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Il Premio LiberEtà a Anna Gironi

Anna Gironi di Bologna ha vinto la tredicesima edizione del premio LiberEtà per l’autobiografia di una vita di lavoro e di impegno sociale. È un racconto semplice, il suo, esemplare nel suo essere comune a molti altri: una storia d’infanzia e giovinezza in un contesto di lavoro mezzadrile e di vita contadina. Lo scenario è l’Appennino bolognese, sopra il paese di San Benedetto Val di Sambro. Qui ci avviciniamo a un elemento di specifico interesse di questa storia,perché i poderi che occupava la famiglia Gironi erano appezzamenti di montagna, dunque aspri e ostili, e di racconti di mezzadria ambientati in questo genere di territori ne abbiamo meno di quel che si pensi, all’interno della memorialistica popolare italiana. A fare la differenza, poi, è lo stile di scrittura di Anna Gironi, che usa una lingua piana, corretta ma senza personalismi, eppure di grande incisività. Due cose più delle altre colpiscono: la prima è la sua capacità di raccontare i piccoli particolari della vita quotidiana, come ad esempio la prima sera in cui arrivò in casa la luce elettrica o il racconto delle domeniche in cui, bambina, passava il giorno a sorvegliare le pecore mentre in fondo alla valle si sentiva il paese in festa.

Il secondo elemento stilistico che rende questa scrittura preziosa è l’uso delle metafore ispirate alla vita contadina. Leggete l’estratto che pubblichiamo in queste pagine e pensate a quanti scrittori laureati sarebbero capaci di rendere la tensione di certi ambienti famigliari con una frase così intuitiva: «Aleggiava nella sala un carico di elettricità, come quella che mi aveva sorpreso tante volte sulla collina, prima dello scatenarsi del temporale». Solo chi sa scrivere bene riesce a raccontare la complessità degli stati d’animo con parole comprensibili a chiunque.
«Io nacqui il 26 luglio 1937 in una grande casa rurale tra i monti. Alla mia nascita i residenti del podere, i Gironi, erano in dodici, compreso il garzone». I primi ricordi di Anna sono quelli della guerra mondiale, con l’Appennino tagliato in due dalla linea Gotica che divideva il Nord, ancora fascista, dal Sud, conquistato da alleati e partigiani. L’arrivo dei liberatori è una grande festa. «Nei Comuni montani della provincia di Bologna si contarono 46 matrimoni tra ragazze del posto e militari, quasi tutti con americani, e con alcuni soldati bianchi del Sudafrica». Anche qui sono i piccoli particolari a imprimersi nella memoria di Anna, bambina: «Mi stupii di come un semplice tubetto di crema biancastra potesse diventare un pentolone di latte, e senza dover mungere le vacche. Semplicemente diluendo la crema con tanta acqua».
Anna arriva alla licenza media, ed era moltissimo in quel contesto, tanto che la famiglia dovette indebitarsi per farla studiare. Lei desiderava diventare ostetrica, o maestra, ma il sogno svanì con la lettera del padrone di casa che chiedeva gli arretrati dell’affitto. E qui l’autobiografia della Gironi documenta un passaggio storico fondamentale per le vicende del nostro paese: «Era iniziata una migrazione lenta ma costante verso la pianura e la città. Fino ad allora gli spostamenti erano avvenuti da un podere povero a uno più redditizio, sempre in territori montani, al limite da una valle all’altra».
Questo esodo è ben diverso da quelli che l’hanno preceduto: la montagna si spopola, i poderi restano abbandonati e le attrattive della vita di città seducono anche i più refrattari. Scrive Anna: «Nella nostra zona di occasioni di impiego, come fabbriche, industrie, uffici, non c’era neppure l’ombra, nel contempo osservavo che le ragazze andate a servizio presso famiglie cittadine, tornavano al paese eleganti e sicure di sé».
E così parte anche lei, e va a servizio. È l’ultima parte della sua storia, ma non è amara come potrebbe sembrare. Il nuovo lavoro la gratifica, le piace abitare in città. Infatti, tutta la sua vita adulta Anna l’ha vissuta a Bologna, ma di questo il testo premiato da LiberEtà non parla. Come si allontanano le montagne finisce la storia, quasi a segnare un confine geografico e insieme anagrafico, ma che forse è tutto interiore, con la parte più preziosa delle proprie memorie.

 
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