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La mafia brucia le terre confiscate

altIeri su Repubblica un articolo di Attilio Bolzoni denuncia l’offensiva militare della mafia contro le associazioni che gestiscono i beni confiscati. Ogni giorno bruciano tutto ciò che rinasce nel nome della legalità. “C’è un disegno”, avverte la guida di Libera Luigi Ciotti.

Eppure, oggi, nel silenzio inquietante delle nostre istituzioni, a salire non è solo lo spread tra bond e btp, ma quello ben più grave tra chi, nelle istituzioni, di fatto sottovaluta il fenomeno  e chi alla mafia non si arrende. Seimila ragazzi italiani sono impegnati ogni anno nei campi di lavoro di Libera nei terreni confiscati. Lo faranno anche pensionati e studenti, insieme a Spi, Cgil, Arci, Rete e Unione degli studenti. Presenteranno l’iniziativa il 22 giugno, appuntamento alle 14,30 a Milano, nella Camera del lavoro “Giuseppe di Vittorio”: Ci saranno il procuratore antimafia Antonio Ingroia, il sindaco di Padova Flavio Zanonato, quello di Milano Giuliano Pisapia e di Mesagne Franco Scuditti, Placido Rizzotto, nipote del sindacalista ucciso dalla mafia 64 anni fa e Simona Dalla Chiesa. Tanta voglia di mettere la faccia e le braccia contro le organizzazioni criminali merita ben altra attenzione e tutela. Invece, racconta Bolzoni, gli sgherri mafiosi “radono al suolo casolari, riducono in cenere intere colline, spaventano, minacciano, devastano…Ogni giorno un incendio…un’operazione militare cominciata a inizio mese nella punta estrema della provincia trapanese, a Castelvetrano. Il località Canalotto hanno bruciato 20 ettari alla vigilia della concessione a Libera dei terreni. Dopo Castelvetrano, le arance rosse di sicilia. Altri sei ettari di agrumeto carbonizzato alle pendici dell’Etna, fra Belpasso e Paternò, una piccola masseria e intorno le arance pronte per la spremitura di un succo che nessuno potrà bere più per almeno un anno. Un deserto che i ragazzi della cooperativa intitolata al poliziotto Beppe Montana – ucciso nel luglio del 1985 a Palermo – avevano trasformato in un piccolo paradiso. Danni per 120mila euro”. L’elenco degli attentati continua: Mesagne, 50mila euro di danni; Borgo Sabotino, provincia di Latina, dove il “Villaggio della legalità” ha subito dieci attacchi negli ultimi 12 mesi; ancora, siamo al 12 giugno, venti ettari distrutti a Castelvetrano, in contrada Seggio Torre, e altri 10 ettari in contrada Staglio, a Partanna. Che si parli di mozzarelle, olio, pasta, arance, “la mafia non sopporta che i prodotti delle terre confiscate finiscano sulle nostre tavole”. Di più. Non sopporta che producano lavoro ed economia legale.
“C’è un disegno – avverte Luigi Ciotti, e aggiunge – gli attentati si registrano sempre alla vigilia di un raccolto o di una consegna di un bene, se da una parte dobbiamo ringraziare le forze dell’ordine che garantiscono la sicurezza di quelle nostre realtà, dall’altro è chiaro che qualcosa nel meccanismo di controllo deve essere rivisto”.
“La mafia distrugge – scrive Bolzoni – ma è anche un sistema che sta bloccando il riutilizzo sociale dei beni confiscati ai boss. Almeno il 65 per cento di quelli già in gestione all’Agenzia nazionale sono gravati da ipoteche bancarie, altri sono ancora in possesso degli stessi mafiosi, le banche spesso non concedono un centesino di credito ai ragazzi delle cooperative e alle associazioni come Libera. Si fidano più dei boss che di loro”.
“E adesso ditelo, ditelo ancora che queste cooperative sono la retorica dell'antimafia”, afferma il presidente onorario di Libera Nando Dalla Chiesa. “Ditelo ai giovani della "Beppe Montana", che hanno scelto di lanciare la sfida della loro vita da Belpasso, alle pendici dell'Etna, comune circondato a sud da Paternò, Mascalucia e Misterbianco. Tra sabato e domenica qualche sgherro mafioso ha ricordato loro in che razza di avventura si sono ficcati. E ha fatto la sorpresa che da sempre la mafia fa ai suoi nemici che coltivano la terra. L'incendio vigliacco protetto dalla notte, hanno trovato un foro nella rete del terreno adiacente.
Oltre duemila piante di aranci bruciate, annichilite, polvere di carbone. Sei ettari di agrumeto danneggiati. E altri cento alberi di ulivo in fumo. Più di centomila euro di danni. Frugate sui siti di Libera Terra e troverete l'istantanea di due ragazzi in jeans e felpa su un sentiero. Li vedrete chini su cinque cassette, colme dell'oro delle arance. Felici davanti al primo raccolto della cooperativa, nata nel 2010. Poi riandate su quei siti a vedere la foto di ciò che è rimasto. Lo stesso sentiero della prima foto vi sbatte in faccia un'immagine di desolazione, rami inscheletriti e terra annerita, non un segno di vita, con il cielo azzurro terso sullo sfondo che sembra una beffa suprema della natura. Così gli straccioni dell'antimafia imparano a prendersi in gestione i beni che lo Stato confiscò, in contrada Casablanca, al clan della famiglia Riela”.


 
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