Ermanno Rea, autore ottantaquattrenne de “La dismissione” e di “Mistero napoletano”, esercitò tanti anni fa la professione di fotoreporter. Sue foto apparvero sul Guardian, sul Mondo di Mario Pannunzio, sui settimanali tedeschi Stern e Kristal, sul’Illustrazione italiana. LiberEtà ha chiesto allo scrittore di raccontare i suoi scatti più memorabili.
Una donna in abito nero tende una mano, quasi a trattenere ancora per qualche istante con occhi accorati il marito, imbarcato su una nave in partenza per l’America. Accanto un bambino, forse sul punto di piangere. Porto di Napoli, 1955.
Quando Ermanno Rea scattò quella foto (che troverete su LiberEtà) per il settimanale della Cgil “Lavoro”, erano tempi in cui centinaia di migliaia di meridionali lasciavano dolorosamente la loro terra per emigrare in cerca di fortuna al Nord o, valicando i confini, verso Francia, Germania, Stati Uniti. Si partiva senza biglietto di ritorno in tasca, per sfuggire alla miseria nera.
Quello scatto fa parte di una collezione di duecento istantanee, che tra la fine dell’inverno e la primavera prossima Feltrinelli manderà in stampa (il titolo della raccolta non è ancora noto), per fare un omaggio al grande scrittore napoletano, negli inediti panni di fotografo.
Pochi sanno che l’autore ottantaquattrenne de “La dismissione” e di “Mistero napoletano”, oltre ad avere un passato da giornalista, esercitò a cavallo tra gli anni Cinquanta e metà dei Sessanta la professione di fotoreporter. Sue foto apparvero in quegli anni sul Manchester Guardian (poi Guardian), sul Mondo di Mario Pannunzio, sui settimanali tedeschi Stern e Kristal, su una rivista scomparsa da tempo come l’Illustrazione italiana, allora uno dei rotocalchi più diffusi.
Ora quelle foto rispuntano dagli archivi dei giornali e dalla biblioteca di Firenze, da cui arrivano 72 delle foto comprate dal Mondo, attraverso una certosina opera di ricostruzione cui si è sottoposto lo stesso autore. Alla luce ritornano i momenti di un mestiere vissuto in Italia e all’estero spesso in ristrettezze economiche, «ma sempre con grande passione», come ama ripetere Ermanno Rea.
Scatti in giro per il mondo: dal Mezzogiorno d’Italia alla Spagna, dall’Irlanda alla Germania Orientale, dalla Turchia al Nepal, dal Giappone all’India. Una professione trovata quasi per caso, dopo gli anni della grande disillusione. «I fatti di Budapest ebbero ripercussioni sconvolgenti sulla mia e sulla vita di molti – racconta –. Dissi a me stesso di non voler lavorare più nel giornale del partito, ma non avevo alcuna intenzione di andare a scrivere per quei giornali che allora venivano chiamati “borghesi”. Scelsi la via radicale e, a mio modo più rigorosa, di abbandonare la parola scritta per la fotografia. Divenni una specie di contestatore ante litteram, un giramondo a caccia di immagini».
Nel 1959 la separazione dal settimanale comunista Vie nuove. Nella nuova vita dell’ex inviato speciale rimane centrale l’inchiesta sociale, il rapporto dell’uomo con il territorio e la società, la fotografia di costume. Fu l’incontro con il direttore del Mondo, Mario Pannunzio, a stimolare nuovi viaggi. «Incontrai Pannunzio – ricorda – dopo il primo viaggio a Berlino Est, una città non ancora divisa dal muro, tetra e affascinante nello stesso tempo. Dopo avermi accolto nel suo ufficio, guardò in silenzio le foto per minuti interminabili. Capii che aveva comprato le foto, quando le divise in due mucchietti, quelle buone e quelle da scartare».
Lo scrittore-fotografo realizzerà servizi letterari sulle orme dei grandi nomi della letteratura: in Spagna ripercorre l’itinerario del don Chisciotte della Mancia di Cervantes; a Lubecca si calerà nelle atmosfere cittadine dei romanzi di Thomas Mann; in Irlanda va alla ricerca dei luoghi del James Joyce di Gente di Dublino. Dopo i paesi europei, intraprende diversi viaggi in Estremo Oriente. Lavorerà a inchieste fotografiche sul ruolo delle nuove sette buddiste nella società giapponese, e sul peso della religione induista in India, ritraendo scene di vita sulle rive del Gange. In Algeria, compone un intero servizio fotografico sugli occhi delle donne velate secondo la stretta osservanza islamica.
Ma al centro della raccolta rimane il Mezzogiorno, ritratto nella quotidiana fatica di vivere dei contadini dell’Alta Irpinia, allora la provincia più povera del paese. Napoli sarà capace di grandi suggestioni: la città resta impressa sulla pellicola alle prese con la superstizione e le usanze, con la povertà dei vicoli e le feste, con l’immobilismo degli anni di Lauro e le partenze. «Furono anni difficili, in cui però albergavano grandi speranze per noi giovani militanti comunisti che ci calavamo nei bassi con l’ansia di cambiare le cose». Tutto rimanda alla foto del porto, da dove cominciò in qualche modo l’avventura del reporter a caccia di immagini.
Da poco lo scrittore ha concluso l’autobiografia, ricca di aneddoti inediti, che accompagnerà la raccolta fotografica e che abbraccia gli anni che propiziarono la scelta di abbandonare la carta stampata per la macchina fotografica. Furono anni cruciali nella formazione dello scrittore e di quella leva di intellettuali che rimasero turbati dall’invasione dell’Ungheria. Nelle pagine redatte sulla scia del ricordo, emergono ritratti inattesi di molti protagonisti dell’epoca, tra cui quello di Luigi Pintor, sostenitore allora dell’intervento sovietico. Non mancheranno le sorprese in un libro che ripercorre una vicenda assieme individuale e generazionale, e con la fotografia riporta indietro a un tempo che ha lasciato un segno indelebile nella nostra storia collettiva.
Antonio Fico







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