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Storie Omsa: Marina Francesconi

altQuesto è il primo articolo della nuova rubrica “Storie di Omsa”, dedicato alle testimonianze delle lavoratrici (che seguiamo da tempo). Per sentire dalla loro voce com’è cambiata l’azienda nel corso degli anni e quale sia il coivolgimento personale nella protesta. La prima a raccontarci la sua storia è Marina…


Marina Francesconi é una delle dipendenti Omsa. Una delle dipendenti lasciate, alla soglia dei 50 anni, in cassa integrazione straordinaria per oltre un anno. Marina abita a Faenza con il marito, operaio anch’egli, ed una figlia di 24 anni che studia all’università. “Fortunatamente non ho il pensiero del mutuo” racconta “visto che l’abbiamo finito di pagare da poco”, ma nelle sue parole si percepisce tutta la sfiducia di chi sa di avere una magra consolazione. “Certo non é comunque possibile andare avanti così, con i 750 euro di cassa integrazione. Mio marito é opeario anche lui e quindi la nostra situazione non ci consente di avere uno stipendio solo”.
Le chiediamo da quanto tempo lavora all’Omsa, e la risposta é soprendente: “Sono più di trent’anni che lavoro lì. Trent’anni in cui ho svolto le mansioni più varie. Dal fissaggio al confezionamento passando per altri reparti. Trent’anni della mia vita dedicati a quest’azienda. Ed ora, con che cosa mi ritrovo?”. É comprensibile e condivisibile il rancore e la delusione che Marina porta nelle sue parole, e nel tono della sua voce: “Mi chiedi come ho vissuto questa situazione? Male, molto male ovviamente. Perché ad oggi non c’é ancora nulla. Non c’é un piano di riconversione e adesso ho visto anche le mie colleghe e colleghi fare la fila per la mobilità. Ho visto gente che é rimasta 24 ore sotto la pioggia.
Incredibile davvero che ci abbiano costretto a questo. Io non prendo la mobilità perché oramai ho 50 anni. Starò qui vedendo cosa succederà a quest’azienda, a cui ho dato tanti anni del mio lavoro”. Le chiedo se secondo lei succederà qualcosa, ma la sua risposta, e la sua voce si fanno ancora più laconici e disillusi: “Non lo so proprio guarda. Io sinceramente non ci ho mai creduto davvero”. Perche? “ Perché già dall’inizio della vicenda, tutti questi incontri che ci sono stati, dove poi non si arrivava a niente, tutti questi fantomatici compratori che poi sparivano. Insomma io non ho mai avuto troppa fiducia nella proprietà, anche se ho partecipato al presidio che abbiamo tenuto in piedi fino alla primavera scorsa; ho fatto anche parte delle ‘Brigate Teatrali’ per la prima esibizione. Poi, inosmma, per  il teatro ci vuole anche un carattere che io non ho”.
Marina parla senza problemi e sa bene chi accusare: “Io dico solo una cosa. Il lavoro ce l’ha tolto quel padrone e lui ce lo deve ridare. Perché questa non é un’azienda in crisi. É a Faenza da 70 anni e Faenza gli ha dato tantissimo, e questi sono legami che non si possono spezzare per un capriccio, per trasferire la produzione in posti più economici.”. Le chiedo anche se le istituzioni si sono mosse a dovere in questi mesi. “Guarda, a me sembra molto che le istituzioni si siano svegliate ora. E che in questi mesi nessuno abbia voluto prendere sul serio la ‘patata bollente’ che l’Omsa rappresenta. Io ho anche partecipato alla manifestazione del 13 febbraio a Ravenna con le altre colleghe del ‘Se non ora quando?’. Ma al di là di tutto credo che il problema Omsa non sia una situazione di sfruttamento del lavoro femminile, anche perché noi ci siamo fatte sentire, e credo che le donne, in generale, che quando si arrabbino e protestino lo facciano anche più forte e meglio degli uomini. Il nostro ‘Se non ora quando’ era riferito anche alla nostra azienda. Siamo stufi di accordi fittizi, promesse che vengono disattese. Vogliamo che qualcosa si smuova adesso.”
di Francesco Farinelli
(7 marzo 2011)


 
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