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Anziani: una vita da 500 euro al mese

altNon è un paese per vecchi, l’Italia. Specialmente se la pensione non arriva nemmeno a mille euro al mese. Quasi la metà dei nostri pensionati – lo dice un rapporto congiunto Istat-Inps – sopravvive con molto meno. Ecco come fanno a tirare la cinghia.

Più di sette milioni e mezzo di pensionati (45,4 per cento del totale, 55 per cento donne) sono costretti a tirare la cinghia a partire dalla spesa quotidiana. Tra bollette in aumento, affitti e nuove tasse (ora c’è pure l’Imu), i bilanci familiari sono sempre più magri. E spesso si
basano su una sola pensione. Alla fine non rimane niente: zero risparmi, niente vestiti o scarpe nuove. Per casa, imposte e spesa, va via l’80 per cento del reddito. L’altra faccia della medaglia è quella dei privilegi, rappresentata dai 234 mila pensionati d’oro che intascano più di quattro assegni al mese, e dai 584 mila under 40 che prendono già assegni di anzianità.

Bollette e autarchia. La fotografia reale è anche più fosca di quella che viene fuori dalle statistiche. Molti anziani si ritrovano a fare da ammortizzatore sociale ai figli (in alcuni casi anche ai nipoti), che hanno perso il lavoro o fanno fatica a trovarne uno. Come Maria, ad esempio. Vive in un Comune alla periferia di Napoli. Un anno e mezzo fa è rimasta vedova e oggi vive con un assegno di reversibilità di novecento euro. Tutto sommato potrebbe essere una pensione sufficiente, e lei si ritiene fortunata: «Ho una casa di proprietà e di questi tempi è un vantaggio rispetto a chi vive in affitto », spiega. Ma a preoccuparla, oltre all’Imu in arrivo, è il destino dei figli, che deve ancora in parte sostenere. «Il maschio ha un lavoro precario e la femmina, sposata e con un figlio, è stata licenziata quando era in maternità – racconta –. Fanno fatica ad andare avanti. Come li aiuto? Pago io le spese mediche e quando posso faccio la spesa: carne, verdure, olio, pasta. Duecentocinquanta euro al mese vanno via solo per i generi alimentari».
È una vita senza svaghi, dove oculatezza e parsimonia sono le vere parole d’ordine. «Riciclo tutto, perfino l’acqua con cui cuocio le verdure, la riuso per irrigare le piantine che ho sul davanzale. I dolci li faccio in casa e la verdura arriva dal piccolo orticello che ho ricavato in un pezzo di terra che è rimasto a lungo incolto. Sa com’è, vengo da una famiglia contadina, e questo mi ha aiutato», racconta. Le bollette da pagare sono il vero calvario. «Tra acqua, luce,
benzina sempre più cara, telefono e gas, questo mese ho dovuto sborsare più di trecentoeuro. Sono costretta a rimandare la tassa sui rifiuti: 325 euro, è quello che tocca a una vedova».

Affitti alle stelle e discount. Si soffre molto nelle grandi città. Franco vive a Roma e ha una pensione di 1.200 euro (50 sono per il coniuge a carico). «Pago 900 euro d’affitto per 45 metri quadrati di casa: quando è passato il proprietario sono finiti anche i soldi, e lì cominciano i dolori. Come si tira avanti? La spesa la faccio al discount, mangiamo cose che costano poco. Non faccio mai vacanze. Rimando il pagamento delle bollette, e vivo con l’incubo che un giorno si presenti l’ufficiale giudiziario alla porta per alcune multe che non sono riuscito a pagare».

Poveri e poverissimi. Tra quelli che stanno peggio, ci sono i 2,4 milioni di anziani che percepiscono assegni inferiori ai 500 euro. Con queste cifre è difficile non andare in rosso. Giovanna abita a Roma, e con 480 euro di pensione al mese è proprio dura. Soprattutto se ne
paghi (in nero) 400 per una stanza in subaffitto e hai una malattia che ti rende sempre più
fragile. La vita è cambiata sette anni fa quando ha avuto un brutto infarto. «Facevo la commessa e avevo una vita regolare: nessun lusso sia chiaro, ma una casa e uno stipendio normale. Dopo non ho trovato più lavoro: e chi ti prende così, vecchia e malandata».

Vivere di elemosina. «Se la malattia ti colpisce all’improvviso – riflette –, e non sei una statale e non hai una famiglia, si finisce nella mia situazione. Sembra brutto dirlo ma io vivo di elemosina: non vado per strada a chiederla, ma è come se lo facessi. Al mercato tutti conoscono la mia situazione e mi aiutano. Così mi danno frutta e verdura a pochi euro.
Sono molto grata a tutti loro come alla Comunità di Sant’Egidio che mi rifornisce di pasta
e altri alimenti fondamentali e mi sostiene moralmente nei momenti di disperazione». Abita in una stanzetta in subaffitto, al terzo piano di un palazzo senza ascensore in una zona periferica. È piccolissima, proprio un buco che le costa 350 euro più 50 di spese. C’è un letto, su cui mangia seduta, un armadio, un mobiletto dove tiene la Tv.
Una vita di rinunce. «Ho cercato qualcosa a meno, ma non si trova nulla, e di certo con la mia pensione non mi posso permettere altro. Ameno di 600 euro nelle grandi città non c’è niente. Ho fatto la domanda della casa popolare dieci anni fa e ancora sto aspettando. Con un alloggio popolare, la mia vita cambierebbe, non sarei costretta a chiedere l’elemosina». Le rinunce sono tante, troppe perfino da pensare. «È una vita che non mi compro una maglietta. Anche una pizza una volta all’anno io non me la posso permettere. Se mi mettessi a pensare a quello
che ti offre una vita normale, decente, ci starei ancora più male».


 
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