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La vita amara di Anita Ekberg

altDi sognare abbiamo bisogno come del vin brulè nelle periferie fredde. Quando c’è speranza, si sogna di più, si sogna meglio, i sogni sono più grandi e qualche volta si materializzano. Come nell’epoca di giubilanti speranze e vittorie dopo la guerra. In quell’epoca una svedese bella come il sole tempestava il fiume dei nostri neuroni generando affluenti di meraviglie.

Un gioiello incastonato in anni di corale assalto al cielo. Imparammo che la vita poteva essere gustosa, avvincente, ridente, non solo fatica e asprezze. Lo imparammo dal cinema, dalle lotte, dalla poesia. La dolce vita. Poi ci furono le chirurgie sociali e a botte di stragi e controriforme ripresero a rubarci la vita. Uno stillicidio continuo, immorale, arbitrario. Non è sempre vero che i sogni muoiono all’alba, talvolta finiscono al tramonto, il tramonto attuale di una società che sottrae ai nullatenenti e protegge i potenti.
Una vita amara dove, a volte, pure le stelle rovinano nelle stalle. Anita Ekberg fu agognata da Gianni Agnelli, Dino Risi e Frank Sinatra. Le gocce della fontana di Trevi che il genio di Fellini immortalò con l’Anitona e Mastroianni, vengono studiate nelle scuole di cinema del mondo intero. Eppure l’icona che sprovincializzò i colori del nostro sesso timoroso oggi vive in povertà, ottantenne, inchiodata alla sedia a rotelle di una casa per anziani a sud di Roma, dove va a trovarla qualche volontario e gli amici di Genzano.
Come lei, altri miti si addensano fantasmatici nell’oggi fatto di nebbia e rinunce: fra tutti, una colonna al cospetto della quale le sinapsi dei neuroni sessuati fremevano: Laura Antonelli, settantenne, che la scorsa primavera Lino Banfi raccomandò (legge Bacchelli) per una pensione a Bondi, il ministro che prometteva e non manteneva, si trattasse del crollo di Pompei o del crollo d’un corpo vivente.
Comunque il tempo è galantuomo: dalla vita agra passammo alla dolce vita, poi ci rapinarono quote di esistenza e adesso ci rimbambiscono coi sacrifici per tutti (?). Ora basta. Su la testa, ragazzi: riprendiamoci il pane e le rose.


 
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