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Italiani come noi: cittadini subito

altLe storie di giovani italiani figli di immigrati che non riescono a ottenere la cittadinanza perché c'è un sistema legislativo che li penalizza oltre ogni possibile misura in un paese, oltre tutto, con una Costituzione aperta al dialogo e all’accoglienza.


«Però lei non è come gli altri negr... pardon, neri. Ha il naso più... normale. Non schiacciato come gli altri. Più simile al nostro, più carino». Igiaba ride mentre mi racconta l’osservazione fatta sul suo aspetto dall’impiegato comunale che doveva rinnovarle il documento d’identità. Lei “per fortuna” è diventata cittadina italiana. Pregiudizi e affermazioni poco felici di impiegati non la feriscono più come una volta. Oggi non rischia di essere rimandata nel paese dei genitori, la Somalia, nel quale non ha mai vissuto. «Sono nata in Italia e ho sempre vissuto nella casa dei miei genitori – racconta – da piccola non avevo mai pensato che un giorno avrei dovuto dimostrare quella che per me era una realtà ineludibile, cioè che sono italiana di nascita. Invece ho dovuto richiedere la cittadinanza come molti miei amici di origine straniera e sono stata fortunata ad averla ottenuta».
Yassin, invece, non è stato altrettanto “fortunato” e l’attesa per il fatidico pezzo di carta prosegue ancora. Così, per non permettere che qualcosa si perda nei fili della memoria, ha deciso di riprendere con una videocamera tutto l’iter che ha dovuto seguire e ancora sta seguendo per richiedere la cittadinanza e – a guardare le riprese – le sue tappe assomigliano più a quelle della via crucis che a dei normali adempimenti burocratici.
«Sono venuto a Roma con mia madre, per raggiungere mio padre che già viveva qui, quando avevo quattro anni. Ricordo poco dell’Algeria. Ho sempre pensato di essere romano. Si sente dall’accento, no? Invece dopo i 18 anni ho scoperto che non lo ero affatto, ma che dovevo dimostrarlo. E soprattutto dovevo studiare o lavorare sempre, se no diventavo un clandestino. Ma ci pensi! I miei amici dopo gli esami potevano godersi l’estate o qualche giro all’estero, io mai, devo fare attenzione a ogni mossa: sarà regolare? I documenti me lo permettono? Basta il permesso provvisorio per questo concorso o serve il definitivo?».
Yassin si è laureato in scienze della comunicazione e, dopo un master in giornalismo a Perugia, è diventato giornalista professionista. Contratto precario dopo contratto precario ha lavorato a Sky per anni. Lì ha conosciuto l’amore: una collega marchigiana. «Per noi cosiddette seconde generazioni il precariato è un doppio coltello puntato sul futuro: non solo non puoi programmarti la vita a livello economico, ma nemmeno il luogo dove continuare a viverla. Cosa dovrei tornarci a fare io in Algeria?».
Anche Farid, di origine afgana, ma nato a Milano, la pensa così: «La mia famiglia è qui. Parlo italiano da quando mi ricordo di esistere e ho fatto sempre le stesse cose dei miei amici di quartiere, fino alla maggiore età. Poi tutto è cambiato: sono diventato straniero in patria! Niente voto, niente cittadinanza, un casino per il passaporto, file per richiedere documenti e poi altre file per ri-richiedere permessi mai arrivati... A 18 anni precisi il regalo di mamma è stato l’avvocato: così era più facile ottenere le carte, diceva lei».
I figli e le figlie G2, ovvero seconde generazioni, nati in Italia o arrivati in tenera età sono circa un milione – anche se tutte le statistiche sono per loro natura tendenziose, visto che molti bambini con genitori “misti” possono richiedere la cittadinanza di uno dei genitori. Seicentocinquantamila di questi – secondo cifre del ministero dell’Istruzione – studiano, giocano, vivono tra i banchi delle nostre scuole, ma visto che in Italia vige il “diritto di sangue” e non “di suolo”, non possono essere considerati cittadini italiani dalla legge. A meno che non facciano richiesta esplicita dopo il compimento della maggiore età, dimostrando di essere vissuti nella città dove sono vissuti, di aver frequentato la scuola che hanno frequentato e di essere proprio quello che per cultura e radicamento sono: cittadini italiani a tutti gli effetti.
«Chi non ha la cittadinanza italiana ha difficoltà di accesso agli ordini professionali, non può votare, non può partecipare al servizio civile volontario nazionale e se dipende da un permesso di soggiorno per motivo di studio o lavoro ha continui limiti di spostamento visti i tempi lunghi dell’attesa dei rinnovi», dicono i portavoce della Rete G2, che insieme ad altre diciannove organizzazioni ha lanciato la campagna “L’Italia sono anch’io” che chiede il diritto alla cittadinanza immediato per tutti i bambini nati o arrivati in Italia entro il decimo anno di età e il diritto di voto amministrativo ai lavoratori che vivono regolarmente in un territorio da almeno cinque anni. Il presidente Napolitano, per ben due volte, ha ribadito la necessità di una riforma della legge sulla cittadinanza (legge 91 del 1992), riconoscendo di fatto l’impossibilità di continuare a considerare cittadini di serie B migliaia di giovani che fanno a tutti gli effetti parte del nostro tessuto sociale.


 
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