Gli chiedo: ma tu ti senti più italiano o africano. Lui mette le mani sui fianchi e mi risponde: «Ma stai pazziando, non lo vedi come gioco? Io song’ napulitano, al massimo mezzo argentino, come a’ Maradona». La storia di Francesco che sogna di giocare in serie A.
Lin ha un ristorante a via Monteoliveto, a Napoli. È uno dei più famosi e dove si mangia meglio la cucina cinese. Vive in Italia da trent’anni, quasi venti li ha passati a Roma. Sempre in Italia ha avuto Sun, 19 anni, che ha visto solo in foto la provincia di Shangai dov’è nata sua madre. «Mia figlia studia giurisprudenza alla Luiss di Roma, vive a Monte Mario, bel quartiere», dice fiera. Magra, scattante, sempre sorridente e cortese Lin si rabbuia solo quando le chiedo se sua figlia è cittadina italiana. «Non ancora», risponde; e prima di andar via aggiunge: «Lei diventerà avvocato in Italia, un bravo avvocato», e non si capisce se questo lo dica per convincere se stessa o la società intera che costringe lei e sua figlia a dover sempre dimostrare di meritarsi qualcosa.
«Ma tu ti senti più italiano o africano?», domando a Francesco, 11 anni e la faccia da scugnizzo. E già mi viene da ridere appena finisco la frase: il bambino mette le mani sui fianchi, si atteggia a guappo, e poi risponde: «Ma stai pazziando, non lo vedi come gioco? Io song’ napulitano, al massimo mezzo argentino, come a’ Maradona». Mi pento subito della domanda, ma poi rimango per un po’ sulla panchina con il suo mister, che lo allena dicendo che il ragazzo è una promessa, entrerà nella primavera del Napoli, è sicuro. Gli domando: «Se però non è italiano, come fa?». «Signorì – mi risponde l’allenatore – che domande sono? Avete mai visto un giocatore di serie A avere problemi con il permesso di soggiorno?». Eppure Francesco, se non cambia questa legge, problemi ne avrà. A 18 anni potrebbe anche vedersi negato il documento e comunque avere noie per andare all’estero a giocare. Com’è successo a Gianni, Jean, di origine ivoriana, che si allenava con i “pulcini” nella squadra di Villa Gordiani, a Roma. Non è potuto andare in Germania insieme ai suoi compagni per un gemellaggio con una squadra di piccoli giocatori tedeschi. Problemi con i tempi di permesso e passaporto dei genitori.
«Nelle scuole del Friuli Venezia Giulia sono talmente tanti i bambini di origine straniera che nemmeno ci faccio più caso», dice Marisa, maestra di origine pugliese trasferitasi al Nord per lavoro. «Se guardi i bambini non si fanno poi tanti problemi a stare tra loro. Siamo noi adulti che complichiamo sempre tutto. Immagina che l’Italia esiste da soli 150 anni e prima eri straniero anche se da Venezia andavi a Firenze o, come me, dalla Puglia venivi a lavorare a Treviso. Insomma, come faccio a spiegare ai miei bambini che una nazione così giovane, nata dall’unione di tante diversità ancora in via di trasformazione, ha problemi ad accoglierli per un fatto di certificati di nascita? Non capirebbero. E hanno ragione». Eppure la legge dice questo: se i tuoi genitori non sono italiani nemmeno tu lo sei.







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