Anna Gironi di Bologna ha vinto la tredicesima edizione del premio LiberEtà per l’autobiografia di una vita di lavoro e di impegno sociale. È un racconto semplice, il suo, esemplare nel suo essere comune a molti altri: una storia d’infanzia e giovinezza in un contesto di lavoro mezzadrile e di vita contadina. Lo scenario è l’Appennino bolognese, sopra il paese di San Benedetto Val di Sambro. Qui ci avviciniamo a un elemento di specifico interesse
di questa storia,perché i poderi che occupava la famiglia Gironi erano appezzamenti di montagna, dunque aspri e ostili, e di racconti di mezzadria ambientati in questo genere di territori ne abbiamo meno di quel che si pensi, all’interno della memorialistica popolare italiana. A fare la differenza, poi, è lo stile di scrittura di Anna Gironi, che usa una lingua piana, corretta ma senza personalismi, eppure di grande incisività. Due cose più delle altre colpiscono: la prima è la sua capacità di raccontare i piccoli particolari della vita quotidiana, come ad esempio la prima sera in cui arrivò in casa la luce elettrica o il racconto delle domeniche in cui, bambina, passava il giorno a sorvegliare le pecore mentre in fondo alla valle si sentiva il paese in festa.









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