Cinecitta

Pubblicato il 03 apr 2017

Cinecittà: la fabbrica dei sogni compie 80 anni

Inaugurati da Benito Mussolini il 28 aprile 1937 per dare al regime un’arma in più di comunicazione di massa, gli studi sulla via Tuscolana di Roma hanno rappresentato il fiore all’occhiello dell’industria culturale dell’Italia nata dalla Resistenza. Da qui sono usciti i più grandi film della cinematografia europea firmati da registi del calibro di Rossellini, Visconti, Antonioni, Fellini.

«La vita di Cinecittà si è iniziata nel momento in cui il capo del governo è entrato negli studi. La sua presenza ha dato il via all’immenso motore. Sino a pochi istanti prima che il duce entrasse, scrosci violenti di pioggia e di grandine sembravano volessero ricordare alla folla dei presenti le bufere che si erano dovute attraversare. Ma all’arrivo del capo ecco splendeva, in un cielo purissimo, il più fulgido sole romano». Non c’è risparmio d’enfasi nelle cronache di regime del 29 aprile 1937, che celebrano l’inaugurazione di Cinecittà avvenuta il giorno prima alla presenza di Mussolini. Ma il vero protagonista dell’evento è Luigi Freddi. Fascista della prima ora, è al fianco del futuro duce già nel 1915 nella redazione de Il popolo d’Italia. Dopo la conquista del potere gli vengono affidati importanti compiti nel settore della stampa e della propaganda, ma la sua vera passione è il cinema. Quando nel 1933 viene inviato negli Stati Uniti al seguito della trasvolata atlantica di Italo Balbo, ne approfitta per visitare Hollywood. Studia il funzionamento dell’industria cinematografica americana in ogni suo aspetto: produzione, distribuzione, esercizio. Il cinema italiano è privo di strutture e dipendente dall’estero. Per farlo uscire dalla depressione Freddi invoca una politica cinematografica di Stato, congeniale peraltro all’ideologia totalitaria del fascismo che vuole irreggimentare le masse anche attraverso il controllo e l’uso dei mezzi di comunicazione. Non ci vuole perciò molto per convincere Mussolini a istituire nel settembre 1934 la Direzione generale per la cinematografia. Al timone della nuova struttura va naturalmente Freddi, che si mette subito all’opera.

Nel 1935 nascono a Roma il Centro sperimentale di cinematografia – cui è affidata la formazione di attori, registi e tecnici–, l’Ente nazionale industria cinematografica – società di distribuzione a capitale pubblico – e viene progettata la costruzione di una grande città del cinema. Quest’ultima decisione è propiziata dal misterioso incendio degli stabilimenti della Cines nel quartiere Appio, da poco acquistati dall’industriale Carlo Roncoroni, al quale Freddi fa balenare la possibilità di «italianamente trar frutto dall’avversa fortuna». Gli propone così di realizzare nuovi studi, ben più vasti e moderni, sulla via Tuscolana, entrando a far parte di un’impresa con una forte cointeressenza di capitale pubblico. Roncoroni ci sta. Il 29 gennaio 1936 Mussolini presenzia alla posa della prima pietra del cantiere e dopo soli 475 giorni torna per l’inaugurazione. Edificata in stile razionalista su progetto dell’architetto e urbanista Gino Peressutti, la città del cinema occupa quarantamila metri quadrati, ma stenta a decollare: a un anno dall’inaugurazione i teatri di posa sono soltanto cinque e non funziona il reparto per sincronizzare le immagini e il sonoro.

I film girati durante il fascismo sono davvero pochi – 19 nel 1937, 31 nel 1938 – e lasciano Cinecittà assai indietro rispetto ai grandi stabilimenti europei. Nel 1939 la proprietà della fabbrica del cinema passa interamente allo Stato, Freddi viene nominato direttore, i teatri di posa diventano dieci e aumenta considerevolmente il numero dei film girati. Il cinema fascista non è solo propaganda e fabbrica del consenso. Il grosso della produzione segue le buone regole dell’intrattenimento popolare e offre avventure, sogni, spensieratezza, la commedia sentimentale dei “telefoni bianchi”. Dopo l’8 settembre 1943 gli studi vengono abbandonati e subiscono il saccheggio da parte dei ladri e dei tedeschi che trasferiscono molte attrezzature in Germania. Quel che si riesce a recuperare viene portato a Venezia, dove, nel febbraio 1944, sotto l’egida della Repubblica sociale italiana, nasce il Cinevillaggio della Giudecca.

Nell’immediato dopoguerra Cinecittà è trasformata in campo profughi e si teme che l’industria del cinema possa rinascere lontano dalla capitale. Il settimanale di spettacolo Star ricorda gli operai, i tecnici e gli attori che «preferirono la disoccupazione di Roma alle lusinghe di Salò» e si fa interprete della loro inquietudine: «Amici del Nord che facciamo? Voi già possedete le macchine per fare le stoffe, il burro e le automobili: ridateci quelle per il cinematografo». Cinecittà risorge e si avvia a una graduale riconquista del mercato. Sono soltanto venticinque i film prodotti nel 1945, ma l’anno successivo salgono già a sessantadue. Sull’onda del miracolo economico e grazie alle buone relazioni con gli Stati Uniti, molte produzioni americane scelgono gli studi romani per girare kolossal come Ben Hur e Quo Vadis?. Cinecittà diventa famosa nel mondo come la “Hollywood sul Tevere”. Poi il progressivo declino, le difficoltà finanziarie e la crisi occupazionale degli anni Ottanta, che rischia di disperdere un patrimonio di professionalità a cui si tenta di porre rimedio aprendo gli studi alle produzioni televisive. Dalla Dolce vita di Fellini alla casa del Grande fratello: non è un cambio di scenografie, è un passaggio d’epoca.

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