Nei primi mesi del 1968, Adriano Celentano incide Azzurro, scritta appositamente per lui da un avvocato di Asti, Paolo Conte, in collaborazione con il paroliere Vito Pallavicini di Vigevano. È il più grande successo musicale italiano dopo Volare di Domenico Modugno. La canzone è così popolare da diventare una sorta di collante dell’identità italiana. Nella primavera del 1968 gli operai di Latina la cantavano come inno di lotta.

A raccontarlo sul nuovo numero di febbraio di LiberEtà è lo giornalista e scrittore Paolo Brogi. Qui trovate un’anteprima.

Latina, primavera 1968, vado con gli studenti di architettura di Roma al primo sciopero generale indetto nella città pontina, dove la classe operaia è di formazione assai recente. Vengo da Pisa, sono curioso di vedere questa città cresciuta sotto il fascismo alle prese con una manifestazione operaia. «Era uno sciopero generale contro le gabbie salariali, che allora dividevano gli operai in varie zone di appartenenza con relativa scala di salari», ricorda Delia Landi, allora studentessa di architettura a Roma. «Andammo col solito gruppo, c’erano Mimmo Parlato, Leonardo Serafino, Mario Spada… E stavamo attenti, perché a Latina avevamo subìto aggressioni fasciste. Quel giorno però Latina registrò una novità assoluta, un imponente corteo di migliaia di operai diretto verso la piazza centrale della città. Latina era a bocca aperta davanti a quella massa di operai, riuniti in un corteo silenzioso. Non c’erano slogan, non ce n’era l’abitudine». Esatto. Una situazione assai particolare. E poi? «Poi all’improvviso iniziò un canto, si cominciò a cantare Azzurro, la canzone di Celentano che tutti conoscevano» ricorda Delia Landi. «E così il corteo dalla testa alla coda cantò Azzurro: “Cerco un po’ d’Africa in giardino tra l’oleandro e il baobab”. Era una cosa incredibile».

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