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Liberetà

Io statale, figlio di un dio minore

«Non sono mai stato un fannullone. Sono uno dei tanti dipendenti ministeriali di fascia media. Guadagno 1.500 euro al mese. E da più di venti anni faccio ogni giorno il mio dovere, conciliando il lavoro in ufficio e la famiglia, in una città caotica e difficile come Roma». Comincia così la lettera al direttore del Corriere della sera inviata da Michele Ciervo, dipendente del ministero degli Interni, uno delle migliaia di statali continuamente offesi dalla propaganda dell’attuale governo e dalla stampa di regime.


«Ecco perché provo un senso di frustrazione e una rabbia enorme per i provvedimenti del governo che - ancora una volta – colpiscono tanti
lavoratori pubblici bravi, onesti, professionalmente preparati (sono la stragrande maggioranza, le assicuro). Non bastava già il blocco dei contratti dal 2009 fino al 2014, la visita fiscale anche per un giorno di malattia, il
taglio degli straordinari, delle missioni e di tutte competenze accessorie. Adesso dovremo persino aspettare più di due anni per prendere la liquidazione, cioè soldi nostri, messi da parte nell'arco di una vita, con tanti sacrifici e
rinunce. Conosco tanti colleghi al mio ministero che dopo quarant'anni di lavoro pensavano di impiegare la liquidazione per rinnovare i mobili o per estinguere il mutuo di casa. È una mazzata per loro. Sappiamo che c'è da tirare tutti la
cinghia in questo momento difficile per il nostro Paese. Avere il posto fisso di questi tempi è già una gran fortuna, rispetto a tanti lavoratori del settore privato disoccupati o in cassa integrazione. Ma questa fortuna non può
trasformarsi sempre m un accanimento nei nostri confronti.
Dove vogliamo arrivare? Facciamo già tanta fatica ad arrivare alla fine del mese, con il mutuo da pagare, le bollette, l'assicurazione, la benzina che aumenta ogni giorno di più. E sa quanto ci danno ogni giorno come buono pasto? Sette euro netti, che alla fine dell'anno vengono pure tassati. Io che lavoro al centro di Roma, posso assicurarle che con quella somma non ci prendo nemmeno un tramezzino.
Eppure ogni volta che c'è da tagliare si pensa solo a noi: agli statali. Per questo mi domando e le chiedo, direttore: da quali menti così fantasiose sia potuto uscire ora un provvedimento che affida ai dirigenti più solerti
e «risparmiatori» la responsabilità di elargire la tredicesima mensilità ai dipendenti pubblici? Ma perché debbo pagare io se magari il mio capufficio non è all'altezza del suo compito? O per la negligenza di qualche collega lavativo?
Non le pare assurdo sparare così nel mucchio? Spero che tutti i sindacati reagiscano a questa palese ingiustizia nei nostri confronti. Qual è la ratio di questo provvedimento se non quello di una vendetta trasversale, di una specie di ricatto nei confronti dei dirigenti o degli amministratori locali che potranno scaricare su di noi l'incapacità a far quadrare i conti dello Stato? Riducessero ai politici, ai manager ed ai dirigenti la tredicesima e le ricche competenze accessorie! Siamo stanchi di pagare per responsabilità o colpe che non sono le nostre.
Facessero davvero, non a parole, una seria lotta all'evasione fiscale, agli sprechi e alle ruberie, colpendo tutti quelli che anche quest'anno le ferie le stanno facendo in barche di lusso intestate a società fasulle o di comodo. Noi
poveri ministeriali, che paghiamo le tasse con la ritenuta alla fonte fino all'ultima lira, ci accontentiamo come Fantozzi delle ferie in una spiaggia affollata. Ora mi hanno detto che con questa manovra, il dirigente potrà trasferire da una città all'altra gli statali senza colpo ferire. Un'altra punizione francamente insopportabile. In certi momenti mi sembra che parlino di bestie e non di persone in carne e ossa che hanno una famiglia e il desiderio di condurre una vita normale, in tempi già di per sé difficili.

Michele Ciervo
dipendente del ministero degli Interni
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