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Pubblicato il 08 mag 2017

Dossier Roma | Un progetto per uscire dalla crisi

Roma negli ultimi vent’anni è cambiata. Ma come e perché? Queste domande lo Spi Cgil le ha girate a chi se le fa per lavoro. Da qui l’aiuto chiesto al professor Salvatore Monni, economista dell’università Roma Tre, che ha fornito l’impianto culturale del progetto. Monni ha proposto un metodo per conoscere la complessità di Roma mappando il territorio e per capirne la stratificazione sociale, le disuguaglianze, i bisogni, le aspettative di chi abita le periferie. Ecco i risultati.

Parlano Ernesto Rocchi e Alessandra Romano: più tutela e contrattazione

I muri non hanno età: giovani e anziani dipingono il Tufello

Le cicale: le vite di periferia in un film

Non uno, ma tanti Jeeg Robot. Ne ha bisogno Roma per risorgere dal disastroso declino delle sue condizioni urbane. Uomini e donne che, per dirla con la suggestiva immagine del film di Gabriele Mainetti, Lo chiamavano Jeeg Robot, sono pronti a vestire i panni dei supereroi civili.

È la ricetta che propone lo Spi di Roma e Lazio nel cimentarsi con il degrado e l’abbandono dei quartieri della periferia. I volontari che oggi tutelano i diritti dei pensionati, hanno voglia di fare molto di più per la loro città: vincere le solitudini esistenziali, la povertà, l’esclusione dalla vita sociale che stringono in una morsa letale la capitale d’Italia. Vediamo come.

Che cos’è un eroe? chiede la voce narrante nei titoli di coda di Lo chiamavano Jeeg Robot, il film ambientato nella periferia romana che racconta meglio di un saggio sociologico la vita alle porte della capitale. La risposta, che il regista mette in bocca al narratore, è: «Un individuo dotato di un grande talento e straordinario coraggio, che sa scegliere il bene al posto del male, che sacrifica se stesso per salvare gli altri, ma soprattutto che agisce quando ha tutto da perdere e nulla da guadagnare. I benpensanti commiserano le terre sventurate e bisognose di eroi. Ma la verità è un’altra: la presenza di qualcuno che veglia sulle nostre vite ravviva la speranza in un futuro migliore. Purtroppo, oggi, questo qualcuno non c’è più. Da Tor Bella Monaca, Roma, è tutto. A voi studio».

Il quartiere Tufello si trova nella periferia nord-est di Roma. È una realtà molto diversa da Tor Bella Monaca. Ha una storia lunga settant’anni. Fu costruito per dare un alloggio ai nostri immigrati di ritorno dalla Francia e dai territori d’oltremare. Oggi ha 220 mila abitanti, ma pochi luoghi di ritrovo. La lega Spi, che conta 2.200 iscritti, ha fatto un po’ da cavia per capire cosa possa fare oggi un sindacato per cambiare la vita sociale in periferia. Qui è nato un progetto (ne parliamo più diffusamente nelle pagine che seguono) che ci racconta i nuovi spazi d’azione di un sindacato radicato in un quartiere.

Il progetto periferie. L’iniziativa del Tufello è parte di un progetto che sta decollando in questi mesi e che ha tutte le carte in regola per diventare un apripista nazionale. Lo Spi di Roma e Lazio l’ha costruito, passo dopo passo, coinvolgendo studiosi di varie materie, sindacalisti, volontari impegnati sul territorio. Il progetto periferie nasce dalla volontà di fare qualcosa per risollevare la situazione di sbandamento politico e sociale che sta vivendo oggi la capitale d’Italia.

«Come prima cosa – spiega Alessandra Romano – ci siamo chiesti cosa facciamo noi per la città cosa potremmo fare. E abbiamo voluto capire perché oggi questa città, nonostante la sua grande bellezza, sia così malata».

Roma negli ultimi vent’anni è cambiata. Ma come e perché? Queste domande lo Spi le ha girate a chi se le fa per lavoro. Da qui l’aiuto chiesto al professor Salvatore Monni, economista dell’università Roma Tre, che ha fornito l’impianto culturale del progetto. Monni ha proposto un metodo per conoscere la complessità di Roma mappando il territorio e per capirne la stratificazione sociale, le disuguaglianze, i bisogni, le aspettative di chi abita le periferie. «Attraverso le mappe per reddito, età, istruzione, lavoro, immigrazione – spiega l’economista – ci siamo fatti l’idea di come la città sia cambiata in modo disomogeneo negli ultimi vent’anni. La crisi economica, le scelte politiche e amministrative, l’invecchiamento della popolazione, l’immigrazione hanno fatto crescere le disuguaglianze sociali, hanno concentrato nelle periferie povertà, bassa istruzione, esclusione sociale».

La chiusura delle grandi fabbriche provocata dalla crisi economica ha accentuato le distanze tra il centro e la periferia. Il centro ha goduto dello sviluppo del terziario, le periferie no, e si sono riempite di immigrati e disoccupati.

Più sindacato in periferia. Tra le mappe disegnate dal professor Monni, a richiesta dello Spi, ce n’è anche una che riguarda le sedi sindacali. Studiandole ci si è resi conto che la loro dislocazione non è più aderente al mondo che il sindacato vuole rappresentare. «Abbiamo più sedi in centro e poche o niente in periferia – ammette Attilio Arseni, segretario organizzativo nazionale dello Spi – ma è proprio qui che c’è maggior bisogno di chi, come noi, si occupa di tutela individuale e collettiva». La periferia di Roma capitale, dicono le mappe, non è più quella delle baracche del Mandrione dove Pasolini andava a giocare a pallone, ma i casermoni di Corviale e del Laurentino 38, il Sacro Gra descritto da Gianfranco Rosi e la Tor Bella Monaca di Jeeg Robot. «L’espansione delle aree metropolitane – spiega Ernesto Rocchi – ha reso le periferie entità territoriali senza anima e senza identità. Non ci sono piazze.

Non c’è possibilità di incontro. Per questo c’è bisogno di un sindacato che torni nel territorio, che lo viva, e che, insieme alla tutela individuale del lavoratore e del pensionato, sia capace di aggregare, di far vivere la socialità ed essere costruttore di comunità».

Il progetto dello Spi di Roma e Lazio porta a immaginare un nuovo ruolo del sindacato, la figura del sindacalista di quartiere, del costruttore di ponti sociali, del protagonista di iniziative per migliorare la qualità della vita. Dentro questa idea, dice Luigi Albini, direttore di Ticonzero «c’è il nuovo ruolo delle leghe Spi, come catalizzatrici di coalizioni sociali locali, di reti solidali, di iniziative contrattuali e vertenziali, promotrici di cultura e identità».

Le mappe di Roma

LA CITTÀ SPACCATA TRA RICCHI E POVERI

mapparomaLe mappe descritte dal professor Monni evidenziano le differenze tra i municipi “ricchi” e quelli “poveri”. Saltano agli occhi quelle sull’istruzione, sulla salute e sull’occupazione. «Per un anziano a rischio nei quartieri del centro ce ne sono tre nelle aree più periferiche – spiega il professore dell’università Roma Tre –. La distribuzione della ricchezza è iniqua e questo ha portato a una differenza troppo alta in termini di opportunità e di accesso ai servizi». Dalle mappe redatte dal professore Monni con i docenti Ketty Lelo e Federico Tomassi, nel centro storico si contano due centri sanitari ogni mille abitanti, ma nei quartieri a ridosso del raccordo anulare il rapporto crolla a due ogni diecimila residenti. Il tutto è reso più complicato dalle scelte politiche. «Oggi manca una pianificazione delle politiche sociali da parte dell’amministrazione capitolina – dice Ernesto Rocchi – e il rischio è che aumenti il numero degli esclusi». Le mappe tracciate dal professor Monni evidenziano la distribuzione della ricchezza e della povertà, del benessere e del disagio.

 

 

 

 

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