Dal blog dell'Unità di questa mattina un pezzo che racconta l'altra faccia della crisi, quella che non fa notizia, ma è argomento di discussione al centro sociale, al mercato sotto casa, davanti alla tv mentre si guarda Ballarò.
«Ma questo debito come si chiama?».
«Debito sovrano».
«E perché sovrano? Non era solo il popolo, sovrano, da quando abbiamo vinto nel '46?».
«Perché comanda lui, mica noi».
Nel condominio-centro sociale-centro di coltivazione diretta di democrazie e resistenze umane delle zie praticamente non si parla d'altro. La drammatica crisi reale – quella dei nipoti senza contratti, degli anziani senza assistenza, degli scolari senza supplenti o gessetti, dei servizi senza servizi e dei borsellini senza euro – è quasi niente, a paragone della fantascientifica crisi mondiale, anzi universale che si svolge sopra le nostre teste, in un infuriare di spread, bund, rating, default da sembrare una tempesta futurista.
L'irrealtà della finanza cosmica è più fosca e minacciosa della realtà che viviamo tutti i giorni in un Paese sbriciolato e consumato fino all'osso dagli ultimi diciassette anni, «gli anni piraña: i piragni», come li chiama, immaginifica, zia Lisabetta.
«Ma come abbiamo potuto, farci un debito del genere?» agonizza zia Enza, il cui regime d'economia domestica calabro-draconiano risanerebbe persino la Grecia. Nel quartiere non si fanno debiti ma solo sacrifici, per atavica prudenza e senso dell'onore. E sapere che, per quanto cauto e morigerato tu sia stato, ti toccherà comunque stringere ancora la cinghia, non si sa bene per colpa di chi, fa indignare anche più di prima.
«Ci siamo dimenticati che il capitale era il nostro nemico. Anzi, abbiamo pensato che fosse il nostro modello... » ragiona a voce alta zia Mariella, che a 74 anni è piuttosto stanca di collezionare sconfitte o vittorie senza conseguenze (per esempio gli ultimi referendum).
«E che possiamo fare allora?» chiediamo tutti, disorientati.
«Tornare noi, sovrani».







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