di Francesco Farinelli
Seconda puntata della serie “Storie di Omsa ”, dedicata alle testimonianze delle lavoratrici faentine che lottano per il lavoro. È un sabato mattina quando raggiungiamo al telefono Anna Benerecetti, lo stesso sabato 10 aprile in cui riparte per la seconda volta il boicottaggio delle dipendenti Omsa come lei.
«Questo pomeriggio» racconta Anna «saremo al Golden Point di Ravenna, come sempre per fare un’azione di sensibilizzazione alla nostra causa». C’è determinazione nelle parole di Anna, ma anche il cinismo e la presa di coscienza di una situazione che come dice con estrema franchezza « é una cosa che non accetto e non accetterò mai, è come un furto, il furto del nostro lavoro, e di conseguenza la nostra piccola battaglia dei boicottaggi rappresenta proprio questo, la reazione ad un furto subito».
Anna ha 43 anni, un compagno con cui vive, anch’egli operaio presso un’altra delle grandi aziende del faentino, la Cisa, e due figli che vanno alle scuole medie. Racconta con tranquilla consapevolezza, ma certo con preoccupazione, la situazione in cui si é trovata a dover convivere oramai da più di un anno con l’entrata in cassa integrazione: « Il fatto di prendere 300 euro in meno ogni mese chiaramente fa una certa differenza, e con il mutuo, i figli da mandare a scuola e gli altri rincari del costo della vita, certo stiamo facendo fatica. Ma é ancora più dura se pensi alla situazione assurda in cui ci siamo trovati. Io se guardo a quello che ci ha promesso in questi mesi l’azienda, sopratutto la riconversione dell’impianto ad altro uso produttivo, oramai non ci credo assolutamente. Se oggi trovassi un lavoro lo prenderei, ma il problema é che molti lavori possibili richiedono l’entrata in stato di mobilità, che da noi é stata concessa solo a 80 dipendenti per ora».
Già, per ora, poiché l’azienda non ha ancora riaperto possibili finestre per consentire ad altre dipendenti di poter usufruirne. Anna, che lavora all’Omsa dal 1989 ed ha ‘girato’ diversi reparti, fra i quali la confezione e le spedizioni, commenta amara la situazione paradossale che si definisce nel fatto stesso dell’impossibiltà, per molte di loro perfino di andare via: « Una mia collega aveva trovato un nuovo lavoro, ma non avendo la mobilità non ha potuto accettare. Ecco a cosa ci hanno ridotto, al non poter nemmeno andarcene da questa situazione. Già è difficile per noi ricollocarci; insomma, moltissimi dipendenti Omsa come me sono in quest’azienda da più di vent’anni, avevano un lavoro a tempo indeterminato, lavoravano e producevano bene. Ora il signor Grassi ha costruito un’altra fabbrica in Serbia con 2000 dipendenti per il solo motivo di aumentare sempre di più un profitto che già c’era». Nelle parole di Anna c’è anche un commento per il ruolo svolto dalle istituzioni che a suo dire si sono ‘svegliate’ solo da quando il caso Omsa, grazie alle loro battaglie, é arrivato ai vertici della cronaca politica italiana.
«Il vero problema é che nonostante le istituzioni , quando sono stati fatti gli accordi non sono poi mai stati rispettati, ed é avvenuto lo stesso anche con l’ultimo accordo siglato a febbraio, con la chiusura del reparto di tessitura, quello insomma dove si fanno le calze». Anna probabilmente le calze Omsa non le comprerà più e, se la sua storia ha un senso, molte altre donne la seguiranno; le potrete trovare uno di questi sabati davanti al vostro Golden Point preferito, dove la voce delle lavoratrici Omsa, e quella di Anna, é ancora forte e decisa.
(10 aprile 2011)







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