo che non ci fanno vedere
di Romualdo Gara
 

A cinque mesi dal terremoto un miracolo a L’Aquila è avvenuto. Non è uno di quelli
promessi dal presidente del Consiglio (case per tutti, totale copertura delle
spese di ricostruzione: chissà se si realizzeranno). No, il vero miracolo è la
resistenza delle ventunomila persone che tuttora vivono nelle tendopoli. Dopo
oltre centocinquanta giorni sono ancora lì tra disagi di ogni genere.

Ad aprile e a maggio hanno patito il freddo e le ultime nevicate invernali. Poi, arrivata
l’estate, hanno affrontato le temperature proibitive (45 gradi centigradi) che
si sviluppavano all’interno delle “case di tela”, come qualcuno le ha chiamate.
Adesso, con la pioggia e il clima autunnale, arriverà il peggio. Ma chi sono
questi indomabili resistenti? Poveri, stranieri e, soprattutto, anziani.
«Quelli dai 65 anni in su – ci aveva detto il direttore del dipartimento
prevenzione della Asl dell’Aquila, Giuseppe Matricardi, a giugno, quando
avevamo fatto la prima inchiesta sulle tendopoli – rappresentano il 70 per
cento degli sfollati in tenda». «E più di quattromila sono
ultrasettantacinquenni», aveva aggiunto la protezione civile. Sono ancora tutti
lì. E non si sa con certezza quando potranno smontare le tende ed entrare in
una casa.

Case nuove per pochi

Adesso che si avvicina il momento di assegnare i primi appartamenti, gli anziani che
vivono soli rischiano l’ennesima doccia gelata: non vedersi assegnato un
appartamento, perché per aumentare il punteggio per riuscire a ottenere le
casette conta il numero dei componenti del nucleo familiare. Più si è, più
probabilità si hanno di andare a vivere nei nuovi villaggi. Si sa già che su
ventimila sfollati la metà non troverà posto nelle new town tanto decantate da
Berlusconi.

Nei campi nel frattempo, ci sono ancora persone che hanno superato i cento anni, che
vivono su una carrozzella, che non sono neanche in grado di andare al bagno da
soli. Passano il giorno senza poter fare nulla. Non possono nemmeno lasciare il
campo per qualche ora per cercare refrigerio quando in tenda il caldo è insopportabile. Come abbiamo ampiamente documentato, volontari, psicologi, medici e infermieri hanno fatto il possibile e anche di più per assisterli, per evitare che il loro stato di salute peggiorasse a tal punto da rendere necessario il ricovero in ospedale.

Niente di nuovo

Qui, dove sulle spalle dei più deboli poggiano i fardelli più pesanti da sopportare, dopo cinque mesi, nelle tende vivono ancora 21.601 persone, distribuite in 143 tendopoli e in dieci campi autonomi; 5.207 le tende montate. Negli alberghi della costa abruzzese e marchigiana gli aquilani presenti sono 19.725 mentre quelli che vivono nelle abitazioni sono 9.638. In tutto le persone che sono fuori delle loro abitazioni sono ancora più di cinquantamila.
Cos’è cambiato dopo che lo Spi e la Cgil hanno presentato i dati dell’inchiesta di LiberEtà sulla condizione degli anziani che vivono nei campi per gli sfollati? Lo abbiamo chiesto al coordinatore dei medici di base dei campi, Lino Scoccia. «Da luglio a oggi non è cambiato molto. La percentuale di anziani rimasti sotto le tende è rimasta la stessa. Abbiamo aumentato, per quanto possibile, i servizi di assistenza sanitaria. A Rocca di Mezzo, ad esempio, la Asl ha aperto una nuova residenza sanitaria assistita (Rsa). Ci vivono trentaquattro persone: si tratta o di gente portata dopo il terremoto in Rsa molto lontane dall’Aquila, o di anziani da tempo in attesa di ricovero. A Paganica, invece, abbiamo attrezzato un ospedale da campo per venti pazienti anziani fragili ma che hanno mantenuto una certa autonomia. Sono persone che non soffrono di gravi patologie, ma con i disagi che vivono in tenda possono da un momento all’altro vedere peggiorare le loro condizioni di salute».

L’enorme tendone montato in uno dei campi di Paganica è stato donato dagli americani nel mese di luglio. Prima di essere trasformato in ospedale da campo è stato utilizzato come stanza refrigerante da tanti anziani oppressi dalla calura. «Senza casa – afferma Lino Scoccia – è difficile per tutti vivere». Anche l’associazione di volontari Auser sta per attivare punti d’ascolto per gli anziani nelle tendopoli di Bussi sul Tirino, Barisciano e Coppito. Un automezzo li aiuterà nei collegamenti con gli altri campi, «perché – racconta Nicola Zaccardi (Auser Abruzzo) – dopo la tragedia vogliamo aiutare queste persone a non perdere il senso per la vita e per il futuro».

La rabbia che cova


Il direttore del dipartimento di prevenzione della Asl, Giuseppe Matricardi, sui giornali locali sostiene che «certo, la tenda amplifica i disagi quotidiani. Tuttavia non ci risultano casi di emergenza particolare. Gli anziani ci sono ancora, sì, ma sono un po’ meno fragili rispetto a quelli che sono stati assistiti e sistemati altrove. La situazione complessiva è migliorata. Ora ci sono solo residenti, la promiscuità è stata ridotta e sono rarissimi i bagni chimici pericolosi per le infezioni».

Non la pensano così tanti aquilani che danno sfogo alla rabbia raccontando la loro
vita quotidiana sui siti internet e sui blog. Sulla stampa locale si cominciano
a leggere le prime proteste dei cittadini. «Il problema è che qui decidono
tutto senza coinvolgere le comunità – spiega Sara Vegni, del comitato “3 e 32”
–. In Tv raccontano che arriva un fiume di soldi, che ricostruiranno tutto, che
chi ha perso il lavoro viene tutelato. Le cose non stanno così. Qui nessuno ha
ancora visto un euro di quelli promessi dal governo a chi si trovava una
sistemazione autonoma. La mia famiglia ha fatto questa scelta. Su cinque
persone che lavoravano, dopo il terremoto due hanno perso il lavoro. Dopo
cinque mesi nessuno ci ha dato i soldi promessi. È così un po’ per tutti: non
si ha un sostegno economico, non si hanno prospettive di studio, di lavoro e di
dove andare ad abitare».

«Gli aquilani terremotati dovranno anticipare i soldi per fare riparare le loro abitazioni di categoria B e C danneggiate dal sisma. Come faranno?» si chiede il segretario della Cgil provinciale, Umberto Trasatti.

Tutti via dalle tende

C’è poi chi non ha più la casa. Gli appartamenti che il governo consegnerà (quando?) potranno ospitare non più di tredicimila persone su oltre cinquantamila sfollati. Chi ci andrà lo deciderà una graduatoria.  Loretta Del Papa, segretaria dello Spi Cgil dell’Aquila, è preoccupata. «Se il criterio è quello del punteggio, sono avvantaggiati i nuclei familiari numerosi. Ma all’Aquila e nei Comuni del cratere sismico tanti anziani vivono soli. Al sindaco Cialente abbiamo ricordato questo problema. Non è facile ma dobbiamo risolverlo. Possiamo pensare a delle case famiglia per mettere insieme più persone. Possiamo pensare a tutto meno che a lasciarli nelle tende».

Dal sindaco Massimo Cialente arriva la richiesta di dare case di legno a tutte le famiglie aquilane impossibilitate a rientrare nella propria abitazione. «Le quattromila case di
Berlusconi non bastano. La soluzione provvisoria può essere quella delle
abitazioni in legno. In autunno ci vogliono case per tutti – dice – le famiglie
hanno bisogno di una sistemazione che consenta di mantenere un tessuto sociale.
Guardate che questa è la forza culturale della nostra comunità e va tutelata».





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